Southbound

southbound-poster-alternate Regia – Radio Silence, Roxanne Benjamin, David Bruckner, Patrick Horvath (2016)

Periodo meraviglioso per gli horror a episodi, questo, non trovate? Ne stanno uscendo parecchi e tutti di qualità medio-alta. A riportare in auge una tipologia di film che sembrava morta e sepolta negli anni ’80, ci hanno pensato quelli di Bloody-Disgusting, quando hanno affidato a un gruppo di registi indipendenti quella che sarebbe poi diventata la fortunata saga di V/H/S. A prescindere dai risultati, a mio parere molto altalenanti. è indubbio che l’horror episodi sia tornato in auge proprio sulla scia di V/H/S, ma, partendo da lì, si è sviluppato ed evoluto in nuove direzioni, abbandonando la trappola del found footage e prediligendo narrazioni meno amatoriali. In Southbound, ultimo della nidiata (ma ce ne sono altri da vedere e altri ancora ne stanno arrivando), ritroviamo alcuni dei personaggi che stavano già dietro il progetto V/H/S, come il collettivo Radio Silence, David Bruckner e Roxanne Benjamin, che lì era attrice e qui firma il suo esordio dietro la macchina da presa dirigendo il secondo segmento del mucchio.
Forse non dovrei allargarmi, ma il blog è mio, faccio come mi pare e, se sparo un’iperbole, è solo colpa mia: Southbound rappresenta, per la scena indie horror contemporanea, quello che ha rappresentato, più di vent’anni fa, il film The Twilight Zone. Non solo per un’attinenza di tematiche, sebbene virate al gore e immerse in atmosfere tipicamente dell’orrore, ma anche perché ci mostra quanto di meglio il cinema fantastico indipendente abbia da offrire, senza neppure scomodare i suoi nomi più famosi e ingombranti. Southbound è un compendio, adattissimo per farsi un’idea di quanto sia arrivato lontano l’horror, della libertà assoluta di cui goda, dello straordinario momento di furore creativa che sta vivendo. E noi con lui. Tutto ciò è bellissimo. Ma lo sto ripetendo troppo spesso, vero? Ormai dovreste averlo capito anche voi in quale nuovo periodo d’oro ci troviamo.

southbound

Come sempre, abbiamo la certificazione Larry Fessenden, fornita dalla voce del nostro che ci accompagna, in qualità di uno spettale DJ radiofonico, in apertura e chiusura di quasi tutti gli episodi. Ora, la presenza, anche se solo come voce off, di Fessenden è il più delle volte garanzia di qualità. Se il cinema indie horror americano si trova in questo stato di forma straripante, lo dobbiamo prima di tutto a lui e al suo lavoro, portato avanti nell’ombra e nel disprezzo sin dagli anni ’90. I giovani registi che ora dominano la scena sono tutti, direttamente o indirettamente, figli suoi. Per questo, sottolineare ogni sua apparizione, anche quelle più defilate, è importante. Non si tratta solo di tributare il giusto onore a un gigante del genere, ma vuol dire anche riconoscere un marchio di fabbrica, un’impronta specifica, quella della libertà e del non appiattimento su dinamiche produttive prestabilite. Insomma, anche se dovessero essere film “sbagliati” o non de tutto riusciti, sarebbero comunque frutto di una visione personale e mai imposta o uniformata.

Southbound è incasinato, poco lineare, sconfinante spesso in territori weird, angosciante, violento, improntato all’irrazionale più spinto e ha come elemento fondante e unificante il senso di colpa, o meglio, i fantasmi del nostro passato, remoto o recente, che tornano a rinfacciarci tutti i nostri errori. Con il senso di colpa, se lo si declina nell’horror soprannaturale, si può davvero fare di tutto: le combinazioni della persecuzione sono pressoché infinite e la fantasia dei vari film makers coinvolti può galoppare sfrenata, sfruttando ogni gamma espressiva che il genere fornisce.
Ai quattro registi in campo viene dato un (non) luogo come teatro dei fatti, una lunga autostrada in mezzo al deserto, dove far smarrire i loro personaggi e far loro incontrare i propri demoni e, spesso, la propria fine. Quattro episodi spalmati su un’ora e mezza di durata. Southbond è breve e serrato, mira al sodo, ogni storia ha la durezza di un apologo morale e si conclude sconfinando in quella successiva. L’impressione che se ne ricava non è quindi quella di una serie di segmenti slegati tra loro e a malapena uniti dalla cornice geografica in comune. Al contrario, e nonostante ci siano registi diversi che si alternano dietro la macchina da presa, c’è una forte compattezza, e una coerenza stilistica che fa percepire a stento il cambio nella direzione della messa in scena. Anche la continuità fotografica e di montaggio sono state curate con grande attenzione, segno del fatto che i quattro registi hanno lavorato insieme, portandosi a casa un film che è prima di tutto un’opera collettiva. Si annulla, in questo modo, la fastidiosa patina da show reel che a volte affligge produzioni di questo tipo.

SOUTHBOUNDBENJAMINFEAT

Aprono (e chiuderanno) i Radio Silence, con il doppio segmento The Way Out The Way In, in cui due uomini fuggono su un furgone, non sappiamo da dove, non sappiamo perché. Sono entrambi sanguinanti, feriti e sconvolti. Approdano a una stazione di servizio nel bel mezzo del nulla e, presto, si rendono conto di non poter uscire da lì, che ogni tentativo di allontanarsi dal posto, li riporta sempre nello stesso punto, in un loop spaziale e temporale che potrebbe essere uscito davvero da un episodio di Ai Confini della Realtà.
Conoscevo i Radio Silence solo per la loro non entusiasmante prova nel primo V/H/S ed è la prima volta che li vedo alle prese con un racconto per immagini strutturato in una messa in scena classica. Il gruppo dimostra di saperci fare, sia nella costruzione della tensione sia nella direzione degli attori sia nell’impostare un’atmosfera disorientante (non danno spiegazioni, non ci dicono niente, lasciano volutamente lo spettatore nella confusione più completa) sia nel far deflagrare, all’improvviso, lo splatter. Come inizio, non ci poteva andare meglio. Siamo in mezzo al deserto, non ci stiamo capendo un cazzo e vogliamo sapere. Il film, in pochi minuti, ha ottenuto la nostra attenzione e ora, senza soluzione di continuità, facciamo conoscenza di nuovi personaggi, per entrare subito nel secondo episodio.

Siren, di Roxanne Benjamin, che vede tre ragazze, componenti di una band, bucare una gomma lungo la strada e fare uno strano incontro. È senza dubbio il più lento a carburare, nonché il più lineare e chiaro dei quattro segmenti. La Benjamin si prende tutto il tempo che ha a disposizione per farci conoscere le tre protagoniste e farci capire sia l’affetto che le lega sia le incrinature nel loro rapporto, dovute all’abbandono (o alla morte?) del quarto elemento della band, che pare sia stata tutta colpa della cantante.
Siren è anche il segmento meno esplicito in fatto di violenza, ma non per questo non è efficace, anzi. Costruisce un senso di angoscia, claustrofobia e isolamento in maniera graduale ed esplode sul finale, dopo aver accumulato stranezze su stranezze e aver stretto la sua morsa intorno alle protagoniste.
Anche in questo caso, il finale dell’episodio coincide con l’inizio del successivo, di cui sarà complicatissimo parlare, senza fare spoiler, ma noi ci proviamo.

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The Accident, di David Bruckner, parla di un uomo obbligato, da solo, a soccorrere la vittima di un incidente di cui lui è responsabile, guidato telefonicamente da un’operatrice del soccorso stradale. Bruckner ha tra le mani la storia emotivamente più densa di tutto il film. Due soli personaggi, un ambientazione sinistra quanto basta come quella di un ospedale abbandonato e il famoso senso di colpa che si trasforma nello sforzo disperato di salvare una vita. Il tutto mentre una beffarda voce nell’auricolare ti dà informazioni che potrebbero anche essere sbagliate. E The Accident  rappresenta il picco di Southbond, il momento in cui da buon film a episodi, diventa un’opera eccellente. Data la natura chirurgica del racconto, ci si scatena in dettagli truculenti, fratture scomposte, fiotti di sangue sparati dritti in faccia e disgustose visioni del corpo umano dall’interno. Applausi a scena aperta per Bruckner che, dopo l’ottima prova data in The Signal, nel 2007, avevo dato per disperso.

Jailbreak, di Patrick Horvath (già regista dell’anonimo seguito di The Pact), è un altro bel missile, tutto di corsa, dal ritmo elevatissimo, dove apprendiamo qualcosina in più su questo luogo stregato che fa da sfondo a tutti gli episodi del film. No, nessuno spiegone: è l’azione, ininterrotta, a darci un paio di informazioni, quel tanto che basta per non farci sentire dei perfetti idioti. Anche se, a ben guardare, bastavano le numerose citazioni di Carnival of Lost Souls disseminate ai quattro angoli di Southbound, a dirci il necessario. E poi, la lezione fondamentale di Southbound sembra essere che non sempre è giusto capire tutto, addentrarsi troppo in posti che è meglio restino il più isolati e nascosti possibile.
Si chiude tornando all’inizio, con un bell’home invasion vecchia scuola, The Way In, tanti morti ammazzati, creature tentacolari che emergono da cadaveri e dalla sabbia e parecchi debiti finalmente ripagati.
Considerando che tutta l’operazione sarà costata sì e no un paio di pacchetti di patatine, ma che il livello di professionalità è altissimo, c’è solo da festeggiare. Lunga vita all’horror indipendente e, se queste sono le premesse, sarà un 2016 da ricordare.

13 commenti

  1. Un post che è una boccata d’ossigeno sorellina

    1. Come il film di cui parla🙂

  2. Sì, questo è proprio bello, e anche se secondo me non ha ancora il carattere per essere un qualche tipo di film culto o di tappa importante, vedere finalmente delle storie che esplorano l’horror in tantissime direzioni senza mai cercare temi classici, spiegoni, motivazioni o strutture già viste, è qualcosa di meraviglioso.🙂

    1. Non ce l’ha, credo, proprio per la sua natura episodica. È raro che i film a episodi segnino tappe fondamentali nello sviluppo del genere. Però ne rappresentano alla grande la situazione.
      Io l’ho già visto due volte e sono ancora in preda all’entusiasmo

  3. Sembra bello, speranza di vederlo sul grande schermo?

    1. Non credo, anche all’estero è uscito solo in DTV, dobbiamo aspettare l’home video…

      1. capito, intanto recupero in lingua originale da qualche parte ^^

  4. dinogargano · · Rispondi

    Cinema per me mai , non ho le dinamiche temporali giuste , ma quando esce in home video lo prendo di sicuro .

    1. Sperando che esca, perché non ne sono affatto sicura. Forse Netflix

  5. Se spari un’iperbole è perché Southbound questa iperbole se la merita tutta, mi sa😉

    1. Se la merita, sì… è stata una gran bella sorpresa.

  6. angelus990 · · Rispondi

    Capisco tutto…il non cercare di capire proprio tutto tutto…la “bellezza” dell’horror a episodi… ma in questo film ci sono mancanze narrative impressionanti. A me personalmente si è piaciuto ma alla fine del film pensi “What the fuck!?”…

    1. Io credo che lo scopo del film fosse proprio il WTF

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