Cinema Atomico 10: Testament

91iHt+Fq+lL._SL1500_ Regia – Lynne Littman (1983)

Ho visto per la prima volta Testament quando ero molto piccola, in un passaggio televisivo sulla Rai, suppongo. Non ricordo esattamente l’anno. Con una certa approssimazione, considerando che all’epoca passava più tempo tra l’uscita di un film americano e il momento in cui lo trasmettevano in tv rispetto a oggi, dovrebbe essere stato intorno all’85 o ’86, forse anche qualche anno dopo. Ma ricordo con esattezza l’effetto che mi fece e, adesso che sono una donna adulta, mi domando spesso cosa sia passato per la testa ai miei genitori, quando hanno pensato che sì, in fondo non c’era nulla di male nel farmi vedere un film del genere.
La cosa buffa è che, per un sacco di tempo, non ho saputo neanche il titolo, di quella cosa orrenda che mi aveva fatto dormire nel lettone dei miei per almeno una settimana, in lacrime e terrorizzata, che mi faceva aggrappare alle gambe di mio padre quando usciva per andare a lavoro, perché ero convinta che, in caso di attacco nucleare, lui non sarebbe più tornato e noi saremmo rimaste da sole, a razionare il cibo e a morire lentamente di radiazioni.
Se si parla di percezione della paura atomica, e del modo in cui questa paura veniva alimentata dal cinema, il biennio ’83-’84 è un momento fondamentale. Escono infatti tre film, uno dietro l’altro, due americani e uno inglese, che rappresentano, ognuno a modo loro, il culmine del terrore. E saranno quelli con cui chiuderemo la nostra rassegna.
Più spettacolare e “commerciale” The Day After, più orientato a uno stile documentaristico, e quindi distaccato, Threads, più intimo e doloroso Testament, recuperato pochi giorni fa, con il timore reverenziale che si riserva ai traumi infantili.
È stato bello riconoscere che non ha perso nulla della sua potenza annichilente, che è un film ancora capace di fare male.

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Ambientato in una piccola località californiana, Testament segue le vicende della famiglia Wetherley, madre, padre e tre figli, di cui la maggiore è appena adolescente. Una vita molto normale, tra giri in bicicletta, recite scolastiche basate su Il Pifferaio Magico, piccole scocciature e incomprensioni casalinghe e tanto affetto, che viene improvvisamente sconvolta da un attacco nucleare sugli Stati Uniti. No, non è colpa dei russi, anzi, nessuna ha la più pallida idea di chi abbia cominciato, perché la cittadina rimane presto isolata, dopo che una bomba cade su San Francisco e ogni comunicazione viene interrotta. San Francisco, dove era andato il padre per lavoro, e da dove non farà mai più ritorno.
E così, Carol Wetherley resta sola con i suoi tre bambini, a far fronte a una situazione che peggiora di minuto in minuto, mentre il cibo scarseggia e la gente comincia a morire, mentre la piccola comunità tenta, in ogni modo possibile, di ripristinare una parvenza di normalità, di andare avanti, tirando fuori il meglio di sé.
Non assisterete a spettacolari funghi atomici, in Testament. Non ci saranno razzie e scorribande per accaparrarsi le poche risorse disponibili. Al massimo qualcuno ruberà un paio di batterie per le torce elettriche. La gente non si ammazzerà in mezzo alla strada e nessuno si rifiuterà di aiutare il prossimo.
Ma, se volete sottoporvi a un’ora e mezza di dolore puro, prego, accomodatevi.
Perché non c’è niente di peggio che vedere delle brave persone subire un destino così crudele e, nonostante tutto, provarci a non perdere la propria essenza e la propria dignità.

Nonostante sia un film profondamente drammatico, Testament è anche uno dei più sobri sull’argomento, anzi è forse il più sobrio in assoluto. La macchina da presa di Lynne Littman racconta il dolore senza indugiarvi, scava nell’intimità dei personaggi, ma non assume mai una prospettiva voyeuristica, tutt’altro. Sa allontanarsi quando è necessario, pur consegnando alla storia del cinema una delle più impressionanti fotografie di come potrebbe essere davvero la lenta agonia di un’umanità abbandonata dopo una guerra nucleare.
Ha avuto la sfortuna di essere messo in ombra dal suo cugino, infinitamente più muscolare, The Day After, che forse era più adatto allo spirito dell’epoca, ma credo che, alla lunga, Testament abbia resistito meglio alla prova del tempo e, senza fare uso di dettagli espliciti o ricatti emotivi, riesca a lasciare lo spettatore in uno stato che è, sì, di totale angoscia, ma con una nota dolce di speranza e amore. E non è affatto semplice trovare questo equilibrio, soprattutto quando stai raccontando la vita di personaggi a cui il futuro è stato strappato via.

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In una intervista del 2003, che vi consiglio di leggere, Lynne Littman ha affermato che il suo film preferito sull’argomento è The War Game, il finto documentario del 1961, la cui visione è, ancora oggi, una prova molto dura da sopportare. Racconta di essersi sentita così male, nella sala di Londra dove il film veniva proiettato, da dover essere uscita a vomitare.
Quando il suo film venne mostrato al pubblico, le persone ebbero la stessa reazione. Testament è un’opera disturbante nel pieno senso del termine. Non lo hanno visto in moltissimi, ma chi è riuscito a vederlo non lo ha più dimenticato. Come è successo a me. Si instaura una specie di relazione privata e personale con questo film, che credo risieda nella potenza della caratterizzazione dei personaggi, sia principali che secondari, messi in scena con una vividezza che ha del miracoloso. La loro vita diventa la nostra e quindi ci carichiamo addosso la loro tragedia individuale, che si fa collettiva.

Personaggi, dicevamo, e quindi scrittura: la sceneggiatura di John Sacret Young, tratta da un racconto di poche pagine, a firma di Carol Amen, è di quelle che andrebbero usate ai corsi di cinema: perfetta, in ogni minimo dettaglio, con dei dialoghi che, una volta terminato il film, continuano a perseguitarti per sempre e delle scelte narrative che sono audaci e mai forzate. Alcune sequenze rasentano l’insostenibile e non per quello che si vede, ma per quello che si dice. Ci sono tutta la rassegnazione e il coraggio di esseri umani che sanno di dover morire, ma non hanno intenzione di lasciarsi morire. Ed è in questo contrasto che il film si fa davvero straziante, quando alcuni lampi di consapevolezza squarciano la fittizia normalità che va comunque mantenuta e tua figlia ti guarda negli occhi e ti chiede cosa si prova ad amare qualcuno, perché lei non potrà mai farlo. Arrivano delle mazzate così forti che si avrebbe quasi la tentazione di spegnere e fare altro, ma si resta lì, ipnotizzati,  e si arriva fino in fondo.

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Perché non c’è mai una sola scena che sia eccessiva o di troppo, in Testament, è tutto coerente e solido, non ha sbavature, non possiede punti deboli. Va avanti come uno schiacciasassi, ma lo fa sottovoce, con una delicatezza, anche nel rappresentare la morte, che non permette di staccare lo sguardo dallo schermo: è lo sguardo stesso di Lynne Littman a lasciare soli i personaggi, a rispettarli e a non tramutare mai il loro dolore in uno spettacolo degradante.
Lo hanno accusato di essere un manifesto femminista, Testament. Che poi sarebbe un complimento, ma non so quanto chi ha formulato l’accusa la pensasse così. Manifesto o no, Testament ha anche la rarissima virtù di portare sullo schermo un personaggio femminile come non credo se ne fossero mai visti e come non se ne sarebbero visti mai più: Carol Wetherley (una mostruosa Jane Alexander, che prese la nomination all’Oscar per questa interpretazione) è una donna che rimane da sola ad affrontare l’apocalisse e a spiegarla ai suoi tre figli e non molla un istante, non perde la calma, non permette alla paura di avere la meglio su di lei, accoglie in casa altri bambini che hanno perso i genitori e, soprattutto, tira fuori una forza di carattere d’acciaio e una indipendenza di spirito che è quasi titanica. A lei e al suo diario è affidato il compito di descrivere e giudicare gli eventi e la sua lucidità è spesso spiazzante, le sue scelte sempre tendenti alla ricerca di una soluzione che abbia a cuore la collettività. E, mentre ogni cosa le crolla intorno, lei rimane in piedi, in una continua celebrazione della vita che si prende comunque la sua rivincita sulla fine del mondo.
So di essere di parte e poco obiettiva su Testament e so di non farvi un gran favore a consigliarvelo. Io l’ho rivisto per questa rubrica e ancora non riesco a riprendermi del tutto. Ma credo che ogni tanto sia necessario sottoporsi a un calvario come la visione di questo film, se in cambio ne ricevete tanta bellezza. Non è un film facile e non è intrattenimento, ma è un film che riesce a smuoverti, in un certo senso, a cambiarti, un film dopo il quale niente rimane uguale a prima.
E il cinema, ogni tanto, ha anche il dovere di fare male.

7 commenti

  1. Mi da che ce lo siamo visto più o meno Nello stesso periodo anche perché non mi sembra abbia goduto di tanti passaggi. Rai3 di questo sono sicuro. È pacato e soffuso eppure devastante. Nessun dubbio che sia il più autorale del genere

    1. No, non era uno di quei film che passava con frequenza in tv, anche perché penso avrebbe finito per traumatizzare intere generazioni.
      Ed è il più autoriale e anche quello che scava più a fondo. Senza, di fatto, mostrare neanche un fungo atomico.

      1. Infatti. Solo la luce del lampo…

  2. dinogargano · · Rispondi

    Visto in tv e ho preso il DVD anni fa . Bellissimo , condivido in pieno la critica che ne hai fatto , tra l’altro penso che sia moooolto più realistico rispetto ad altri titoli che tu hai citato su come andrebbero le cose .
    Nell’ipotesi di attacco nucleare la disgregazione della società civile richiederebbe almeno 2 anni per completarsi , secondo quello che mi hanno insegnato alla scuola di guerra , e non credo si sbagliassero di tanto .

    1. È così misurato, rigoroso, eppure non è mai distaccato dalle vicende. C’è una enorme empatia con la sorte dei protagonisti. Ed è bellissima la loro reazione, così “stoica” alla tragedia.

  3. Credo proprio di essermelo perso questo manifesto antiatomico d’epoca (come lo fu un paio di decenni prima The War Game), ai tempi, ed è un peccato visto quello che ne hai scritto. Urge recupero…

    1. Sì, assolutamente, perché è un bel pugno nello stomaco che fa sempre bene😉

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