Nina Forever

0a05Nina-Forever Regia – Ben e Chris Blaine (2016)

Cominciamo con un po’ di musica, perché penso che i due fratellini terribili dietro la macchina da presa di Nina Forever abbiano scelto tutti i brani di repertorio con estrema cura, soprattutto Astronaut, che ricorre in svariate occasioni e che potrebbe essere considerato quasi il tema del personaggio di Nina.
Che è una ragazza già morta al fotogramma numero uno del film. Ma siamo in una horror – comedy soprannaturale e sappiamo tutti che i morti non hanno alcuna intenzione di stare dove dovrebbe loro competere.
Riflettendoci bene, a Nina Forever non si adatta poi tanto la definizione di horror-comedy, anche se, per pura comodità, è la più facile da usare. Ovviamente c’è del sangue, anche tanto, nonché un cadavere che compare nei momenti meno opportuni, e si sorride, a volte si ride persino, per le battute al vetriolo pronunciate da Nina e per le situazioni ai limiti del surreale in cui vengono a trovarsi i personaggi. Ma, se si gratta appena la superficie dell’umorismo, si spalanca un notevole abisso di disperazione, che è l’elemento più ingombrante e di complicata gestione del film. Un film sottile, che ha la capacità non comune di entrare sottopelle, di smuovere sia le emozioni che il pensiero e di farlo con leggerezza, anche affrontando tematiche di un certo peso, come il lutto, la perdita, la necessità di andare avanti e quello strano impulso che spesso abbiamo, a investire il prossimo delle nostre proiezioni, illudendoci di aiutarlo, quando invece stiamo solo cercando di scappare da noi stessi.
C’è una linea di dialogo fondamentale, verso la fine del film, che forse è la sua chiave interpretativa migliore: “Aiutare gli altri è la droga più potente che ci sia”.
Ma a un certo punto l’effetto svanisce.

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Quando inizia il film, sono passati un paio d’anni dall’incidente stradale in cui Nina ha perso la vita. Il suo fidanzato, Rob, lavora in un supermercato. Tra i colleghi gira voce che abbia tentato il suicidio e Holly, una ragazza di diciannove anni che sta studiando per diventare paramedico e lavora nello stesso supermercato di Rob, è attratta da lui. I due si parlano un paio di volte, si piacciono e iniziano a frequentarsi. Una sera, Rob invita Holly a casa sua e, mentre stanno facendo l’amore, spunta dal materasso il cadavere parlante di Nina, spargendo sangue su lenzuola e corpi e reclamando il suo posto nella vita di Rob: lei non è la ex di nessuno e il fatto che sia morta non significa che Rob abbia rotto con lei.

Ma Holly non è un tipo che si fa impressionare facilmente e così decide di restare comunque accanto a Rob, nonostante Nina appaia ogni volta che i due fanno sesso. Gli effetti dell’ingombrante presenza di Nina sono, all’inizio, esilaranti, come nella scena in cui Holly cerca di coinvolgere anche lei nell’improbabile relazione a tre. Ma, col tempo, le cose si fanno sempre più cupe e opprimenti e dalla commedia ci si ritrova invischiati nel dramma, quasi senza rendersene del tutto conto.
Tra i maggiori meriti di Nina Forever c’è quello di non scadere mai nella volgarità gratuita o, peggio, nella pornografia, anche se il soggetto potrebbe prestarsi a scivoloni di questo tipo. Quindi, se vi aspettate una robetta grossolana sul sesso con gli zombi, passate pure oltre. Non è in quei territori che ci troviamo. Siamo più dalle parti di un sofisticato studio sui caratteri, che utilizza il fattore soprannaturale per sollevare nello spettatore tutta una serie di domande.
Per esempio, da chi è davvero evocata Nina? Di chi è la cattiva coscienza? Di Rob, che non riesce a dimenticarla e a proseguire con la sua vita, o di Holly che non riesce a sentirsi completa e realizzata se non si trova accanto a qualcuno da salvare, curare, sistemare?

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Ci sarebbe da chiedersi chi stia infestando chi, se non fosse che Nina non è un’entità fantasmagorica e impalpabile, ma un essere fatto di carne e sangue. Soprattutto sangue, che imbratta la pelle degli altri due protagonisti, le pareti della loro stanza, diventa una macchia sul materasso che, per quanto tu lo possa girare dall’altro lato, sempre lì resta. Nina esiste a un livello concreto di realtà e questo permette ai fratelli Blaine di rendere le sue frequenti apparizioni sempre molto efficaci e sorprendenti, ogni volta diverse. La prima è da antologia, con quel braccio che emerge dal letto e va a ghermire un piede di Holly. Ottima anche l’interpretazione che ne dà Fiona O’Shaughnessy, con le sue movenze dinoccolate e il piglio sarcastico, sebbene il personaggio che resta nel cuore è quello di Holly, grazie all’intensità e alla bravura di  Abigail Hardingham, in grado di trasmettere sia l’innocenza di una ragazza giovanissima, sia il suo lato oscuro e morboso che viene fuori gradualmente.

La regia dei Blaine non offre particolari guizzi: è dinamica, pulita, ogni tanto si concede qualche inquadratura a effetto (le apparizioni di Nina nello specchio, che nulla hanno a che spartire con il classico jump scare, la prima notte di lavoro di Holly come paramedico), ma non mira a stupire lo spettatore, quanto a essere funzionale e al servizio della storia narrata. Dove invece i Blaine si scatenano, è nel montaggio. Nina Forever è uno dei film meglio montati che io abbia mai visto negli ultimi anni, soprattutto per come riesce a mischiare le carte, anticipando o posticipando i momenti chiave, spezzettando i dialoghi, invertendo i rapporti di causa effetto tra gli eventi. È uno stile di editing molto coerente, poiché ricorre in diversi momenti del film, diventandone la cifra estetica principale. Non è innovativo, ma è utile sia alla narrazione che all’atmosfera da fiaba strampalata del film e, nella sua non linearità, riesce ad avere un forte impatto emotivo, costringendo lo spettatore a subire lo stesso processo di destabilizzazione dei protagonisti.

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E ora che abbiamo affrontato il lato tecnico e gli aspetti più evidenti del film, se vi va, proviamo ad andare, una volta tanto, più a fondo, perché Nina Forever si merita di essere guardato e interpretato con particolari attenzioni. Si tratta di un film che ha molti strati e, se ci si limita a coglierne quelli esterni, ce lo si gode comunque, perché come intrattenimento ad alto tasso di intelligenza, con qualche piccolo spunto di riflessione e un paio di momenti commoventi, fa il suo lavoro in modo egregio. Ma, per recuperarne l’anima nera, è necessario scavare un po’ di più.
Parliamo di segni, di cicatrici, di quello che ci lasciamo dietro quando ce ne andiamo. Parliamo di morte, e della sua elaborazione da parte di chi resta in vita. E parliamo di cinema dell’orrore, che della morte è il cinema per eccellenza e che da sempre sulla morte si interroga.
Proprio la morte, intesa in decine di modi diversi, è al centro di Nina Forever, frase tatuata sulla schiena di Rob e che anche Holly si farà poi tatuare. Una presenza che è sì fisica, ma soprattutto mentale e intima. Attrazione morbosa per la morte da parte di Holly, impossibilità di dimenticare a “andare avanti” (ma quanto è brutta questa espressione) per Rob. E poi ci sono i genitori di Nina, le due figure più tragiche del film, proprio per il loro ruolo da comprimari e spettatori passivi, ché altro più non possono essere.
Strascichi, dicevamo, lasciti e cicatrici.
Parla di questo, Nina Forever, di ferite che non si rimarginano. E lo fa con un mezzo sorriso storto e un tono sempre lieve. Difficile essere così pesanti rimanendo leggeri. Difficile andare così a fondo dando l’impressione galleggiare in superficie. Deve essere una di quelle cose che solo la superiore razza britannica è in grado di fare.

7 commenti

  1. Condivido la tua considerazione finale. Solo la cultura anglosassone riesce a trattare con leggerezza temi così pesanti. Noi, da paese bigotto e ipocritamente cattolico, ostentiamo inutili pudori a fronte di ciò

    1. Verissimo. Da noi, una storia simile non sarebbe possibile. Oppure diventerebbe una roba pecoreccia…

      1. Noi abbiamo quel capolavoro inarrivabile che è “Più di là che di qua”, di Antonio Amurri, che nessuno inspiegabilmente ha mai pensato di portare su schermo – e che tuttavia è virato fortemente alla commedia e se offre spunti per la riflessione, lascia al lettore il compito di svilupparli. Ma, certo, parliamo di un libro che ha quarant’anni almeno.

      2. Oggi come oggi, trattare simili tematiche a casa nostra porterebbe a risultati oscillanti fra il pecoreccio -appunto- e l’insopportabile retorica incentrata proprio su quel dover “andare avanti” (con l’aggiunta di consolatorie minchiate tipo “il tempo guarisce tutte le ferite”, magari, dove Nina Forever mette efficacemente in scena l’esatto contrario). Lo stile britannico, imprescindibile per condurre questa storia, da noi non raggiungerebbe mai il grande pubblico… 😦

  2. Lo vedrò sicuramente, anche incuriosito dal filone (Buryng the Ex, Life After Beth… ci starebbe prima o poi uno specialone su questo sotto sotto genere, della memoria sentimentale (sempre maschile a quanto sembra) che si rifà carne?).

    Le tue conclusioni mi hanno portato alla mente una frase, un titolo apparentemente di tutt’altro genere. Le cicatrici, i segni del passato, ciò che portiamo con noi, che ci portiamo appresso. Quello che ci segue, senza lasciarci andare, “It follows”.

  3. Vorrei proprio capire chi ha messo la dicitura comedy, non ne ho trovata nemmeno un po’ iomè.
    Mi è piaciuto molto, tutti gli spunti di riflessione che ha generato… Credo l’idea che mi ha colpito di più sia la fisicità di Nina. Non è un -fantasma- magari generato dal tuo pensiero, che solo lì e nei tuoi confronti può aver spazio d’incidenza; è un corpo fisico, con cui pure oggetti inanimati come le lenzuola si trovano ad avere a che fare.

    1. Diciamo che ci sono delle situazioni leggere, in cui si sorride e a volte si arriva proprio a ridere, anche se sempre con una certa amarezza di fondo.
      Però sì, sono d’accordo, non è una commedia. O almeno, chiamarlo commedia è estremamente riduttivo.

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