I Dimenticati: Tenebre, di Robert McCammon

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Che poi sarebbe lo scialbo e anonimo titolo italiano di Swan Song, romanzo post apocalittico tra i migliori degli anni ’80, pubblicato per la prima volta nel 1987 e giunto qui da noi nel 1991, con la collana Mystbooks della Mondadori. Oggi, il libro non è facile da rintracciare, almeno nella nostra lingua. Credo sia andato fuori catalogo da almeno una quindicina d’anni. Ma in inglese lo trovate ovunque. Qui, per esempio, in cartaceo e in ebook.
Amo moltissimo la narrativa di McCammon e scegliere un suo romanzo è stata una vera e propria impresa. Ho optato per Swan Song, alla fine, perché non è tra i più conosciuti dalle nostre parti. A differenza di molti suoi colleghi spariti dalla circolazione dalle nostre librerie, lui ha avuto una riscoperta temporanea all’inizio del secolo per merito della Gargoyle Books, che ha rimesso in circolazione alcune delle sue prime opere, come Hanno Sete, L’ora del Lupo e La Via Oscura.
Purtroppo, Swan Song non ha avuto la stessa fortuna: è stato completamente dimenticato, forse perché si tratta di un romanzo davver0 corposo (si aggira sulle ottocento pagine), forse perché spesso si tende a confonderlo con L’Ombra dello Scorpione e si teme il confronto con King.
Confronto che non ha alcuna ragione di esistere, dato che i due libri hanno poco in comune: entrambi hanno come punto di partenza la fine del mondo, che avviene tramite influenza nella storia di King e per mezzo di guerra nucleare in quella di McCammon, entrambi vedono il formarsi di un conflitto tra bene e male, su cui si gioca il destino dell’umanità. Ma non c’è davvero altro. Manca, per esempio, in Swan Song, tutto l’elemento religioso che era invece centrale ne L’Ombra dello Scorpione. E anzi, la presenza divina viene fortemente messa in discussione. Più che a Dio, si fa riferimento a una sorta di forza sovrannaturale e magica che permea la realtà, un afflato di vita che continua a resistere e a fare di tutto per non soccombere, anche in un inverno perenne e radioattivo.
Per il resto, in Swan Song, l’umanità (quel poco che ne resta dopo la guerra) è sola e da sola deve cavarsela.

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Non si sa chi abbia iniziato, se il blocco occidentale o quello sovietico. Forse si è trattato semplicemente di un errore: un comandante di sottomarino troppo zelante o troppo spaventato. Ma, in una calda mattina d’estate, la guerra nucleare è iniziata e terminata in pochi minuti, lasciando sul terreno milioni di cadaveri e un mondo devastato. Chi non è morto durante i bombardamenti, lo sarà a breve per l’avvelenamento da radiazioni. Chi invece sopravvive, è orribilmente sfigurato dalle ustioni. Sono davvero in pochi quelli che sono riusciti a restare in vita senza conseguenze. Oltre alle cicatrici e le cheloidi, c’è anche un’altra malattia che rende il viso una mostruosità irriconoscibile: la Maschera di Giobbe, una serie di escrescenze cornee che ricopre la faccia e lascia a stento delle fessure all’altezza di naso e bocca per respirare.
Seguiamo le vicende di tre diversi gruppi di personaggi, tutti affetti da questa strana deformazione: Sister Creep, una vagabonda di mezza età che trova, tra le macerie di New York, un cerchio di vetro in cui si sono fuse delle pietre preziose e che sembra avere il potere di predire il futuro; il colonnello Macklin e il suo secondo Roland, intenti alla costruzione di un esercito con il compito di dominare ciò che resta del mondo; Swan, una bambina che è riuscita a salvarsi rimanendo intrappolata nel rifugio antiatomico costruito sotto una stazione di servizio, e il suo angelo custode Josh, un ex lottatore gigantesco che deve prendersi cura della bambina a ogni costo. Swan è infatti in grado di far tornare in vita la terra, di far crescere le piante e di percepire il dolore e la gioia di tutte le creature viventi.

Questo è appena l’antefatto di un’epopea che, dalla prima volta in cui mi è capitato di metterci le mani sopra, da adolescente, ha rappresentato per me l’immaginario apocalittico per antonomasia. Swan Song è un romanzo da cui è davvero impossibile staccare gli occhi, quando si inizia a leggerlo. Ottocento pagine che, se si ha il tempo, si bevono in pochi giorni, con dei personaggi e uno scenario tratteggiati con impressionante forza espressiva.
La catastrofe nucleare dei primi capitoli è una roba che non si dimentica facilmente e mi ricordo che, ogni tanto, mentre leggevo, mi guardavo alle spalle e scrutavo il cielo, tanto per essere sicura che non mi piovesse in testa qualche missile. Un potere di suggestione che appartiene solo ai maestri della narrativa di genere. E McCammon fa parte sicuramente dell’eletta schiera dei maestri.
Entrare nell’universo apocalittico di Swan Song significa essere pronti ad affrontare un lungo e doloroso viaggio alla ricerca della bellezza e della speranza. Siamo dalle parti dell’epica popolare, non della mera lotta per la sopravvivenza.

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Robert McCammon sceglie, come protagonisti positivi del suo romanzo, una senzatetto, una bambina che vive in una roulotte con la madre alcolizzata, e un wrestler fallito. Tre disperati, insomma, circondati da altrettanti esempi di emarginazione sociale, spiantati di ogni risma, poveracci, disadattati e folli. È una scelta ben precisa, soprattutto quando la si mette a paragone con gli antagonisti, i cattivi, i militari dell’Esercito di Eccellenza, che vogliono sterminare tutti quelli con cicatrici da ustione in nome di un’ideale di purezza che richiama pessimi ricordi. Un vecchio colonnello con manie di grandezza e un ragazzino viziato privo di empatia nei confronti del prossimo sono a capo dell’EdE.
Si confrontano quindi due visioni del mondo antitetiche, descritte con un manicheismo che, una volta tanto, non sembra mai fuori posto, data la profonda umanità dello schieramento dei “buoni”, dato che ognuno di loro (esclusa Swan, che al momento dei bombardamenti, ha una decina d’anni) ha un passato pieno di errori, sofferenza, macchie indelebili.
In fondo, Swan Song parla di redenzione e sacrificio, di come decidere da che parte stare sia un dovere morale che diventa ancora più importante nel momento in cui la fine della civiltà dà a tutti l’illusione (e la giustificazione) che non esista più, una morale.
Perché, secondo McCammon, il crollo delle istituzioni che ci impedivano di comportarci come bestie non è e non sarà mai una giustificazione. E non basta, come è nei programmi dell’EdE (e degli altri vari eserciti che si costituiscono negli anni successivi ai bombardamenti) ricostruire l’ordine e la disciplina. Non sono ordine e disciplina a definirci come civiltà, ma l’empatia, l’amore, la fiducia nel prossimo.

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L’elemento soprannaturale non è rappresentato solo da Swan e dal cerchio di vetro trovato da Sister Creep. Se le due donne rappresentano la magia positiva del mondo, c’è anche spazio per il loro contraltare maligno, L’Uomo dall’Occhio Scarlatto, colui che i soldati chiamano Friend e che ha come missione quella di distruggere ogni residuo di bellezza, perché è nell’angoscia e nella disperazione che il male prospera.
Ed è proprio nel personaggio di Friend che, a mio avviso, Swan Song supera L’Ombra dello Scorpione: se si tratta del diavolo, non è un diavolo tentatore, non forza gli altri a commettere crimini, non costruisce una città a sua immagine. Vaga da solo per le lande desolate, coperte di cenere e neve, del mondo distrutto dal conflitto e non ha bisogno di spingere nessuno a compiere il male. I militari ci pensano benissimo da soli, sono già corrotti, sono già incapaci di comprendere un linguaggio diverso dalla violenza. Non c’è, come nel romanzo di King, la lotta tra due comunità, una bucolica, gestita da una vecchia predicatrice, e una tecnologica. Qui c’è solo un esercito che vuol fare del mondo il proprio terreno di conquista e delle presenze, benigne e maligne, che hanno un ruolo da spettatori e non da artefici.
L’umanità di McCammon è più libera di quella di King, lo è nel bene e nel male e le scelte compiute dai personaggi, da questo punto di vista, hanno un peso maggiore. Non ci sarà nessuna grazia divina alla fine del cammino, solo la consapevolezza di essersi comportati nel modo giusto.

L’illustrazione che vedete nell’articolo, quella con tutti i personaggi principali del romanzo, è presa da qui. Date un’occhiata che ne vale la pena.

12 commenti

  1. dinogargano · · Rispondi

    McCammon è uno dei miei autori preferiti del genere , insieme a Simmons e Jeff Long , altro autore geniale misconosciuto in Italia .
    Ho tutto quello edito da noi , tra cui questo romanzo , ed è un vero peccato che nessuno si sia finora preso la briga di editarlo in digitale , insieme al resto delle sue opere , ma visto l’andazzo editoriale nel paese , non mi stupisco di nulla , ormai …

    1. Infatti io rimango davvero sorpresa da come certi autori vengono sistematicamente ignorati, dalle nostre parti. È un delitto.

  2. Ricordo in tempi non sospetti che sull’Isaac Asimov magazine, del quale ero avido lettore, nelle recensioni dedicate all’horror, McCammon era sempre lodato

    1. McCammon è un grandissimo. Uno dei nomi più “pesanti” della grande stagione della narrativa horror anni ’80. Peccato che qui non se lo ricordi più nessuno.

  3. Eccellente autore ingiustamente dimenticato (ma solo da noi), e che ha un catalogo divertente e variato.
    Io, dovendo scegliere un titolo, mi butterei su “They Thirst” – più fracassone e “disimpegnato” (almeno in superficie) del quale mi domando da vent’anni perché nessuno abbia mai pensato di fare una miniserie TV. Ma tutti i romanzi di McCammon sarebbero “TV-friendly”, e invece… mah!

    1. Ma anche questo sarebbe perfetto per una miniserie. Soprattutto oggi, che l’apocalisse va così di moda. E invece niente.

      1. Credo che il problema sia dovuto al fatto che mentre King è diventato un autore “popolare”, McCammon – come molti altri – rimane un autore di genere, e sconosciuto al di fuori del genere stesso.

        1. King, dopo essere stato stroncato coi suoi primi lavori, è stato accettato in società. McCammon e gli altri restano “scribacchini”.

          1. Il che è assolutamente discutibile, naturalmente – ma difficilmente si riuscirà a superare il pregiudizio🙂

  4. Una miniserie tratta da Tenebre potrebbe magari anche fungere da stimolo per riscoprire l’opera di McCammon in toto, dalle nostre parti (lo so, mi sto illudendo da solo. A partire dallo sperare che la realizzino, la miniserie). Ne verrebbe fuori qualcosa di più maturo, articolato e intrigante rispetto a l’adattamento de L’Ombra dello Scorpione, oltre che privo della sua pacchianissima manona “divina” televisiva…

  5. Non verrà mai ribadito abbastanza quanto sia disperante per un appassionato di horror dover ravanare periodicamente tra le bancarelle per potersi procurare McCammon, Simmons, Lumley e compari… Stesso discorso per il “noir urbano” o come accidenti vogliamo chiamarlo. Nelle librerie italiane trovi anche la lista della spesa di Lansdale (che a me piace tantissimo, per carità) ma di Ketchum è stato tradotto credo un libro solo e Winslow lo stanno scoprendo solo ora.

    1. Ma infatti è un incubo. Io sono contenta di aver vissuto i primi anni ’90 da lettrice, perché così ho una biblioteca ben fornita, da quel punto di vista. Ma per chi non c’era, è da impazzire.

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