American Horror Story: Hotel

American Horror Story: Hotel

Come ogni anno, dal 2011 a questa parte, si torna a parlare delle serie horror per eccellenza, quella che, tra alti e bassi, porta avanti la bandiera dell’orrore su piccolo schermo con un atteggiamento che è sempre stato arrogante e strafottente come i suoi creatori, i mai troppo osannati Brad Falchuk e Ryan Murphy, a cui va tutta la mia gratitudine. È vero che la qualità delle stagioni, dopo quel capolavoro (che cerco di rivedere una volta l’anno) di Asylum, è andata calando, ma, quando si parla di AHS, anche i suoi momenti peggiori (come Coven) sono quanto di meglio la tv abbia da proporre. Insomma, una stagione fallimentare di AHS corrisponde a una ottima stagione per una serie “normale”.
Mantenendo una parvenza di obiettività (e voi sapete che non AHS mi manca), possiamo dire che, se Asylum è il punto più alto e Coven il più basso, questa stagione appena conclusa di AHS, ambientata nel fatiscente Hotel Cortez di Los Angeles, si trova molto più vicina ad Asylum che a Coven. Intendiamoci, non la sfiora neanche, Asylum, ma era dai tempi di Sister Mary Eunice e compagnia che non stavo in ansia tra una puntata e l’altra, chiedendomi cosa sarebbe successo e non soltanto a che punto gli autori sarebbero stati capaci di arrivare sulla scala delle atrocità.
Se in Freakshow l’ambientazione era già di per sé sufficiente a farsi storia e non era neanche più necessario imbastire una sceneggiatura con una qualche forma di coerenza interna, con Hotel torniamo alla necessità di raccontare qualcosa, di dare uno spessore al festino di sangue, sesso e perversione che ormai funziona come un meccanismo a orologeria, ma aveva iniziato a stancare.

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Non partiva sotto buoni auspici, AHS Hotel: l’abbandono di quel mostro di carisma di Jessica Lange, che era stato il perno attorno cui Murphy e Falchuk avevano fatto ruotare Coven e Freakshow, aveva preoccupato un po’ tutti gli spettatori e i fan di vecchia data. Quando poi è arrivata la notizia che a prendere, in un certo senso, il posto della Lange sarebbe stata la non attrice Lady Gaga, avevo storto il nasino persino io. Ora, è stata sicuramente una decisione coraggiosa e anche premiata, data la vittoria di Lady Gaga ai Golden Globe di quest’anno. Vittoria forse non del tutto meritata (c’era Jamie Lee Curtis tra le nomination, insomma, un po’ di decenza), ma non stiamo qui a questionare le opinabili scelte della giuria. Ciò che conta è che la presenza di Lady Gaga è stata efficacissima, in questa stagione della serie. Le hanno scritto un personaggio cucito su misura e lei non ha dovuto fare altro che indossarlo e prendersi gli applausi. L’essere centenario che Gaga interpreta, direttamente estrapolato per voi da The Hunger di Tony Scott, di cui c’è anche una  citazione diretta nel primo episodio di Hotel, è un piccolo capolavoro di scrittura, è il cuore malato e infetto al centro di una stagione che si basa, nella sua interezza, su varie declinazioni, non ortodosse, dell’amore.
Che può essere amore di una madre per un figlio, di una governante fissata con la pulizia per il suo datore di lavoro serial killer, di un poliziotto psicopatico per sua moglie e di un vampiro per il suo creatore. Ma sempre di amore si tratta. E Murphy e Falchuk ce lo presentano in ogni sua sfumatura, dall’eccesso all’assenza, e non ce lo fanno mai percepire come sbagliato o fuori posto.

Il male, in AHS Hotel, non risiede all’interno dell’albergo. Si compiono azioni spregevoli, si uccide senza neanche starci troppo a riflettere e si consumano atroci vendette per cui si è atteso secoli. Eppure, neanche quando il Cortez diventa teatro dell’annuale riunione dei più spietati assassini seriali della storia, si ha l’impressione di trovarsi in un luogo malvagio. Pericoloso, certo, mostruoso nell’accezione più ampia del termine. Ma non cattivo. Il Cortez è più un rifugio per anime reiette e respinte. Ed è sempre stata una caratteristica tipica di AHS, quella di essere un inno alla diversità e, allo stesso tempo, sfuggire l’identificazione forzata tra diversità e bontà, di spingere lo spettatore a provare empatia per personaggi capaci di commettere le azioni più efferate, portando alla luce la loro umanità. Non si tratta di pura e semplice fascinazione per il lato oscuro dell’esistenza, per il male che può essere profondamente liberatorio e per l’atto violento in sé che assume un valore catartico. Questo elemento è presente quando AHS si fa più sardonica e provocatoria, come era successo in Coven, o come accade per alcuni personaggi in Hotel. Ed è l’elemento più convenzionale e meno interessante, quello derivativo, che frulla la cultura pop, e la sputa in faccia a noi spettatori in una sorta di caleidoscopio all’insegna dell’amoralità priva di ogni limite.

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In realtà, le stagioni migliori della serie (Asylum e, subito a ruota, Hotel) riescono a farsi anche portavoce di una profonda etica narrativa, che ha la sua ragion d’essere nella lealtà sviluppatasi tra gli emarginati e i rifiuti sociali di ogni tipo, forma e maniera. In Freakshow era una cosa evidente dalla scelta della deformità come principale cifra stilistica. In Hotel, la questione è più ambigua, perché abbiamo a che fare con un concetto di dannazione molto peculiare, con un inferno, l’albergo, che non tortura, ma accoglie i suoi ospiti in eterno, dando loro uno scopo e una funzione che in vita non avevano. Ma, ed ecco il risvolto etico di cui parlavamo, non è uno scopo che viene fornito in automatico: bisogna cercarlo nel labirinto del Cortez e non lo si trova se non collaborando e cercando la fratellanza delle altre anime dannate, degli altri reietti, delle altre vittime e carnefici che popolano quei corridoi.
E così, personaggi che sono stati nemici lungo tutta la durata della serie, dovranno riappacificarsi, mettere da parte la furia cieca di una violenza che forse in Hotel ha raggiunto un livello mai visto neanche negli episodi più truci di Asylum, e imparare a coesistere.

Hotel  può contare su un cast di attori (e relativi personaggi) memorabile: a parte la già citata Contessa di Lady Gaga, ci sono quasi tutte le vecchie conoscenze delle stagioni precedenti, tra cui emergono, per lo spessore tragico dei loro personaggi e anche per l’abilità con cui ormai si calano in questi ruoli sopra le righe senza farne mai macchiette, Kathy Bates, Sarah Paulson e un immenso Denis O’Hare, a cui è stata affidata una di quelle parti in grado di definire una carriera. Non deve stupire che questo attore, sempre un po’ in ombra nelle stagioni precedenti, sia venuto finalmente alla ribalta in tutto il suo carisma nel momento in cui ha dovuto interpretare un personaggio femminile. Siamo in AHS, dopotutto. Può sembrare che il sottotesto femminista di Asylum si sia un po’ perso per strada, ma non è così: rappresenta, al contrario, e insieme a quella sentitissima e mai superficiale pietas nei confronti degli individui che la società non identifica come normali, il filo conduttore di ogni stagione di AHS, dai tempi di Murder House.

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Purtroppo, anche Hotel soffre in parte degli stessi difetti di Coven e Freakshow: pur tornando a un concetto di narrazione meno frammentario e più coerente, non sempre riesce a connettere in modo armonioso le decine e decine di trame secondarie che si affastellano le une sulle altre, rischiando di creare una gran confusione più che l’anarchia apparente di Asylum. Inoltre, spesso indugia in una provocazione fine a se stessa, a cui manca una struttura portante per essere davvero destabilizzante e che affoga in tonnellate di glamour buttato lì perché c’è Lady Gaga e allora vai con lo sfarzo privo di senso.
Non so cosa prevedere per il futuro di questa serie: Hotel potrebbe essere una stagione di transizione con il compito di riportare AHS a quello che era all’origine. O forse, la prossima incarnazione della creatura di Murphy e Falchuk sarà soltanto un carrozzone comico-grottesco all’insegna dello splatter più sfrenato e di un’estetica ancora più barocca ed estrema, ma tutto sommato normalizzata. Io spero nella prima ipotesi, perché AHS può dare ancora tantissimo all’horror televisivo. Può tornare, come è accaduto in parecchi episodi di Hotel, a far paura, a inorridire, a stordire di angoscia gli spettatori e, perché no, a farsi grande affresco degli orrori della nostra vita quotidiana.

8 commenti

  1. Insomma tanto amore

    1. Tonnellate di amore

  2. Mi ci metti curiosità, sai? io devo ancora recuperare freaks, purtroppo!

    1. Ma il bello di AHS è che si possono anche vedere le varie stagioni separatamente. I collegamenti ci sono, ma se non li si coglie, non succede nulla.

      1. Sì ma io sono uno molto ordinato!

  3. “Il Cortez è più un rifugio per anime reiette e respinte.”
    Ecco.

    1. Come ogni luogo di AHS: persino il manicomio di Asylum, alla fine, raccoglieva reietti.

  4. Non sarebbe male, in effetti, se Hotel fungesse da transizione verso un ritorno alle origini: d’accordo, Asylum rimane comunque una stagione non facile da eguagliare, ma Murphy e Falchuk saprebbero raccogliere benissimo la sfida (più interessante, a questo punto, del “semplice” sciogliere ancor più all’estremo le briglie dello splatter e del grottesco)…

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