Pride and Prejudice and Zombies

n8itxir Regia – Burr Steers (2016)

Come sapete, nutro un enorme rispetto nei confronti del cinema di intrattenimento puro, sempre se condotto con un certo grado di intelligenza e consapevolezza. L’horror fracassone e senza pretese non mi ha mai fatto niente di male e, anzi, pur preferendo un altro tipo di pellicole, a volte rifugiarmi in un prodotto che non mi chiede altro se non di sedermi per un paio d’ore, godermi lo spettacolo e tornare a casa con un sorriso, rappresenta, per un tipo come me, una vera e propria disintossicazione. Ne ho bisogno.
So che con la scusa del “è divertente” sono passate le peggiori e indifendibili porcate che la storia del cinema ricordi. Questo perché anche l’intrattenimento è soggetto a varie interpretazioni e si sviluppa su diversi livelli, che vanno dal grado zero di certe commedie a incassi stratosferici italiane, alle zone più alte rappresentate, tanto per fare un esempio molto scontato, dai cinecomics più riusciti (non tutti, anzi, una minoranza) della Marvel.
Dove si situa, in questa scala immaginaria, un film come Pride and Prejudice and Zombies?
Abbastanza in alto, perché è un’operazione molto più colta e sottile di quanto non si creda e (mi sbilancio) rappresenta una delle migliori trasposizioni, nonché una delle più fedeli, del romanzo della Austen.
Con i bonus della pandemia di morti viventi che infetta l’Inghilterra del XIX secolo, una quantità abnorme di mazzate, orde di zombie famelici, tonnellate di ironia e Matt Smith che, interpretando l’insopportabile Collins, azzecca addirittura il ruolo della vita, ovviamente su grande schermo, prima che qualcuno mi salti alla gola.

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Non ho letto il libro di Seth Grahame-Smith, ma conosco molto bene Orgoglio e Pregiudizio e ho avuto l’impressione di assistere a una divertita e affettuosa rievocazione del romanzo della Austen, capace di essere al tempo stesso irriverente e ossequiosa. In fin dei conti, PPZ (così parliamo anche del ridicolo acronimo che la distribuzione italiana ha pensato bene di appioppare al film) è una commedia romantica in costume, basata su quello che (e mi perdoni la Austen) sarebbe diventato lo schema fisso, e ripetuto allo stremo, di ogni commedia romantica cinematografica, cominciando con la screwball comedy degli anni ’30: due individui che, per tutta una serie di motivi (estrazione sociale in primis) cominciano con l’essere antagonisti e, inevitabilmente, finiscono per innamorarsi.
In tutto questo, cosa c’entrano gli zombie?
L’inserimento del fattore pandemico permette di apportare tutta una serie di gradite variazioni al tema. Ed è interessante come è stato trattato, perché riesce a non intaccare la struttura classica del romanzo e, contemporaneamente, a diventarne l’elemento chiave.
Si immagina che i morti abbiano iniziato a risorgere molto tempo prima lo svolgersi della storia. Lo zombie  quindi un elemento acquisito, fa parte del contesto in maniera naturale. Le sorelle Bennet sono state addestrate sin da piccole a far fronte alla minaccia, sanno maneggiare spade e pistole, hanno appreso le arti marziali in Cina, sono giovani donne forti e indipendenti e Darcy è un esperto cacciatore di zombie.
Ma la presenza ormai assodata dei morti viventi non ha modificato in niente i cerimoniali sociali, l’educazione, la mentalità e anche le convenzioni del XIX secolo. Si viene così a creare un cortocircuito molto più moderno di quanto un prodotto del genere possa far pensare, tra cinque sorelle abituate ad agire e a pensare in maniera del tutto autonoma e una società che le vorrebbe semplice “carne da marito”.

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È logico che un film di questo tipo funzioni soprattutto quando gioca con l’assurdità delle situazioni messe in scena: un ballo che diventa una mattanza, una proposta di matrimonio che finisce in scazzottata, dialoghi presi di peso dalla Austen, non modificati quasi in nulla che però si pongono in contrasto stridente con la vita violenta e a rischio perenne di essere divorati che conducono i protagonisti. Se fosse andato un po’ più in profondità, forse sarebbe davvero diventato un cult, ma è un film così leggero da risultare quasi evanescente nei contenuti e, se qualche piccola metafora passa attraverso l’alternarsi fulmineo di scene d’azione con quelle dai tempi comici studiati al millimetro, è più per volontà dello spettatore che del film stesso.
Come dicevamo prima, intrattenimento puro e semplice.
Ma realizzato con grande impiego di mezzi, professionalità e, soprattutto, con una distaccata consapevolezza che lo eleva al di sopra di altri prodotti commerciali, per il suo essere più cerebrale che semplicemente vuoto, per sapersi prendere gioco di se stesso in maniera soave e saper sorridere delle sue stesse assurdità.

Ho sempre avuto un debole per i film in costume. Per gli horror in costume in particolare. Sono delle bestie piuttosto rare, al giorno d’oggi, con il gotico che viene considerato una faccenda superata e ammuffita e con un cinema indipendente che non può sostenere i costi di un film dell’orrore ambientato in un’epoca differente.
Qui ci sono circa 28 milioni di dollari di budget, non tantissimi, ma sufficienti per reggere scenografie e costumi all’altezza. La scelta di Steers, che a me pare molto coerente, è tuttavia quella di non fare un film sfarzoso: quello di Pride and Prejudice and Zombies è un mondo sull’orlo dell’apocalisse, che tenta di perpetuare i soliti riti sociali, in barba al fatto che, poco fuori dalle ville e dai palazzi, ci sono i cenciosi morti viventi che bussano alle porte per entrare. Quindi, ogni elemento scenico è caratterizzato da una certa aria di disfacimento e decadenza.
Ciò non toglie che ci siano alcuni luoghi molto belli da vedere, come la cantina dove si esercitano le sorelle Bennet (teatro, tra le altre cose, di un dialogo con mazzate allegate esilarante) e la sinistra magione di Lady Catherine de Bourgh, una Lena Headey con benda sull’occhio e incazzatura facile.
Insomma, è tutto molto curato, in questo film. Così curato che il film scivola via rapido e neanche ci si rende conto del tempo che è trascorso. Non credo si possa fare un complimento migliore a un film che non si prefigge altro.

Lily James;Bella Heathcote

Rimane un’ultima considerazione da fare, e riguarda la piaga che affligge gran parte dei prodotti commerciali destinati a sbarcare in sala da almeno una decina di anni a questa parte. Sto parlando del PG13, senza il quale un film è condannato ad avere un distribuzione limitata e quindi a essere un fallimento dal punto di vista degli incassi. E quando spendi 18 milioni di dollari per un film di zombie, che però è anche una commedia romantica ambientata nell’800, ci pensi due volte prima di non ottenere il tanto sospirato permesso per i bambini accompagnati. Questo comporta una drastica riduzione della violenza. In un film dove ci sono gli zombie che, come tutti sanno, sono antropofagi (e questi, come nel capolavoro di O’Bannon, mangiano cervelli), ridurre la violenza ai minimi termini è sempre una sciagura.
Però, Pride and Prejudice and Zombies mi permette di dichiarare tutta la mia ammirazione nei confronti del montaggio acrobatico tipico dei PG13 contemporanei, quell’arte di staccare una frazione di secondo prima che lo schizzo di sangue entri in campo, tentando comunque di salvarne la percezione subliminale. Non è una cosa che tutti i montatori sanno padroneggiare. Padraic McKinley è un maestro dello stacco salva rating. Le scene in cui le nostre sorelline guerriere dovrebbero maciullare zombie sotto le lame delle loro spade sono assemblate così bene da risultare adrenaliniche senza versare una sola goccia di sangue. Ammirevole. E lo dico senza la minima ombra di ironia. A volte, per quanto è scelto con efficacia e tempismo perfetto il taglio, sembra quasi di vedere qualche testa che salta per aria. E invece non si vede nulla.
Sì, è una illusione ottica che aveva inaugurato un certo Hitchcock, più di mezzo secolo fa. Ed è ancora valida, soprattutto quando la censura ti obbliga a girare un horror privo delle caratteristiche tipiche del genere.
Nell’ambito del cinema (più o meno) dell’orrore destinato a un pubblico non di nicchia, Pride and Prejudice and Zombies è di sicuro uno dei prodotti meglio riusciti e meno insultanti la vostra intelligenza che vi capiterà di vedere in sala.
Dategli una possibilità.

12 commenti

  1. Non pensavo che avresti potuto convincermi a vedere questo film, ma ce l’hai fatta🙂

    1. Dovevo fare il rappresentante😀

      1. E mi è anche piaciuto (anche se avrei voluto un po’ più zombie).

        1. Quelli li avrei voluti tanto anche io, soprattutto perché i pochi che ci sono sono bellissimi

  2. Mala Spina · · Rispondi

    Meno male! Non mi avevano parlato in toni positivi del romanzo ma se i toni sono ironici e leggeri come dici credo che il film sarà molto interessante. Comunque anche io ho un debole per i film in costume.

    1. Del romanzo avevano parlato male anche a me. Io non l’ho letto, quindi mi baso sul film e sul libro della Austen.
      E devo ammettere che, anche contro la mia stessa volontà, ho apprezzato questa rivisitazione.
      Niente per cui cadere in ginocchio e urlare al miracolo, ma un filmetto che fa passare in allegria un paio d’ore.

  3. Mi aveva già attirato dal Trailer, ora ho la conferma🙂

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Quando ho anche solo il sentore che in un film di zombie questi siano costretti (per motivi censori) a non comportarsi come zombie né a essere trattati come tali, in genere passo subito oltre. Ma qui credo di dover essere disposto a fare un’eccezione, in favore della Austen e di Matt Smith😉
    P.S. Il montaggio che descrivi, capace di -detto in soldoni- fottere la censura con la censura stessa (piegandola, per così dire, a proprio vantaggio), è degno di tutto rispetto…

    1. Matt Smith è esilarante. Ogni volta che entra in campo sono risate assicurate. Alla fine il film è gradevole e spensierato. Per una serata da pop corn va più che bene😉

  5. Il romanzo è fin troppo rispettoso dell’originale, forse è il suo unico difettuccio… Comunque l’ho apprezzato molto. Il film, a giudicare dai trailer e da quanto leggo in giro, sembra coglierne i lati migliori. Non vedo l’ora di vederlo!

    1. Dicono che sia meglio del romanzo, perché hanno integrato di più gli zombie, ma me lo saprai dire tu che l’hai letto

  6. Aspettavo che qualcuno ne parlasse perché non sapevo esattamente cosa aspettarmi… e, se tu lo promuovi, credo che tenterò il recupero!

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