1983: La Zona Morta

xg73EX2 Regia – David Cronenberg

“Do you know what God did for me? He threw an 18-wheeled truck at me and bounced me into nowhere for five years! When I woke up, my girl was gone, my job was gone, my legs are just about useless… Blessed me? God’s been a real sport to me!”

Parlare di Cronenberg non è mai un’impresa semplice, a maggior ragione se si sceglie un film girato su commissione e apparentemente distante dalla poetica che lo ha reso famoso. Un film tratto da un colosso della narrativa horror come Stephen King, oltretutto. E ricordiamo che, più o meno fino alla metà degli anni ’90, il nome dello scrittore appariva sulle locandine a caratteri cubitali, più grandi di quelli del regista e degli attori. A volte, appariva solo quel nome, perché, da solo, bastava a portare il pubblico in sala. Per darvi una misura, seppur minima, del saccheggio a cui è stata sottoposta la produzione di King, basta dire che  nel 1983 sono usciti ben tre film tratti dai suoi romanzi, La Zona Morta, Christine e Cujo. Ma, mentre le opere di Carpenter e Lewis Teague possono essere ascrivibili al cinema di serie B (se non altro per una questione di budget), The Dead Zone fa parte, a pieno titolo, della serie A: De Laurentiis alla produzione, un cast che comprendeva gente del calibro di Christopher Walken, Tom Skerrit e Martin Sheen e un regista all’epoca emergente ma con dei film alle spalle già ritenuti da più parti delle pietre miliari della filmografia di genere.
Insomma, un’operazione dai costi non di certo contenuti e dalle grandi ambizioni.

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Non era la prima vota che Cronenberg si metteva dietro la macchina da presa per dirigere un progetto con alle spalle una major: era già successo nel 1981 con Scanners, ma lì si era comunque trattato di portare sullo schermo una sua sceneggiatura. Qui, oltre alla presenza invadente di Stephen King, Cronenberg deve anche vedersela con un copione che non gli appartiene, riscritto più volte, rifiutato da De Laurentiis che non si fece scrupoli a mandare al diavolo lo stesso King quando gli presentò uno script da lui giudicato non all’altezza, e a sostituirlo con l’esordiente Jeffrey Boam. Alla fine King si disse comunque soddisfatto dei risultati e anzi, dichiarò persino che il film aveva migliorato il romanzo in molti punti.
Cronenberg non ebbe poi molta voce in capitolo. Si limitò, una volta tanto, a mettere in scena una storia scritta da altri e su una serie di tematiche che non aveva mai affrontato prima. Ma questo non significa che non lo abbia fatto con una grande personalità, così grande da non farsi mettere in ombra dal romanzo, ma anzi da portarlo sullo schermo con un’autonomia nei confronti di King che raramente si è riscontrata nelle trasposizioni dello scrittore, di solito o tendenti ad appiattirsi del tutto alla storia originale, o a stravolgerla per esigenze che potevano essere artistiche o commerciali. Io ho sempre preferito lo stravolgimento alla fedeltà pedissequa. Ma devo ammettere che il lavoro svolto da Cronenberg con La Zona Morta è tra i più equilibrati e, da un punto di vista tecnico, perfetti mai realizzati.

Perché, se è vero che King e Cronenberg non hanno molto a che spartire, se possiedono due poetiche diverse, a volte addirittura opposte, oggi possiamo ritrovare molti degli elementi de La Zona Morta nella fase più recente della produzione cronenberghiana, quella che comincia con A History of Violence, tanto per capirci, quando si è allontanato dall’horror puro e si è messo ad affrontare problematiche nuove, molto lontane dagli eccessi gore degli esordi.
E La Zona Morta non è un film tendente all’eccesso, tutt’altro. È una vicenda di una tristezza e di una crudeltà immani, sulla vita di un uomo che viene troncata senza alcuna ragione. Un personaggio, quello di Johnny Smith, che perde tutto nello spazio di una sera e che forse avrebbe addirittura preferito morire piuttosto che risvegliarsi cinque anni dopo con un’esistenza allo sbando.
La sceneggiatura apporta al romanzo moltissimi tagli e annulla la sua struttura episodica, che al cinema non poteva funzionare, cercando di dare al film una forte coerenza interna, assente nel romanzo, così pieno di storie parallele, punti di vista differenti che si perdevano in mille rivoli. Riduce il lasso temporale in cui si svolgono i fatti, innanzitutto, ambientando l’intera storia nell’arco di un inverno. Elimina poi tutti i capitoli dove non compare Johnny, che erano tantissimi e quindi toglie spazio sia alla sua ex fidanzata Sara che al politico populista Stillson, che noi vediamo filtrati solo attraverso la prospettiva di Johnny. Cambia anche alcune delle premonizioni del protagonista, le rende più cinematografiche e riproducibili su schermo, riducendo il tutto all’essenziale.
Che, attenzione, non vuol dire affatto semplificare.

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La scelta (non proprio tale, a dire la verità) di girare quasi ogni scena sotto la neve, a temperature polari, aiuta a dar corpo all’atmosfera livida del film. Un inverno perenne e un freddo glaciale sembrano essere l’unica dimensione possibile per la nuova vita di Johnny, che “muore” sotto la pioggia, si risveglia nel grigiore e non sarà destinato a vedere mai più il sole.
E il senso di perdita ineluttabile che pervade ogni fotogramma del film è accentuato dai continui rimandi a Poe, con il suo “nevermore” che ritorna più volte, come un ossessivo ritornello.
Nel togliere a Johnny ogni speranza, nell’isolarlo sempre di più, nel far crollare uno a uno tutti i suoi punti di riferimento, fino ad abbandonarlo con l’unica compagnia del suo dono/maledizione, Cronenberg è ancora più estremo e spietato di King.
Il risultato è che La Zona Morta è un macigno di depressione che ti si abbatte addosso e fa sembrare il romanzo una passeggiatina. Perché la solita logorrea kinghiana diluisce una disperazione che invece Cronenberg condensa in meno di due ore e, da autore raffinato ed esperto quale è sempre stato, riesce a dire moltissimo raccontando, di fatto, molto poco.

Non serve farci vedere l’ascesa di Stillson da quando faceva il venditore di bibbie porta a porta e ammazzava i cani a calci fino alla corsa per il senato. Ci basta che Cronenberg lo inquadri mezza volta (e neanche lui in persona, solo il suo manifesto) per capire con chi abbiamo a che fare.
Non serve neanche narrarci tutto il tormento di Sara a partire dall’incidente di Johnny, l’attesa frustrata del suo risveglio, il bisogno di cominciare a frequentare qualcun’altro, ma coltivando comunque una scintilla d’amore che gli anni non spengono: quando la vediamo arrivare in ospedale, sappiamo già tutto. E anche la scena in cui i due, per un istante, si ricongiungono, non è gratuita, non è immotivata. Ci appare come l’unico gesto  in grado di ristabilire un briciolo di giustizia di tutto il film.
L’operazione compiuta da Cronenberg è stata quella di asciugare, non solo per ciò che riguarda la trama del romanzo, ma anche per il suo sentimentalismo. Noi osserviamo con distacco la parabola di Johnny. La macchina da presa di Cronenberg è raggelante nel suo sezionare la vita di questo piccolo uomo comune colpito da un potere che ha dei tratti quasi divini. Il potere di cambiare il futuro dell’umanità intera. E se King voleva instillare pietà nei lettori, a Cronenberg questo non interessa. Lui è sempre analitico e chirurgico, anche quando non fa body horror.

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La Zona Morta è quindi un film di Cronenberg in tutto e per tutto, anche se non classicamente cronenberghiano, per come il termine era da intendersi all’inizio degli anni ’80. Ovvio che l’altro film del regista uscito nel 1983, Videodrome, sia più inerente al percorso linguistico che l’autore stava portando avanti in quel momento della sua carriera. E anzi, ne rappresenta forse il culmine. Ma La Zona Morta non è un pezzo della sua filmografia che si possa prendere sottogamba: è una dimostrazione impeccabile di come Cronenberg fosse anche un professionista di valore altissimo, in grado di destreggiarsi con la trasposizione di un romanzo difficile, poco cinematografico e di estrarne l’essenza, senza tradirlo, ma affermando comunque la sua gigantesca personalità di grande autore.

E così siamo di nuovo al deserto degli anni ’90. Brutta storia. Per il 1993, scervellandomi, sono riuscita a rimediare solo due titoli. Il primo è Bagliori nel Buio, che sì, è un film di fantascienza, ma che è in grado di farmi cagare sotto come poche altre cose viste nell’arco della mia vita; il secondo è un film di Romero, dalla storia produttiva molto travagliata, sempre tratto da un romanzo di King, La Metà Oscura.

17 commenti

  1. Vedo che non sono l’unico a non amare La metà oscura… Per il resto, parli di Cronenberg: What else?

    1. Purtroppo La Metà Oscura è stato azzoppato dal fallimento della casa di produzione e dai milioni di problemi incontrati durante le riprese…
      Un vero peccato

      1. Ricordo quando ero andato a vederlo al cinema. Ero uscito con un sapore di plastica in bocca!

  2. Questo per me è uno dei capolavori di Cronenberg. Doloroso e struggente, con un Walken da Osacr. E so che non ami Stephen King, ma anche il romanzo fa faville. Tra l’altro, per gli standard di King, è uno di quelli stringati…

    1. No, io King lo amo molto. Lo amo soprattutto per i racconti, ma è uno scrittore che ho sempre letto e mi ha insegnato tantissime cose.
      MI dà fastidio che qui in Italia, di horror, ci siamo ridotti a leggere soltanto lui.
      Ed è vero, questo romanzo è tra i suoi migliori. Preferisco la versione cinematografica, però l’ho letto più volte e mi ricordo moltissimi dettagli della trama.

      1. acidgondor · · Rispondi

        Quoto. Io adesso quasi detesto King perché si vede proprio solo lui in libreria.
        Il libro però ammetto che ha un idea geniale, come la sviluppi non so ma nel film è resa molto bene.

  3. Mi colpisce la sofferenza di Walken nella Zona Morta,Martin Sheen compare anche in un’altro bel film tratto da King,Fenomeni paranormali incontrallabili con la piccola Drew Barrymore,c’è anche un cattivo George C.Scott(Changeling),Bagliori nel buio e quello sui rapimenti degli alieni con il bambìno(ormai cresciuto) di E.T?
    Ho visto La metà oscura di Romero e con Timothy Hutton quindi voto quello.

    1. Sì, e con Peter Berg, poi diventato regista.
      Firestarter è un altro filmetto tratto da King niente male. Ma con George C. Scott io non sono imparziale.

  4. dinogargano · · Rispondi

    Bel post , al solito , film che meritava molto di più , da tutti i punti di vista , ho votato la metà oscura perché il romanzo è nella mia personalissima top 3 di King ed il film ha un grande protagonista che meritava anch’egli molto di più da Hollywood . Inoltre mi è sembrato ben costruito e diretto con onestà .

    1. Sì, è un film che tende a essere molto sottovalutato.
      Il romanzo La Zona Morta è anche tra i miei King più amati. Solo l’idea vale la lettura e poi è uno dei pochissimi libri di King che esce dalla provincia americana e ha alcune scene ambientate nel caos cittadino (quasi tutti omicidi, a dire la verità).
      Il problema, col film, è che ha avuto una storia complicatissima. Sarebbe interessante raccontarla.

  5. Ho votato Bagliori nel buio perché sono vent’anni che non lo vedo e mi incuriosisce il tuo parere con l’opzione di rivedermelo.
    La metà oscura non mi aveva attratto granché e ora non so perché ma il doppio/gemello che ritorna cattivo mi fa venire in mente l’Ash malefico dell’Armata delle tenebre 🙂

    1. A prescindere dalla gigantesca bufala del caso dietro a Bagliori nel Buio, la sequenza del rapimento alieno è una delle cose più terrorizzanti mai apparse su uno schermo.
      Fa venire i sudori freddi ancora oggi.

  6. “Il problema, col film, è che ha avuto una storia complicatissima. Sarebbe interessante raccontarla.”

    Concordo e tu saresti assolutamente in grado di farlo secondo me 🙂

    Il mio voto a Bagliori nel Buio

    1. Ma veramente una sfiga incredibile, povero Romero… Non se lo meritava.

  7. Giuseppe · · Rispondi

    Se la fedeltà pedissequa a King deve vestire, che so, gli abiti di un Mick Garris, allora ben vengano gli stravolgimenti di un grande Cronenberg che qui -al pari di Kubrick- dimostra quali risultati si possano raggiungere non dando troppo ascolto al Re (con tutto il rispetto, sia chiaro, ma è vero che La Zona Morta così com’è nella sua forma letteraria era praticamente impossibile da trasporre -senza opportune modifiche/scremature- su grande schermo), avendo a disposizione un disperato Walken/Johnny semplicemente perfetto…

    Do anch’io il mio voto a Bagliori nel Buio (con quell’abduction che ti fa sentire sulla pelle la brutale tecnologia aliena ogni volta che lo rivedi)

    1. Quella abduction è ancora oggi una cosa ineguagliabile. Non credo sia mai stata girata una scena dall’impatto simile.

  8. Mi è piaciuto La Zona Morta anche se sì, in effetti è un po’ meno “cronenberghiano” di altri…come penso molti qui in giro preferisco di gran lunga Videodrome, uno dei miei film preferiti in assoluto, ma penso che a “La Zona Morta” siano superiori anche i primi film di Cronenberg, come Rabid e Brood…

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