Rivalutazioni: L’Uomo senza Ombra

Hollow_Man_poster Regia – Paul Verhoeven (2000)

Si chiacchierava di Verhoeven qualche giorno fa su Facebook, con alcuni amici, cercando di capire come fosse possibile che il regista di Robocop fosse la stessa persona che aveva diretto Showgirls. E niente, non abbiamo trovato spiegazioni plausibili, ma in compenso ci siamo messi a discutere dello pseudo remake da lui girato nel 2000 de L’Uomo Invisibile e, a oggi, ultima incursione di Verhoeven nel cinema fantastico, L’Uomo senza Ombra, The Hollow Man. Era da un po’ di tempo che volevo andare a ripescare dei film drammaticamente sottovalutati e di solito trattati malissimo da pubblico e critica, e  che io invece ricordo con un certo piacere. Complice quell’invenzione geniale di Netflix, ho recuperato proprio L’Uomo senza Ombra e, chi lo sa, forse potrebbe essere l’inizio di una nuova rubrica a scadenze irregolari. Anzi, se vi va, ditemi nei commenti se c’è qualche film che ritenete meritevole di una doverosa rivalutazione.
Di Verhoeven si suol dire che la sua carriera sia terminata nel 1997 con Starship Troopers. Il canto del cigno di un regista che si era fatto strada dall’Olanda al cuore di Hollywood a colpi di eccesso e di violenza. Uno stile ultra muscolare, intenti sempre satirici e provocatori, scene action all’avanguardia e almeno due pietre miliari della storia del cinema di fantascienza.
Poi è capitato Basic Instinct: l’inizio della fine. Certo, fu un incasso stratosferico, credo il più imponente del 1992. Ma adesso lo possiamo ammettere che si trattava di un thrillerino di bassa lega e che tutto il suo successo era dovuto a una campagna pubblicitaria tutta basata su scandalo e sensazionalismo e alla famigerata scena dell’interrogatorio. In realtà, se si guarda alla filmografia olandese si Verhoeven, si capisce che il thriller è sempre stato nelle sue corde, quindi dirigere Basic Instinct non fu una scelta priva di coerenza. Solo che, se a Hollywood hai la (s)fortuna di inciampare in un simile colosso, sei fregato a vita.
E va a finire che, per il tuo film successivo, ti propongono Showgirls e tu accetti pure.

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Va dato atto a Verhoeven di essersi accorto di quanto Showgirls fosse un errore macroscopico, tanto da essere andato di persona a ritirare la pioggia di Razzies che gli venne tirata dietro.
A quel punto, il regista torna a casa, alla fantascienza, a Starship Troopers, per essere precisi. E gli danno del fascista senza aver compreso un solo fotogramma del suo film, un chiaro segnale del fatto che l’epoca di Robocop era definitivamente tramontata e bisognava riciclarsi. Anche di corsa.
Polemiche politiche a parte, Starship Troopers non è neanche un film così redditizio da giustificarne il budget. E oramai, sulle locandine dei film, Verhoeven viene presentato come “il regista di Basic Instinct”, che è piuttosto umiliante, se ci pensate bene.
Questo percorso tortuoso dovrebbe rendere chiare la genesi e la realizzazione di un prodotto come Hollow Man. Film su commissione e non solo ultima esperienza sci-fi di Verhoeven, ma anche ultimo film da lui diretto negli Stati Uniti prima di tornare in patria.

L’invisibilità al cinema. Ci sarebbe da scriverci un saggio sopra, perché è una delle sfide tecniche più interessanti, tra le tante affrontate da questa forma d’arte. Che già mostrare l’invisibilità sullo schermo è un ossimoro mica male, perché ciò che il cinema ci ha sempre voluto far vedere, con gran dispendio di trucchi ottici prima e computer grafica poi, sono stati gli effetti dell’invisibilità sul mondo visibile. Una serie di effetti che va dalle porte che si aprono da sole, ai vestiti che camminano senza che dentro ci sia nessuno.
Guardando L’Uomo Invisibile, quello del 1933, quello di James Whale (sta cominciando a diventare imbarazzante la quantità di post in cui faccio il suo nome), si resta ancora oggi impressionati dalle soluzioni adottate da regista e tecnici al servizio del film.
Ovvio che Verhoeven, dovendo lavorare con una sceneggiatura abbastanza prevedibile e stereotipata (deliri di onnipotenza, uomo che gioca a farsi Dio, eccetera, eccetera, eccetera), punti tutto sulla forma, sulla messa in scena e sulla resa di vfx avanguardisti.

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Vfx da far strabuzzare gli occhi, considerando quanto in fretta invecchi la CGI e che il film ha più di quindici anni sul groppone: il ritorno allo stato visibile del gorilla in una delle scene iniziali, per esempio, rimane una cosa ancora oggi insuperata, come l’effetto di Kevin Bacon sott’acqua. Certo, scricchiolano un po’ quando si tratta di far muovere il nostro Uomo Invisibile senza pelle, con i tendini e i muscoli esposti, ma stiamo parlando di un film del 2000 che, per quanto mi riguarda, si mangia a colazione anche molta dell’effettistica contemporanea.
Il motivo è che non si tratta solo di ottimi vfx, altrimenti non staremmo neppure qui a parlarne. Spesso, si tende a considerare l’effetto speciale, soprattutto se in post produzione, come una sorta di corpo estraneo al film, una necessità di cui un pochino ci si dovrebbe vergognare. E invece, gli effetti sono parte integrante del processo creativo di molti film, soprattutto se sono film che, sull’apporto dei vfx, basano la loro narrativa. Nel caso di un prodotto come Hollow Man, la sceneggiatura si scrive pensando a come mettere in scena l’impossibile. E “messa in scena dell’impossibile” potrebbe essere un’altra definizione di visual effect.
Sono idee visive tanto quanto i movimenti di macchina. Idee di regia, il più delle volte. O, per meglio dire, la concretizzazione di idee di regia. Pensate a quando Bacon attacca la dottoressa che, per renderlo visibile, gli tira addosso il contenuto delle sacche di sangue.

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L’Uomo senza Ombra dura quasi due ore e scivola via che è un piacere. Ha una prima parte introduttiva che forse stenta un po’ a ingranare, ma poi si riscatta con una mezz’ora finale che è, in tutto e per tutto, uno slasher, con gli scienziati del laboratorio fatti fuori uno a uno da un assassino invincibile.
Non c’è da andare per il sottile con Hollow Man, non ci sono analisi da fare: è un baraccone che Verhoeven dirige con il suo solito stile massiccio, coadiuvato da effetti speciali prodigiosi e da un cast in forma.
Ma, mi si faceva notare, è anche un film che, proprio come Basic Instinct, tende a fare un po’ troppo sensazionalismo becero, quasi da cinemino porno di quarta categoria. Un film per guardoni, insomma. E sì, lo capisco che il protagonista è caratterizzato da malvagità, perversione e poco altro. Però io temo che qualcuno, a partire più o meno dal 1992, abbia detto a Verhoeven (“Dal regista di Basic Instinct”, campeggiava sulle locandine) che se non infilava un paio di tette a scadenze regolari nei suoi film, non se lo sarebbe filato nessuno. Ed ecco l’altra famigerata scena, quella con Rhona Mitra che viene aggredita da Bacon nel suo appartamento, che è una robina abbastanza vergognosa e ignobile, su cui si potrebbe stendere un velo pietoso, se non fosse che poi Verhoeven ripete lo stesso schema più volte nel corso del film.
Non che Verhoeven sia noto per la sua delicatezza. I film da lui diretti, i migliori come i peggiori, sono sempre degli schiacciasassi, tendono sempre a colpire il pubblico allo stomaco e non c’è niente di male, in questo. Ma le cadute di stile in Hollow Man fanno pensare più a Showgirls che ai cattivi liquefatti dai liquami tossici in Robocop, o anche, se vogliamo restare nello stesso ambito, alla prostituta con tre seni di Atto di Forza.
Sono cadute di stile completamente gratuite e fanno male. Ma questo è ciò che accade quando, sui manifesti dei tuoi film, passi dall’essere il regista di Robocop al regista di Basic Instinct. A Hollywood te la fanno sempre pagare, in un modo o nell’altro.
E infatti Verhoeven è tornato in Olanda, ha diretto l’ottimo Black Book e, per il settembre 2016, attendiamo il suo Elle, thriller francese con Isabelle Huppert. Vediamo che succede.

11 commenti

  1. C’è un assolutismo di fondo molto dannoso nel mondo del cinema e mi sembra che la parabola di Verhoeven sia esemplare a riguardo. Se penso che era anche il regista di Flesh and Blood…

    1. Sì, la tendenza a fornire etichette molto schematiche. E anche a valutare i film solo ai poli opposti di “schifezza” e “capolavoro”, senza considerare le vie di mezzo.

      1. Se noti succede in particolare a registi che dal cinema di genere passano al mainstream e a quelli che partono con un’opera prima al fulmicotone

  2. Giuseppe · · Rispondi

    Io Verhoeven lo consideravo e lo considero ancora in primis il regista di Starship Troopers, Robocop e Total Recall (in campo non fantastico, Flesh and Blood merita MOLTO DI PIU’ di esser consegnato alla memoria cinematografica rispetto a Basic Instinct), e questo suo Hollow Man poteva avere genesi e sviluppo un tantino differenti, non dovendo subire le conseguenze del marchio “Basic Instinct” e della triste marchetta “Showgirls”: il film è brutale, ben diretto e visivamente di alto livello, se solo non ci fossero le suddette scene che sembrano “corpi estranei” al suo interno… Becere scelte imposte dall’alto, credo anch’io, senza le quali il tutto avrebbe continuato a funzionare tranquillamente. Verhoeven, che doveva aver capito da un pezzo di aver raggiunto un punto di non ritorno (già non era ammissibile aver realizzato una perla come Starship Troopers per poi continuare ad essere ricordati con Basic Instinct), fece benissimo a far le valige e tornarsene in patria. Peccato che, a quanto ne so, non ci siano indizi di un suo rinnovato interesse nei confronti del fantastico…
    P.S. A proposito di slasher, come va con il saggio?

    1. Purtroppo non sembra avere più intenzione di avvicinarsi alla sci-fi… Sta dirigendo solo thriller e se ne sta ben lontano da Hollywood…
      Il saggio… eh, diciamo che sono intervenuti dei fattori esterni che ne hanno sospeso la lavorazione. Ma spero di rimettermici il prima possibile😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Aspetteremo, signora mia, aspetteremo😉

  3. anche con le cadute di stile (ammesso siano tali) e i cedimenti al pruriginoso il film è godibile

  4. La colpa di Verhoeven è che presentò come sono gli americani,privatizioni e multinazionali in Robocop,Starship Troopers presenta un patriottismo esasperato contro nemici inventati su altri pianeti(blatte,zanzare e altre schifezze),girato con protagonisti bellocci da serial teen che fanno morti orribili.
    Un’anedotto su Basict Istints la moglie di Paul gli sconsigliò di “farsi” Sharon Stone(presente anche anche in Atto di Forza) perchè non avrebbe avuto più controllo per il film,comunque gli americani definiscono il suo stile kinky(perverso).

  5. A me piacque molto, ma ero e rimango di parte. Paul Verhoeven, Kevin Bacon, fantascienza e per di più l’uomo invisibile che è uno dei personaggi classici (mostri) che preferisco in assoluto.

    1. Ma anche a me piacque molto. Non è un capolavoro, però è un bel film di fantascienza girato molto bene e con effetti speciali che non sono invecchiati di un giorno.

  6. Anche io l’ho trovato godibile, Bacon azzeccatissimo nel ruolo e tutto sommato, nella prevedibilità della trama, viaggia bene e non ti annoia.

    La sequenza del gorilla la prima volta che la vidi fu esaltante a mille

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