Creed

creedpostersmall Regia – Ryan Coogler (2015)

Quello che molti non capiscono, quando si parla di Creed, è che non si tratta di un’operazione commerciale. Non è Stallone che, raschiando il fondo del barile e approfittando di un momento storico in cui rivitalizzare vecchie saghe porta sempre tanti spettatori in sala, veste per la settima volta i panni del suo personaggio più famoso, nella speranza di tornare nelle grazie del pubblico.
Motivazione numero uno: Stallone e il suo pubblico non hanno mai smesso di amarsi. Non cambiano le cose con un Golden Globe o una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Quelli servono a chi Stallone lo ha sempre disprezzato e ora non sa se ricredersi perché l’Oscar, signora mia, è comunque un premio di prestigio, però è anche vero che lo danno a cani e porci, oppure prendere il tutto come una gigantesca barzelletta. Chi segue la carriera di Stallone da sempre non ha alcuna necessità di vedere le sue capacità come attore convalidate da un premio.
Motivazione numero due: l’idea per Creed è di Ryan Coogler, giovane e rispettato regista classe 1986 al suo secondo film. Quindi, a me dispiace distruggere con così poca sensibilità le illusioni altrui, ma Creed nasce come un film d’autore. E Stallone, all’inizio, quando quel ragazzino di Coogler è andato a presentargli l’idea, neanche lo voleva fare. Poi, per fortuna, ha accettato e Coogler ha potuto regalare a tutti noi, che Rocky ce lo portiamo nel cuore da decenni, questo gran bel pezzo di cinema.

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Perché, al netto del fattore nostalgia comunque presente, al netto dei rimandi all’intera saga del pugile più famoso della storia del cinema, Creed è un film che sta tranquillamente in piedi da solo. Non perché racconti qualcosa di nuovo e non perché rinneghi il suo passato, ma perché lo stile di Coogler è così potente che finisce per prendere una struttura vecchia come il mondo e filtrarla attraverso uno sguardo personale, appassionato, fresco, che non tradisce l’eredità ingombrante di una serie di film ormai entrati nella leggenda, ma riesce anche a distaccarsene. E potrebbe essere un nuovo inizio, ma anche la pietra tombale sullo Stallone Italiano.

Sly aveva già fatto una cosa simile nel 2006, tra le risatine di quelli che lo avevano apostrofato come ridicolo o bollito. E aveva sfornato un film che faceva venire i brividi dal primo all’ultimo fotogramma, un film che aveva un’anima d’autore, inteso ovviamente nell’accezione americana del termine, ché il cinema americano autoriale non è mai stato elitario, ma sempre popolare. Senza Rocky Balboa, che ha fatto ridere un sacco di gente per la premessa, ma che poi li ha messi tutti a cuccia per la realizzazione, Creed non esisterebbe. Ritroviamo lo stesso Rocky, un Rocky rassegnato, solo, acciaccato dai colpi bassi che la vita gli ha inferto, e tuttavia ancora puro come nel 1976. Non è il vincente del terzo e quarto film. L’atmosfera è malinconica e dimessa e dai trionfi sportivi del campione sono passati troppi anni.
Il giovane Adonis Creed è l’ennesima occasione di riscatto per l’ormai ex pugile. Non raccontiamoci fesserie: Donnie è un pretesto e, anche se il suo minutaggio in campo è più ampio di quello che spetta a Stallone, è la storia di Rocky che noi continuiamo a seguire. Non appena Stallone entra in scena, non c’è niente da fare per nessuno. È lui il centro, è lui il motivo per cui abbiamo portato il culo al cinema, è lui che ci fa emozionare e commuovere ed è per lui che facciamo il tifo, sperando che Donnie vinca.

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Questo senza nulla togliere all’ottima interpretazione di Michael B. Jordan, perfetto sia sul ring che nelle scene in cui non deve allenarsi o menare. Va ammirato: non era facile ritagliarsi un ruolo con un mito vivente che gli recita accanto e il suo personaggio non suscita l’istintiva simpatia di Rocky, non è un poveraccio un po’ suonato, tutto cuore e poco altro a cui si vuole bene sin dalla prima inquadratura. Il giovane Creed è un ragazzotto privilegiato, arrogantello, pieno di una rabbia priva di direzione precisa, confuso e irrisolto. Insomma, è un personaggio moderno in una storia antica. Ma credo sia proprio la modernità di Donnie che va a incontrarsi (e anche scontrarsi frontalmente) con l’etica di Rocky a formare l’interessante cortocircuito alla base della riuscita del film. Un elemento che eleva Creed dall’essere un semplice clone e ne fa qualcosa di originale. E non si tratta dell’ovvio umorismo derivante dallo scarto generazionale tra i due personaggi. È più un continuo dialogare tra cinema vecchio e nuovo, tra il giovane regista che scommette una carriera su un soggetto a cui, fino a dieci anni fa, nessuno avrebbe dato una lira, e il dinosauro Stallone che diventa cardine imprescindibile di tutta l’operazione.
Una perfetta e studiata commistione tra il cinema degli anni ’70, diventato ormai “classico” e quello contemporaneo che ancora sta cercando una propria identità specifica e sta tentando, da diversi anni a questa parte, di costruire la sua eredità all’ombra ingombrante di un passato troppo grosso per essere ignorato. O distrutto con furia iconoclasta.

E così Creed rispetta fino in fondo la struttura portante della saga di Rocky, ma si ferma sempre all’ultimo istante prima di diventarne una pallida imitazione. Si rifiuta persino di usare la storica colonna sonora, lasciando partire appena un accenno del tema nel momento culminante dell’incontro. Non sfrutta la famosa scalinata, presente anche in Rocky Balboa, perché l’unico essere umano al mondo che può salire quei gradini in un film è Rocky; si tiene a debita distanza dalla retorica più pesante, ma non teme di essere enfatico quando serve e, se lascia che sia Donnie a tentare di costruire una nuova epica (non sempre ci riesce, questo va detto), getta sulle spalle di Stallone tutta la carica emotiva del film, sapendo di metterla in cassaforte.

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Dove però Coogler si scatena davvero, è nelle sequenze dedicate agli incontri di boxe, in particolar modo il primo dei due che Donnie affronta nel corso del film: un match in tempo reale, girato tutto con un piano sequenza sul ring che io, seduta in sala, mi stavo stropicciando gli occhi e prendevo a gomitate il mio povero vicino di poltrona, dicendo: “Non stacca mai, hai visto? Non stacca mai.”
Esaltante è dire poco. Quell’esaltazione che deriva dalla bellezza della messa in scena, dal riconoscere, in quei pochi minuti, un regista con una personalità che diventa soverchiante, anche rispetto al personaggio leggendario che ha scelto di portare, ancora una volta, sullo schermo. Quando si assiste a una tale capacità tecnica, tutto il resto passa in secondo piano e ciò che rimane è il film in sé, o meglio, una porzione di film che neanche appartiene più a Rocky, ma solo all’uomo dietro la macchina da presa.

Creed è così: alterna momenti in cui è pieno di devozione e anche intimidito di fronte alla storia che sta raccontando, ad altri in cui si trasforma in una bestia arrogante e ambiziosa. E io l’ho amato, in entrambe le sue facce. Ho amato il mio Rocky acciaccato ma mai sconfitto e questo ragazzo rabbioso e feroce che ogni tanto emerge dall’abbraccio protettivo di quello splendido ricordo che ha contribuito a far tornare in vita, ancora una volta, quarant’anni dopo la sua prima apparizione su uno schermo.

12 commenti

  1. Mi sono commosso leggendo questa recensione e mi ero commosso (tantissimo) guardando il film… e stasera torno a rivederlo in lingua originale🙂

    Giusto una cosa: d’accordissimo sul primo incontro (peccato solo che lo sfidante sia Fedez), un appunto sull’ultimo… bello, mi son piaciuti tutti i rimandi al primo (ad esempio come hanno gestito l’occhio chiuso) però (ok, ovviamente) manca dell’epica e della dinamicità dell’originale. Uno dei problemi (ma dovrei rivederlo) è che tende a usare troppi primi piani e mezzi busti, quando invece la boxe la fai con tutto il corpo.

    Ma vabbè sono difetti minori di un gran bel film.

    1. Sì, è vero che il secondo incontro è molto giocato sui primi piani e poco sui totali, però credo sia stato un espediente per non ripetere il primo, che è dinamico a un livello tale da rendere tutto il resto molto statico.
      Poi dimmi com’è in originale, perché il doppiaggio è stato davvero ignobile.

      1. Sì sì concordo, è giocato su robe molto diverse.
        Per quanto riguarda il doppiaggio ovviamente in italiano manca il vocione impastato da Sly (anche se forse era l’unico doppiato decentemente), ma soprattutto va perso (ovviamente) tutto il gioco degli accenti. Nella prima parte è forte il contrasto tra l’accento di Donnie di L.A. e quello degli altri di Philly (mi sa che nessuno in tutto il film chiama le due città col nome completo) e nella seconda tra gli americani e gli inglesi.

        Un’altra cosa, ma forse ricordavo male io… SPOILER SPOILER

        Nell’incontro finale alla fine del primo round (mi pare) Rocky vedendo Donnie in difficoltà gli chiede per cosa sta combattendo e lui gli risponde “to prove i’m not a mistake” (più o meno) che mette in chiaro tutta la sua rabbia di figlio illegittimo e quindi “non voluto”… allora, io questa frase nella versione doppiata non me la ricordo, mi chiedo se me la sono persa perché ero distratto (può essere) o perché è stata tradotta in modo diverso… te te la ricordi?🙂

  2. L’avevo annusato che non era l’ennesima operazione nostalgia e basta. E la tua recensione mi convince definitivamente sorellina

    1. È un bel film, Fratellone, molto emozionante e ben diretto

      1. In lista😉

  3. Si va a vedere stasera con combriccola🙂 poi ti racconto

    1. Fammi sapere!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    In effetti Golden Globe e nomination, in questo caso, suonano come una sorta di ammissione a denti stretti di quanto Stallone, con il suo ultimo umanamente e realisticamente invecchiato ma mai domo Rocky Balboa, abbia dimostrato di aver saputo gestire e portare avanti il personaggio fino ad oggi…
    Nota a margine: è un peccato che Sly, a differenza di Schwarzie, abbia avuto così pochi ruoli “fantastici” nella sua carriera😦

  5. Io mi sono annoiato. Amo Rocky e non sarei sincero se dicessi che il film è brutto. Non lo è. Però non mi ha trascinato da nessuna parte. Ripete tutto ciò che in qualche modo ha sempre funzionato (nonché reso grande) la saga, ma questa volta lo fa senz’anima. Io almeno non l’ho vista, poi magari c’era pure.

  6. Ottimo pezzo🙂
    Condivido ogni parola.
    Grazie per averlo scritto

    1. Grazie a te per aver letto e commentato😉

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