1973: Westworld

almas_metal02 Regia – Michael Crichton

“There’s no way to get hurt in here, just enjoy yourself.”

Una delle immagini che sono rimaste più impresse nella memoria collettiva legata al cinema fantastico è quella di Yul Brynner vestito da cow-boy che continua ad avanzare, implacabile, nonostante gli abbiano appena tirato in faccia dell’acido solforico e poi dato fuoco.
È così semplice e potente, questa immagine, da essere ripresa in tanti film successivi a Westworld. Due titoli su tutti: Halloween e Terminator.
Carpenter ha spesso dichiarato che l’ispirazione principale per le movenze e la virtuale immortalità del suo Michael Myers derivavano dal pistolero robot di Westworld. Possiamo arrivare a dire persino che i vari maniaci mascherati dello slasher discendono tutti da lui. Quanto a Terminator, non devo essere io a spiegarvi quanto e come il film di Cameron, e soprattutto il suo indistruttibile cattivo, siano stati influenzati dall’esordio dietro la macchina da presa dello scrittore Michael Crichton.
Che aveva già scritto e diretto un film per la tv ed era stato autore di diversi episodi della serie Insight. Ma non aveva mai lavorato per un lungometraggio destinato al grande schermo. E non aveva voglia, all’inizio, di farlo con un film di fantascienza, salvo poi rendersi conto che nessun produttore avrebbe finanziato un progetto non sci-fi che portasse il suo nome. Così, nel 1972 finisce di scrivere il soggetto originale di Westworld e lo presenta agli studios. E tutti rifiutano tranne la MGM, che non godeva di ottima fama nella Hollywood degli autori: Altman, Peckinpah, Kubrick, persino Blake Edwards, si erano tutti lamentati di aver ricevuto un trattamento dispotico, spesso con delle vere e proprie imboscate in moviola, dove i produttori si mettevano a rimontare i film senza il permesso dei registi.
Ma Crichton, in ambito cinematografico, è un esordiente e deve abbozzare. Già in pre-produzione, la MGM chiede tutta una serie di modifiche alla sceneggiatura, per risparmiare sul budget già di per sé non proprio faraonico. Ma Crichton riesce a ottenere qualche soldo in più per gli effetti speciali, i primi in assoluto a utilizzare la computer grafica in 2D per le soggettive pixelate del pistolero robot. Roba che, per processare dieci secondi di film ci volevano circa otto ore.

Crichton sul set

Crichton sul set

Finite le riprese, Crichton si chiude in moviola con il montatore veterano David Bretherton  e tira fuori un pre-montato di oltre due ore, a detta dello stesso regista, “noioso e deprimente”. La MGM non è contenta, Crichton lo è ancora meno. Bisogna rigirare alcune sequenze, tagliarne altre perché non funzionano e portare il prodotto finale verso i canonici 90 minuti.
Non fu una lavorazione facile, quella di Westworld. Ed era comunque un film a rischio, data la sua natura ibrida: in parte western, in parte fantascienza, in parte addirittura commedia. O forse è meglio usare il termine satira. Eppure, in un momento storico così particolare per il cinema americano, come erano i primi anni ’70, il film divenne il maggiore incasso della MGM per il ’73, ricevette critiche positive e, soprattutto, lasciò un eredità fondamentale per i futuri sviluppi, tecnici e concettuali, del cinema fantastico.
Crichton stesso, anni dopo, avrebbe ripreso il canovaccio base di Westworld, quello del parco di divertimenti fuori controllo e, mettendo i dinosauri al posto dei robot, avrebbe scritto uno dei suoi romanzi più famosi, che a sua volta avrebbe dato vita a una delle saghe di maggiore successo della storia del cinema.

Quando si parla di film seminali, è proprio a opere come Westworld che ci si riferisce. Non devono essere per forza dei capolavori e, anzi, spesso accade che i loro emuli siano più riusciti. Ma le idee contenute in questi film sono talmente forti da germogliare, da lasciare segni così profondi che basta un fotogramma solo per risvegliare in noi tutta una serie di suggestioni entrate a far parte del nostro immaginario collettivo. Suggestioni che ci sembrano ormai quasi innate.
Ed ecco il pistolero Yul Brynner, vestito di nero come ne I Magnifici Sette, che proprio non vuole morire.

westworld3

Ma sono comunque tanti i semi gettati da Westworld per il cinema del futuro: le macchine costruite da altre macchine, l’idea di una tecnologia avanzatissima usata soltanto come fonte di guadagno e divertimento, con i suoi principali utenti (i clienti del parco) che ne ignorano del tutto i meccanismi, eppure ne usufruiscono, senza porsi nessuna domanda e, forse per la prima volta al cinema, il concetto di guasto come virus che, dai computer, va a infettare l’intero sistema preposto al funzionamento del parco.

In fondo, cos’è Westworld? Un non-luogo dove chi è abbastanza ricco da permettersi una vacanza costosissima, può sfogare i suoi istinti più bassi in un ambiente controllato. Non è mai stato particolarmente ottimista sulla natura umana, Crichton. E la cosa diventa evidente in Westworld: piccoli uomini che si divertono a uccidere, con la sicurezza di non poter essere colpiti a loro volta, che cercano la compagnia di splendide donne (sintetiche, ovviamente) e si atteggiano a survivalisti della domenica. Nel mondo di Westworld, ogni cosa è lecita, l’illusione di realtà perfetta in ogni dettaglio, il sangue scorre sul serio. Ma, durante la notte, i dipendenti del parco arrivano sui camion a recuperare i cadaveri e li portano in laboratorio, dove vengono riparati e rimessi in circolazione la mattina dopo, per essere uccisi da capo.
Un tempio del divertimento che, a un certo punto, impazzisce e si trasforma in un incubo.

westworld6

L’incarnazione perfetta dell’incubo è il pistolero di Brynner, che pare quasi animato da una rudimentale intelligenza vendicativa, dato che si mette a inseguire proprio l’uomo responsabile di averlo ucciso per ben due volte. Un incubo che, col richiamo al grande film di John Sturges, esce dritto dal mito del cinema Hollywoodiano e diventa un’icona del cinema dell’orrore indimenticabile. Perché, nonostante Westworld appartenga ufficialmente alla fantascienza, l’androide interpretato da Brynner possiede le tipiche caratteristiche dello spauracchio infantile, del mostro che, prima o poi, ti prende. È una maschera, una forma del terrore scatenata da forze che, agli occhi degli ignari frequentatori del parco, possono apparire come soprannaturali e magiche.
Ma non solo: anche i tecnici e gli scienziati che lavorano a Westworld ammettono di non sapere con esattezza come funzionino i robot. Cosa pensino. Se pensino. E non è che Crichton ci dia una risposta in merito. Lascia persino il finale aperto, con quello che sembra essere l’unico sopravvissuto dell’intero parco che contempla i resti carbonizzati del pistolero.
Il successo di Westworld lasciò Crichton stordito. Non riusciva a interpretare le reazioni del pubblico alle proiezioni: la gente rideva nei “punti sbagliati” e si spaventava in momenti non pianificati per creare tensione e paura. Il regista aveva la netta impressione che il film stesso, e non solo il parco, fosse andato fuori controllo.
Frutto di un’alchimia molto particolare tra inesperienza, velleità autoriali, esigenze commerciali, sperimentazioni tecniche impensabili solo fino a qualche anno prima, Westworld si rivelò un’operazione irripetibile. Il suo seguito, Futureworld, fu un fallimento da tutti i punti di vista e lo stesso Crichton, sfiancato, tornò a dirigere un film solo cinque anni dopo.
Sta per uscire una serie tv, prodotta dalla HBO, ispirata a Westworld. Un po’ ho il terrore di vedere una serie HBO in cui ci siano delle prostitute robot, perché temo la deriva pornografica (alcune scene di sesso furono tagliate dal film per evitare che la censura ponesse il divieto ai minori), ma sono anche mediamente curiosa. Staremo a vedere.

Il 1983 è un anno pieno di roba interessante, quando non semplicemente bellissima. Però io sono strana e quindi faccio scelte discutibili. Escono ben due film di Cronenberg e ho deciso (rischiando di prendermi le pernacchie) di non inserire nel sondaggio Videodrome, ma La Zona Morta. È un film meno noto del regista canadese, meno osannato, forse anche meno cronenberghiano, qualunque cosa voglia dire questo termine. Eppure io ci sono affezionata. Il secondo titolo viene sempre dal Canada ed è uno slasher, non troppo famoso, ma fondamentale: Curtains, di Jonathan Stryker (pseudonimo di Richard Ciupka). Per il terzo film invece ci spostiamo in Olanda, dal nostro amico Dick Maas, a indagare su un Ascensore maledetto, mentre per il quarto titolo, torniamo in territori kinghiani con Cujo, di Lewis Teague.

17 commenti

  1. ❤ La Zona Morta

    1. Che ci piace tantissimo❤

      1. “Si chiama dieta del coma. Dimagrisci mentre dormi…”

  2. dinogargano · · Rispondi

    Visto al cinema all’epoca , avevo 11 anni … , rimasi molto impressionato .
    A mio modesto giudizio un gran film , ho votato La Zona Morta , tratto abbastanza bene , meglio del solito , da uno dei migliori lavori del Re …

    1. Eppure non è uno degli adattamenti più amati e neanche uno dei film di Cronenberg più amati…

  3. Uno dei miei film più amati e rivisti. Forse solo Capricorn One, un mio cult personale, supera le visioni di codesto magnifico film. Brynner è straordinario nella sua sete di vendetta. Il sequel non mi dispiacque, ma lo rammento un po’ particolare con meno spunti memorabili come questo piccolo classico. Ma da veder anche quello, per me.
    Io ho votato per l’ascensore.Ho un debole per Maas❤

    1. Daniele Volpi · · Rispondi

      L’accoppiata “L’Ascensore” & “Amsterdamned” non si discute!
      Due film senza risorse faraoniche che riescono in pieno a fare paura…

      Purtroppo i nomi più blasonati sembrano in vantaggio. Pazienza.

      Pace profonda nell’onda che corre.

    2. Brynner è spaventoso. Mi terrorizza davvero.
      Di Amsterdamned ne parlai giusto un annetto fa, nella mia rubrica dedicata al cinema acquatico. È un film a cui sono molto legata.

  4. Si Crichton dirigerà 5 anni dopo Coma profondo,e mi ricordo anche di Runaway in cui Tom Selleck era un poliziotto dei guasti robotici contro Gene Simmons e i suoi ragnacci robotici,le ginoidi hanno ispirato tanto cinema d’animazione giapponese.
    Dei film voto la Zona morta(preso d King) con un sofferente Christopher Walken,Cujo l’ho visto,dell’Ascensore ho visto il remake dello stesso Maas ,Down con Naomi Watts ,Curtains non l’ho mai sentito

    1. Il remake de L’Ascensore era profondamente risparmiabile😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Però era divertente (e con bei nomi), dai!😉 In suo onore, appunto, fra i quattro titoli in lizza sceglierò L’Ascensore originale dell’83.
        In Westworld, tecnici e scienziati hanno una conoscenza superficiale degli esseri sintetici che dovrebbero tenere sotto controllo: non la migliore delle premesse, in effetti, se le cose dovessero mettersi male. Tipo, magari, la nascita di una forma di autocoscienza, scambiata frettolosamente per malfunzionamento… Penso ai dettagli non casuali, come la ragazza androide che tenta di rifiutare quell’acqua che SA benissimo essere dannosa per lei o, ancora prima alla cortigiana ribelle e all’androide medioevale, che sembra divertirsi -al di là della semplice programmazione- con la sua vittima. Per non parlare dell’implacabile e minaccioso Brynner, con quell’ambigua, sottilissima nota beffarda nel suo “estrai” che forse non era così presente prima dell’ultima manutenzione (cosciente che le regole del gioco siano cambiate? Mi sa di sì)… Tensione che monta inesorabile, fino alla fine. Mi ricordo ancora l’effetto che mi faceva il faccione carbonizzato del pistolero, su grande schermo😉

  5. Quanto tempo… visto in un cinema all’aperto nel… mah, 1978? E la settimana dopo il (debole) sequel.
    Strano tipo, Michael Crichton.
    Westworld è un ottimo esempio di due temi – o meglio, delle due facce dello stesso tema – che si ritrovano in quasi tutti i suoi lavori, come autore e come regista: qualunque nuova tecnologia causerà dei disastri, qualunque forma di progresso è letale e foriera di catastrofi. E questo perché (secondo tema), gli utilizzatori finali non possiederanno le competenze per usare e controlare quella tecnologia. Crichton è uno strano autore di fantascienza, a tratti quasi antiprogressista, specializzato in “self-preventing profecies”.

    1. Sì, credo dipenda nella sua scarsa fiducia nel genere umano. Sicuramente era un pessimista. Ma aveva il pregio di non demonizzare la tecnologia in quanto tale, ma l’incompetenza di chi la utilizzava.

      1. Sì, questo fa di lui un autore di fantascienza e non un autore di distopie un tanto al chilo😉

  6. Credo che Il mondo dei robot mi ipnotizzerebbe anche alla centesima visione. Non un capolavoro, ma un film “perfetto”, invecchiato benissimo, che fila come una palla di cannone dal primo all’ultimo minuto e con un Brinner devastante. Per l’83 ho votato La zona morta, bellissimo il romanzo e bellissimo pure il film, uno dei migliori tratti da King secondo me.

    1. È vero che è invecchiato benissimo. Regge dall’inizio alla fine e ha ancora un ritmo micidiale.
      Concordo sul fatto che La Zona Morta sia uno dei migliori film tratti da King.

  7. Gran bella recensione e un gran bel film.

    Personalmente mi colpì molto la prima volta che lo vidi in TV, specie perché Brinner mi ha sempre affascinato come attore e per il tema.

    Il mio voto va a Cujo

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