I dimenticati: La Camera di Sangue, di Angela Carter

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Alla Carter, la definizione “versione per adulti” applicata alle sue storie ispirate alle fiabe, agli archetipi del gotico e al folklore, stava molto stretta. Anzi, la trovava, per usare le sue stesse parole, “orripilante”. Lei preferiva dire che questa raccolta di racconti aveva come obiettivo quello di estrarre il senso latente all’interno nelle favole. Ed è un’osservazione molto significativa.
Da qualche tempo a questa parte, la rivisitazione delle fiabe classiche in chiave moderna va molto di moda, in particolar modo nel cinema commerciale e nelle serie televisive. Spesso, nel descrivere questo tipo di produzioni (penso a roba come Biancaneve e il Cacciatore, con relativo sequel in uscita, o a Once upon a Time), si usa a sproposito il termine “femminismo”. Ecco, Angela Carter avrebbe trovato tutto questo orripilante.
The Bloody Chamber è un’antologia uscita per la prima volta nel 1979. In Italia è, tanto per cambiare, fuori commercio dagli anni ’90 e, in generale, la scrittrice non ha mai avuto molta fortuna dalle nostre parti. Si tratta di una mancanza imperdonabile, perché la Carter è stata una delle voci più importanti del femminismo (quello vero) letterario e, nel nostro piccolo, anche una pietra miliare della narrativa fantastica. Insomma, non si può prescindere da lei, se si vuole avere una cognizione anche minima di come si è sviluppato il racconto gotico a partire dalla seconda metà del XX secolo. Se poi si vuole tentare di affrontare un discorso sulle donne, la letteratura, la rappresentazione dei personaggi femminili nel genere fantastico (e non solo), allora non ci sono scuse che tengano. Va letta, a prescindere anche dai gusti personali. Il suo lavoro è stato fonte di ispirazione per una miriade di autrici, tra cui la nostra Tanith Lee, che è forse quella che ne ha davvero raccolto l’eredità.
Chi trova “geniali” e “innovative” le rivisitazioni apportate al folklore classico dei tempi recenti, dovrebbe dare una ripassata veloce a La Camera di Sangue e poi andarsi a nascondere pieno di vergogna.

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Prendiamola alla larga, perché parlare di questo libro è davvero un’impresa che supera le mie capacità e partiamo quindi da un terreno a me familiare: il cinema. Nel 1984, il regista Neil Jordan prende spunto da uno dei racconti presenti nell’antologia per realizzare uno dei suoi film migliori, In Compagnia dei Lupi. Il racconto, omonimo, è il numero nove dei dieci che compongono la raccolta. La Carter scrive la sceneggiatura e partecipa attivamente alla produzione del film. Lei e Jordan avevano anche intenzione di trasporre un altro racconto, The Lady of the House of Love, ma purtroppo non se ne è fatto più niente.
Rivedere In Compagnia dei Lupi potrebbe essere un sistema valido per un approccio soft alle fiabe riscritte dalla Carter. La storia di Cappuccetto Rosso che viene sezionata, ribaltata, sottoposta a un’inversione dei ruoli mai vista prima e narrata attraverso il personaggio di una giovane donna che scopre se stessa, la propria sessualità e il proprio potere. Il tutto messo in scena con uno stile barocco ed estremamente ricercato, che è il perfetto contraltare cinematografico della scrittura della Carter.
Che sì, è difficile, molto descrittiva, densa e, se mi si perdona il termine, quasi carnale. E possiede una malleabilità che le permette di cambiare pelle a ogni racconto, modificando tono e registro, usando orrore, ironia, macabro, grottesco, a seconda dell’atmosfera che delle singole storie. Si passa dal dramma alla farsa, dal bozzetto al racconto di ampio respiro, da personaggi e situazioni messi in scena con rapidissime pennellate, a vertiginose discese a picco nell’inconscio.

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In realtà The Bloody Chamber, pur essendo una raccolta, andrebbe letta come una sorta di composizione corale, dove una serie di donne canta la propria liberazione dagli stereotipi in cui erano rimaste imprigionate fino a quel momento. Donne che rinascono nel sangue e attraverso il sangue, metamorfosi femminili da vittime in guerriere.
Prendiamo, per esempio, il racconto che dà il titolo all’antologia: ispirato alla fiaba di Barbablu, vede una ragazza giovanissima andare in sposa a un ricco uomo d’affari molto più anziano di lei. L’uomo vive in un castello isolato dal resto del mondo ed è spesso in viaggio per lavoro. Consegna a sua moglie tutte le chiavi del castello, chiedendole però di non usarne una in particolare. La ragazza, spinta dalla curiosità, va ad aprire proprio la porta che non doveva aprire e trova, appunto, la camera di sangue, una stanza dei supplizi  dove le precedenti mogli del ricco signore sono state torturate e uccise.
E fin qui, le analogie con la fiaba originale sono evidenti. Solo che, a salvare la ragazza, arriva sua madre e uccide il vecchio assassino. La protagonista non si risposa e converte il castello in una scuola, approfittando della fortuna ereditata.
Si tratta del racconto più lungo di tutta l’antologia, quasi un romanzo breve che chiarisce subito gli intenti della raccolta e ci dà il tempo di familiarizzare con le sue tematiche principali. Se inizia in modo semi-tradizionale (lei è una fanciulla innocente che ha una conoscenza vaga della vita, la vittima sacrificale per eccellenza), si radicalizza in corso d’opera, diventando sempre più esplicito fino alla scoperta della camera delle torture, che è una visione da incubo e, in un certo senso, risveglia la protagonista e la trasforma in una donna determinata e combattiva.

La Camera di Sangue è anche il racconto di più facili lettura e interpretazione. Una volta che la Carter ha dichiarato i suoi intenti, può farsi più astratta, più metaforica, ancora più eversiva, raggiungendo picchi visionari in storie come The Tiger’s Bride (ispirata a La Bella e la Bestia), in cui la protagonista viene ceduta alla Bestia per saldare un debito di gioco del padre, The Erl-King, dove il Re degli Elfi attira giovani donne e le imprigiona trasformandole in uccelli e The Snow Child, che occupa poco più di due pagine, ma è un vero e proprio gioiello di perversione e sensualità.
C’è anche spazio per una esilarante rivisitazione de Il Gatto con gli Stivali, raccontata dal punto di vista del gatto, vero artefice della fortuna del suo pigro e nullafacente padrone.

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Ma, se dovessi proprio scegliere il mio preferito, allora andrei a colpo sicuro su Wolf-Alice, che chiude la raccolta ed è in parte basato su una variante di Cappuccetto Rosso e, in parte, su Attraverso lo Specchio: una bambina allevata dai lupi viene portata in un convento. Quando le suore, dopo aver tentato di educarla, la ritengono irrecuperabile, la mandano a servizio da un conte in odore di vampirismo. Lì, la bambina, grazie a un grande specchio che riflette la propria immagine, inizia a percepirsi come un soggetto, ad avere consapevolezza di sé e della propria femminilità. Come quasi tutti i racconti de La Camera di Sangue, Wolf-Alice è uno studio sulla crescita e sull’autocoscienza, su ciò che definisce la nostra identità. Una scoperta traumatica, ma che porta immancabilmente a un trionfo. Una identità che, per affermarsi, deve passare attraverso la violenza: “I learnt what it is to be a woman and became radicalised.”

Il libro è reperibile solo in inglese. Potete trovarlo qui, in edizione cartacea e digitale. Per la versione italiana, provate a farvi un giro per le bancarelle o nelle biblioteche.
Buona caccia.

17 commenti

  1. Fra Moretta · · Rispondi

    Ottimo recupero, una delle cose che mi ha sempre colpito delle fiabe della Carter era il voler rimettere tutti quegli elementi perturbanti e carnali che spesso vengono invece tagliati nelle reinterpretazioni moderne.
    P.S. Non so se ora mi ricordo male e sto facendo confusione ma mi sembra esista una versione di Barbablu chiamata Naso di Ferro in cui anche li il salvataggio avviene per mano femminile (la madre o le sorelle della protagonista).

    1. Credo siano le sorelle, ma non ricordo bene. Qui c’è la cosa importante del personaggio della madre che ha un passato da guerriera.
      E infatti nelle cosiddette modernizazzioni delle fiabe, l’elemento erotico viene sempre messo da parte, che poi i giovani si impressionano

  2. Il catalogo della Carter andrebbe recuperato in blocco – ci fu un tempo in cui la si trovava anche in edizione economica, poi è stata rimossa.
    “The Infernal Desire Machines of Doctor Hoffman” è un romanzo indispensabile per capire il fantastico moderno, ed un tempo veniva indicato fra i 100 romanzi indispensabili… oggi non più.
    Rimuovere gli elementi portanti di una struttura di solito ne provoca il collasso – ma con la letteratura è abbastanza abituale, purtroppo.

    1. Sì, infatti io ho ancora, in casa, qualche suo vecchio volume in edizione economica, comprato dalla mia mamma.
      Poi, il deserto.
      E davvero, io posso anche arrivare a concepire la sparizione di alcuni autori strettamente di genere, per fattori legati al cambiamento di rotta delle loro case editrici italiane.
      Ma la Carter non me la spiego proprio.

      1. Io credo che a metterla fuori mercato sia il suo approccio all’erotismo.
        La Carter non vende la concretizzazione di fantasie di stupro ad un pubblico femminile che vuol sentirsi titillato e rassicurato – il suo erotismo è sempre “politico”, nel senso che mette in discussione i ruoli e e le convenzioni. Questo crea un grande imbarazzo a chi sostiene che farsi legare e bendare è un modo per esercitare un potere sul partner che ti sodomizza.

        1. Il suo erotismo è politico e molto “adulto” e passa sempre attraverso un processo di presa di coscienza. E sì, parla anche di potere, ma ovviamente lo fa in modo troppo intelligente per chi è abituato a leggere la narrativa erotica che va per la maggiore oggi.

  3. Giuseppe · · Rispondi

    L’italiota fuori mercato anni ’90 ha fatto un’altra vittima illustre 😦
    Davvero riuscito, In Compagnia dei Lupi. Per lo spettatore è come poter “leggere” la Carter su pellicola (il suo apporto al film e la sintonia con Jordan si vedono), cosa che non era proprio così scontata… Riguardo all’intera antologia, vorrei riuscire a ri-trovarne l’edizione italiana. Più bancarelle che biblioteche: nel caso avessi fortuna, “La Camera di sangue” me lo vorrei pure tenere.

    1. Le bancarelle dell’usato sono la nostra ultima speranza, perché in una ristampa non ci credo neanche un po’… 😦

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Nemmeno io (non siamo un bacino d’utenza sufficiente per sperare in una ristampa. Sempre ammesso che, a parte noi aficionados, qualcun altro si ricordi ancora chi è Angela Carter)… 😦

  4. Quel che mi tiri fuori oggi… l’amatissima Angela Carter. Non tutti i suoi libri mi sono piaciuti, ma quelli belli sono indimenticabili. Oltre a questo, consiglio vivacissimamente Notti al circo e Figlie sagge.

    1. No, neanche a me è piaciuto tutto ciò che ha scritto, però è tra i fondamentali.
      Sto cercando di tirare fuori molti autori finiti nel dimenticatoio…

  5. Dovremmo aprire una seria casa editrice del fantastico, recuperando l’introvabile e pubblicando in italiano tutta la roba buona che si pubblica la fuori e che qui non arriva o meglio nessuno si sogna di fare arrivare.

    1. Ci ho pensato spesso anche io e poi sono stata presa dallo sconforto: avrebbe un pubblico a cui rivolgersi, questa casa editrice?

      1. Ma il pubblico penso l’avrebbe, è la mancanza di capitali iniziali che mi frena dal concretizzare il progetto. Sarebbe sen’altro una cosa che nessuno ha ancora fatto, una piccola rivoluzione. Ma sui risultati, niente di certo. Ci vorrebbe l’appoggio degli autori stranieri, ma sappiamo tutti che siamo un piccolo mercato in Italia.

        1. Sì, sarebbe sicuramente una piccola rivoluzione. Dedicarsi interamente al fantastico e riesumare autori dimenticati da anni, tradurli in maniera aggiornata, ripresentarli su un mercato che però, come dici tu, è piccino.
          Ti giuro, mi è capitato di pensare a un’impresa simile tante volte nel corso dell’ultimo anno…

          1. C’è il crowdfunding, ma è un azzardo, e bisognerebbe organizzare la campagna proprio bene e avere agganci all’estero mica da ridere: editori, agenti, traduttori, editor, insomma se si gioca seriamente non è uno scherzo.

          2. Eh sì, sarebbe il caso di parlarne molto seriamente…

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