Anguish

Anguish-2015 Regia – Sonny Mallhi (2015)

Ultima recensione dell’anno, prima di passare alle tradizionali classifiche. È anche un fuori programma: sto recuperando qualche film che mi è sfuggito nel corso del 2015, per ansia di completismo e senso del dovere più che per reale interesse. E infatti non ho trovato nulla che fosse degno di attenzione. Poi, a sorpresa, spunta fuori questo Anguish, uscito tra il silenzio e l’indifferenza a metà dicembre. Raccolgo qualche notizia in giro e noto che su Fangoria molti redattori lo piazzano tra i migliori film dell’anno e allora drizzo le antenne e decido di guardarlo in pieno abbiocco post prandiale la sera del 25 dicembre.
È andata a finire che Anguish ha scombiccherato tutti i miei piani. Ora sono nei guai per la classifica horror perché dovrò sacrificare un film per fare spazio all’opera prima del produttore Sonny Mallhi.
Mallhi, in carriera, ha legato il suo nome a delle immonde porcherie, bisogna dirlo. Ma anche a due film che mi sono entrati nel cuore, At the Devil’s Door e The Strangers. E questo suo esordio ha qualche punto in comune, sopratutto per le atmosfere e per la scelta di ridurre tutto ai minimi termini del quotidiano, con At the Devil’s Door. Tanto per cominciare, è un horror soprannaturale, su una forma molto peculiare di possessione, completamente al femminile. E, più che una sequenza di spaventacchi messi uno dietro l’altro per tramortire i padiglioni auricolari dello spettatore, è uno studio sui personaggi. Si tratta di un prodotto indipendente fino al midollo. Quindi sì, è un film lento, dove succede poco e dove si perde un sacco di tempo ad assistere alla vita di tutti i giorni delle protagoniste. Ma, a ben guardare, non è affatto una perdita di tempo.

Anguish-4

Si apre con una discussione in macchina tra madre e figlia adolescente: la ragazza, Lucinda, vorrebbe andare al campeggio per il fine settimana, ma la mamma non è d’accordo. Le due litigano, Lucinda scende dall’auto e un veicolo di passaggio la investe, uccidendola.
Dopo questa scena che già imposta l’atmosfera plumbea e pesante propria di tutto il film, facciamo la conoscenza di un’altra coppia formata da madre e figlia. Tess è una ragazza che soffre di depressione, ansia, allucinazioni e disturbi comportamentali da quando è molto piccola. Con sua madre ha un rapporto difficile, soprattutto perché la donna (che ha avuto Tess da giovanissima) pensa di non aver fatto abbastanza per la salute della figlia. Il padre di Tess è un militare in missione da qualche parte. Comunica con la famiglia tramite Skype e per lui è più semplice relazionarsi con Tess. Dopotutto non la vede mai.
Le due stanno traslocando, nella stessa città dove è avvenuto l’incidente che ha posto fine alla vita di Lucinda. Cambiare casa dovrebbe segnare un nuovo inizio, un gettarsi alle spalle il passato per ricominciare da capo.
Non sarà così. Tess comincerà a manifestare sintomi di un nuovo disturbo, un disordine della personalità di cui non si riescono a comprendere le cause. Come sempre in questi casi, la scienza fallisce e si arrende. Ma la religione ci fa una figura anche peggiore, se è possibile, con un povero prete che si limita a leggere un paio di passi della Bibbia e Tess che lo guarda come se fosse un idiota e poi gli fa notare quanto sia inutile.
Ma si può davvero parlare di possessione? E l’entità che infesta il corpo di Tess può essere considerata malevola? O forse è solo lo spirito triste e inquieto di una sua coetanea che vuole rivedere la mamma per chiederle scusa?

Un film molto piccolo, intimo e pacato, persino quando lascia che il soprannaturale si manifesti in campo. Pacato come la sua protagonista Tess, una taciturna e arruffata Ryan Simpskins, che vaga per le strade della sua nuova città a bordo di uno skate, osserva da lontano i ragazzi della sua età senza interagire con loro e preferisce rifugiarsi nell’altrove pur di non dover subire di nuovo il calvario di medici, pasticche, analisi e sedute psichiatriche. Dagli occhioni giganti e sperduti della Simpskins (altra grande interpretazione di questo 2015) traspare un’enorme stanchezza, la rassegnazione di essere una sorta di guscio vuoto e martoriato da una malattia feroce. E, lo sappiamo tutti, certi personaggi sono naturalmente aperti ad accogliere (e a essere riempiti da) elementi soprannaturali.
Che sia un dono, il suo, o una maledizione, non è dato di saperlo. Come non c’è una vera e propria risoluzione all’angoscia del titolo. Nonostante il padre di Tess dica, ostentando sicurezza, che sua figlia tornerà a essere una ragazza normale, il finale del film lascia tutto in sospeso. E poi, cosa significa essere normali?

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Bene, male, normalità, malattia mentale, realtà, allucinazioni. Tutte categorie molto fragili, veli sottili che utilizziamo per dare un senso a ciò che ci accade. Molti horror sembrano esistere apposta per trovarlo, il senso, per fornire spiegazioni, ripristinare uno stato di cose precedente all’irruzione dell’irrazionalità nelle nostre vite. Anguish non lo fa. Il film racconta uno spaccato, un momento particolare di quattro esistenze difficili. Parla di lutto, perdita, crescita e accettazione, di vuoto e paura di vivere. E lo fa con una delicatezza nel mettere in scena i sentimenti che è una rarità nell’horror baraccone moderno.
Eppure, in alcuni frangenti, mi ha spaventata, perché è pieno zeppo di idee puramente visive atte a instillare terrore nello spettatore: le mani che appaiono sul vetro della finestra, mentre Tess è in giardino, l’ombra di Lucinda che segue quella di Tess sul capanno fuori casa, le braccia che, all’improvviso, circondano Tess e la spingono sul pavimento, le altalene che si muovono da sole, la forza misteriosa che fa saltare via Tess dal suo skate, come se un’auto l’avesse appena investita. Tutte cose che avvengono senza sbalzi di volume, nella quiete e nel silenzio. Strisciano sotto la pelle e fanno scorrere i brividi lungo la schiena. E sono efficaci proprio perché sono centellinate, arrivano al momento giusto, con la musica giusta e l’atmosfera giusta. Fanno paura per come sono messe in scena, per la scelta dei campi e dei tempi. Non perché un faccione brutto appare all’improvviso e fa bubusettete.

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Il corpo di Tess subisce un vero e proprio assedio, nel corso del film. La ragazza cambia identità in continuazione e, dentro di lei si alternano personalità differenti. Alcune possono essere molto pericolose. Ma nessuna è necessariamente una manifestazione del Male con la emme maiuscola. E anche questo è un punto a favore di Anguish: non c’è una battaglia tra un qualche dio e un qualche demone. Anzi, non si combatte proprio. Tutto il film è volutamente sotto tono, un po’ spento, triste come la stagione autunnale in cui è ambientato. È un horror appena sussurrato, Anguish, ma non per questo meno efficace. Va in profondità, affronta temi importanti e lo fa con dolcezza, senza imporre verità, senza gridare mai le sue metafore, che pure ci sono. Un esempio perfetto di minimalismo applicato all’orrore.
Una scelta, quella del minimalismo e dell’economia, che tocca ogni reparto: la regia, la recitazione, il montaggio e le ottime musiche, che mischiano alcune canzoni a una partitura di archi che fa da contrappunto ai momenti più drammatici.
Se vi siete stancati delle urla e dei botti, se volete un po’ di pace e riflessione, amerete Anguish almeno quanto me.

5 commenti

  1. Visto ieri, piaciuto molto, ne ho apprezzato come dici tu il minimalismo e la quotidianità della vicenda, con un uso del sonoro e della OST fantastici, disturbanti e tenebrosi.
    Nella seconda metà, quando l’horror prende il sopravvento, forse sono rimasto un po’ deluso perché fino a quel momento la domanda se si trattasse di eventi soprannaturali o di allucinazioni dovuti alla malattia era sempre lecita e giustificata, c’era una gestione molto sottile e notevole di questo equilibrio.
    Ma bello, bello comunque🙂

    1. E tu hai ragione: la prima parte, più ambigua, è la migliore. Però mi è piaciuto molto anche come è stato gestito il soprannaturale. Anche lì, tutto molto sotto tono, tutto molto quotidiano, non per forza maligno.

  2. Mio! Ha tutte le caratteristiche per amarlo… Nei toni e nei ritmi mi hai fatto ripensare all’ottimo Session 9

    1. Ma infatti potrebbe benissimo rientrare nella poetica di Brad Anderson, quando ne aveva ancora una…🙂

  3. Vero, quello che descrivi è quasi un film andersoniano “prima maniera”. E, nel modo di mettere in scena il soprannaturale, sembra mutuare qualcosa anche dall’horror a volte (più o meno sottilmente) malevolo, a volte malinconico dei nipponici “Tales of Terror”: un esempio fra tutti, le mani che appaiono sul vetro mi ricordano lo stacco fra i vari episodi…

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