Cinema degli Abissi: In the Heart of the Sea

heart-sea-movie-poster Regia – Ron Howard (2015)

Prima di cominciare, un ringraziamento e una domanda. Il ringraziamento va ai nostri soliti, adorabili titolisti italiani che, terrorizzati di fronte all’eventualità che il pubblico italiano avesse qualche difficoltà a capire, hanno pensato bene di apporre la didascalia esplicativa sulle origini di Moby Dick. E va bene, siete, come sempre, gentilissimi e premurosi. Grazie di cuore.
La domanda invece è: ma esattamente, cosa vi siete fumati per stroncare questo magnifico film? No, perché davvero, anche a guardarlo con occhio ipercritico, si fatica molto a trovargli dei difetti. Forse solo un lieve calo nella seconda parte, quando si scende dalla baleniera Essex. Ma è un film d’avventura vecchia scuola, come non se ne facevano più da tanto tempo. E infatti è stato ignorato al botteghino, surclassato dall’ultimo capitolo della saga distopica farlocca per eccellenza, Hunger Games.
Giusto pochi giorni fa, mi lamentavo della mancanza di afflato epico nel cinema contemporaneo, cosa che gli spettatori sembrano aver smesso di gradire, preferendo di gran lunga battutine e ammiccamenti. In the Heart of the Sea è un racconto epico, una storia che potrebbe benissimo aver scritto e diretto John Milius e voi lo sapete: non è un nome che scomodo con facilità, quello di Milius.
Ron Howard e io, si sa, non andiamo troppo d’accordo. Di lui ho amato Frost/Nixon e poco altro. Ho visto In the Heart of the Sea con un certo ritardo anche perché è stato diretto da Howard e mi ci sono avvicinata con il dovuto sospetto.
E invece, il caro Ron mi ha lasciato basita. Mai avrei immaginato che fosse in grado di mettere in scena un film così.

in-the-heart-of-the-sea-final-trailer

In the Heart of the Sea è tratto dall’omonimo libro di Nathaniel Philbrick e ripercorre la vicenda della baleniera Essex, partita dal porto di Nantucket nel 1819 e affondata da un capodoglio nel novembre del 1820.
Non c’è alcun riferimento a Moby Dick, ovviamente, perché il libro di Philbrick si basa principalmente sulle memorie  di un giovane marinaio sopravvissuto al naufragio, di nome Thomas Nickerson. Il manoscritto di Nickerson è stato ritrovato solo negli anni ’60 del XX secolo ed è stato pubblicato nel 1984.
Il film, invece, comincia con un giovane Melville che chiede a Nickerson di raccontargli la vera storia della baleniera, per cercare ispirazione per il suo romanzo. Ed è una licenza poetica, anzi, cinematografica, che ci può benissimo stare. Anche perché, a interpretare un anziano Nickerson troviamo Brendan Gleeson e nel ruolo dello scrittore c’è Ben Winshaw. Direi che ci ha detto più che bene.
Ecco, per prima cosa, In the Heart of the Sea è un film che trabocca di ottimi attori. E sì, quando dico ottimi attori, includo anche Chris Hemsworth che sta diventando sempre più bravo. Anche se poi passa da quelle parti Cillian Murphy e, con una sola occhiata, si mangia tutto il cast in un sol boccone, cast però assemblato nel miglior modo possibile, ovvero circondando il divo con seri professionisti e caratteristi. Hemsworth infatti si prende la parte dell’eroe, la sostiene con classe e con il fisico giusto, mentre al suo fianco si muovono brutti ceffi abituati a vivere per mare e un capitano troppo nobile per essere adatto a tenere il comando.

Forse ha giocato contro il film il fatto di raccontare le vicende di una baleniera e di un equipaggio il cui compito era quello di uccidere balene per ricavarne barili d’olio per alimentare le lampade e riempire le tasche degli armatori. È un periodo, quello che stiamo vivendo, in cui si fa fatica a contestualizzare e una caccia ai capodogli mostrata con i toni di una sfida titanica tra l’uomo e la natura, avrà fatto storcere qualche nasino pieno di nobili intenzioni. Perché Howard, nella sequenza che narra il primo assalto con le fiocine alle bestie, viste dai marinai come una sorta di invincibili mostri degli oceani, ci ha messo tutto: la violenza brutale, l’esaltazione primitiva della caccia, il pericolo, la minaccia costante della morte e il trionfo, una volta che la preda mastodontica è sconfitta e si può tornare a bordo sani e salvi.
Ed è una scena molto efficace, molto ben diretta, e che in altri tempi non si sarebbe potuta realizzare. In the Heart of the Sea è anche un film che mostra come sfruttare gli effetti digitali al massimo delle loro possibilità. Un film che ti spinge a ringraziare che la CGI esista, altrimenti scene così potevamo solo sognarcele.

HeartSea_trailer

E non si tratta di mettersi a fare il tifo per dei cacciatori, ma, appunto, di inserire la vicenda in un determinato contesto storico, quando davvero era tutta una questione di mera sopravvivenza e quella gente, sulle navi che partivano e restavano in mare anche per anni, si giocava la propria vita.
Il rapporto di questi uomini con l’oceano era un qualcosa di profondo, ancestrale. Il mare era una furia da temere e rispettare, ma anche la principale fonte di sostentamento e, per lunghi periodi, l’unica casa possibile. E la nave era un fragile guscio protettivo contro gli elementi. Si percorrevano migliaia di chilometri su distese d’acqua che sembravano infinite, si era alla mercé di corrente, venti, tempeste, bonaccia. E si viveva aspettando solo di vedere all’orizzonte lo sbuffo degli sfiatatoi dei grandi mammiferi marini.
E questo tipo di esistenza è la base perfetta per l’epica.
Howard lo capisce e calca la mano sui contrasti tra l’Essex minuscola e l’enormità ostile dell’oceano. È una lotta da cui si è destinati a uscire sconfitti, ma che si combatte comunque. Perché si sa che, prima o poi il mare ti prende e, se anche non ti uccide, ti cambia per sempre.

E infatti l’Essex affonda, distrutta dal capodoglio bianco, mentre i naufraghi cercano di raggiungere terra a bordo delle scialuppe. Qui inizia la seconda parte del film, quella dedicata ai superstiti e al loro viaggio disperato per tornare a casa. La balena diventa uno spettro pallido e silenzioso che li segue continuamente, una ossessione, il marchio della sconfitta, il simbolo della potenza sconfinata dell’oceano, della sua invincibilità.
In The Heart of the Sea cambia pelle e diventa una storia di sopravvivenza, un po’ troppo pulita nella messa in scena e negli sviluppi narrativi. Forse è qui che il film perde un po’ di mordente e ha qualche minuto in più che poteva anche essere tagliato, ma rimane comunque un ottimo e solidissimo film d’avventura.

IN THE HEART OF THE SEA

Ma è quella prima parte a bordo dell’Essex a essere memorabile. Un’opera che sembra uscita dalla golden age di Hollywood, con i suoi eroi pieni di arroganza, il destino che arriva a fargliela pagare vestendo i panni un leviatano bianco, di un demone, come chiama la balena un membro dell’equipaggio, il giovane marinaio che diventa un uomo partecipando alla caccia e addirittura entrando, fisicamente, nella testa del cadavere di una balena per estrarre tutto l’olio dal suo corpo, la terribile vendetta della bestia arpionata che si porta via la nave in pochi minuti.
Una vecchia storia realizzata con tutti i mezzi messi a disposizione dalla moderna tecnologia. Messa in scena maestosa, colori e luci da favola, effetti speciali perfetti e un’anima antica, che sa di cinema classico e che a quel cinema mostra una venerazione e una dedizione totali, fino a imitarlo nei minimi dettagli.
In the Heart of the Sea è un kolossal hollywoodiano degli anni ’50 fatto però nel 2015. E forse la ragione del suo insuccesso è proprio questa. È un film spudorato e arrogante come il suo protagonista. Si rifiuta di accettare che questo tipo di storie non le vuole sentire più nessuno e affonda come l’Essex. Ed è un peccato, perché ogni tanto c’è ancora bisogno di un po’ di sano cinema epico, anche oggi, forse soprattutto oggi.

8 commenti

  1. Nella mia ‘gnuranza, e non avendo ancora visto il film, mi limito a sospettare che chi produce oggi quello che poteva essere ammirato come un mega kolossal qualche tempo fa, rischia di essere apprezzato da una parte del pubblico e bellamente ignorato dal resto (Crimson Peak docet).

    1. Sì, ma è una parte di pubblico molto limitata. E infatti sia Crimson Peak che questo sono stati due flop commerciali…

      1. Già… Pur non volendo generalizzare (ma mi piacerebbe essere smentito con dei fatti), ho paura che si stia allargando a macchia d’olio -e sempre più velocemente- quella parte di pubblico in cerca del “nuovo” fine a sé stesso, a prescindere dal genere: in quest’ottica misera e ottusa, sia il gotico soprannaturale di Crimson Peak che l’afflato epico di In the Heart of the Sea diventano qualcosa di troppo datato per poter ancora interessare qualcuno (peccato, però, che quel qualcuno -noi- esista eccome)😦

        1. Il cinema d’avventura vecchia scuola, così come il gotico classico, sono cose da dinosauri😦

  2. Volevo tanto vedere questo film, ma causa malattia della figliolanza e altri impegni (con due bimbe andare al cinema è un lusso), non sono riuscita nelle uniche 2 sett di programmazione, e in men che non si dica è sparito dalle sale. Sinceramente non avrei mai creduto che sarebbe stato un flop commerciale, mi sembra incredibile. Però davvero, forse il caro vecchio cinema d’avventura non piace più. Tristesssss.

    1. Io sono riuscita a non perderlo per il rotto della cuffia. Perché è stato praticamente spazzato via da altri film. E ora, con l’arrivo delle schifezze italiane alla Zalone, scomparirà de tutto.
      Tristezza, sì.

  3. lo recupero al cineclub, me lo son segnato fra quelli da vedere, ma sapevo che era un impresa sotto natale vederlo

  4. Io purtroppo sono tra i poco convinti. Forse perché ho avuto l’impressione che il film volesse “fare” troppe cose e tutte insieme, senza poi riuscire a farne bene nemmeno una. O forse perché il mio nasino pieno di nobili intenzioni un pochetto s’è storto (lo riconosco, shame on me). O forse perché in realtà avrei voluto che El Murphy si mangiasse tutti, literally.

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