Horror Christmas: Wind Chill

am_91u41010r05m92372_1300x1733 Regia – Gregory Jacobs (2007)

Non sono moltissimi i registi che, nonostante siano considerati più o meno dei pezzi da novanta del cinema, non riesco ad amare, anche se ci provo. Uno di essi è Steven Soderbergh. È un’avversione così enorme che non sono neanche stata in grado di apprezzare Dietro i Candelabri. Però, di Soderbergh, se mi fa venire l’orticaria ogni volta che si mette dietro la macchina da presa, ho sempre tenuto in gran considerazione il  suo lavoro di produttore, anche in ambito horror, dove ha finanziato il secondo film del suo aiuto regista, Gregory Jacobs. Il pover’uomo è poi finito a dirigere Magic Mike XXL, che mi mette in imbarazzo solo a farne il nome. Ma una cosa buona, in carriera, l’ha fatta, ed è questo Wind Chill, uscito in Italia con il sottotitolo Ghiaccio Rosso Sangue.
Ora, non c’è quasi nulla di rosso sangue in tutto il film, che è una pregevole ghost story d’atmosfera ambientata sotto le feste. E non c’è nessuna analogia con il film tratto dal racconto di King. È che, come sempre, i nostri malvagi titolisti devono essersi preoccupati perché magari non avremmo capito il significato del termine wind chill, che è un semplice fenomeno legato all’incidenza della velocità del vento sulla nostra percezione della temperatura.
Insomma, una faccenda di freddo porco e maledetto, proprio come piace a me.
Una Emily Blunt ancora non troppo famosa e molto giovane, interpreta una studentessa che deve tornare a casa per natale dal college. Spulciando tra gli annunci sulla bacheca scolastica, trova quello di un ragazzo che cerca una compagnia per il viaggio in macchina, per dividere la benzina e superare la noia di ore e ore passate al volante.
I due partono con un tempaccio orribile. Lui decide di prendere una scorciatoia per tagliare l’autostrada e una macchina che arriva contromano a tutta velocità li fa andare a sbattere. L’auto resta incagliata in un mucchio di neve, in un posto isolato, senza anima viva nelle vicinanze. Ai due non resta che aspettare l’arrivo dei soccorsi, ma il freddo non è l’unica minaccia, lungo quella strada.

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Wind Chill è un film che ci mette molto tempo a ingranare. Non è sempre un difetto e, soprattutto in questo caso, serve a impostare bene due personaggi cui spetta il compito ingrato di reggere da soli tutta la storia. Sono due personaggi difficili, lei con un carattere che definire spigoloso è un eufemismo, lui con un atteggiamento nei confronti della ragazza che sfiora l’ossessione. Nessuno dei due ha un nome: nei titoli sono indicati semplicemente come Guy e Girl.
Le lunghe e, all’apparenza ininfluenti, conversazioni che i due hanno in macchina prima dell’incidente ci sono in realtà utilissime non solo per comprendere le motivazione di ognuno, ma anche per raccogliere indizi su dove andrà a parare il film.
Wind Chill ha l’indiscutibile pregio di essere un horror che non ha fretta di spaventare. Ed è una caratteristica rara. Si svolge tutto all’interno di un boschetto coperto di neve, in notturna, e non fornisce alcun appiglio alle pretese dello spettatore di avere una trama lineare, uno sviluppo risaputo e una conclusione che spieghi tutto.
La semplicità della trama (due persone bloccate dalla neve che vedono i fantasmi) viene continuamente messa in discussione dalle varie apparizioni, da loop temporali in cui precipitano i nostri protagonisti, dai dubbi, insinuati da una sceneggiatura molto meno banale di quanto si creda, sulla vera natura di uno dei due ragazzi.
È un horror coraggioso, che richiede una dose di attenzione superiore alla media del genere e dove non conviene perdersi neanche un passaggio e sfumatura, perché la base “filosofica” sui cui Jacobs innesta la classica ghost story del luogo maledetto, è degna di interesse e approfondimento.

DA QUI IN POI QUALCHE SPOILER

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Se lo chiedeva del Toro nel 2001 cosa fosse esattamente un fantasma. Wind Chill, con minore raffinatezza, si pone la stessa domanda.
C’è un dialogo, all’inizio del film, in cui il ragazzo spiega a una annoiatissima Emily Blunt il significato dell’eterno ritorno. Ed è evidente che sia stato messo lì come un’insegna lampeggiante per spingere il pubblico in una certa direzione. Si tratta di un espediente non elegantissimo, ma alla luce del quale va considerato l’intero arco narrativo del film.
Un fantasma è un qualcuno condannato a ripetere all’infinito gli stessi gesti e gli stessi errori e che ogni volta non può fare altro che ricominciare da capo il percorso che lo ha condotto alla dannazione.
E se del Toro esprimeva un concetto più o meno identico senza scomodare Nietzsche, la sceneggiatura di Wind Chill sente la necessità di puntellarsi a quello scambio di battute e costruirci sopra la struttura del film.
Che non funzionerebbe così bene se non fosse che, da un certo punto in poi, iniziamo a farci domande sul ragazzo (Ashton Holmes), che dimostra di sapere troppe cose sulla ragazza e che sulle prime ci sembra solo il tipico sociopatico stalker, il cattivo del film, quello che la Blunt dovrà sconfiggere per tornare a casa.
E invece così non è.
Il pericolo è altrove, è fuori dall’auto, nelle sagome scure che si aggirano intorno al veicolo bloccato, che bussano sui vetri, che appaiono alla luce delle torce e al suono delle canzoncine natalizie trasmesse per radio.
E che cos’è veramente il ragazzo? Come fa a sapere tutto della ragazza?
Vuoi vedere che il vero fantasma della situazione è lui? E magari è condannato a ripetere in eterno quel viaggio troncato da un incidente e destinato a concludersi con la propria morte. E ogni volta spera che non vada in quel modo, spera di trovare il coraggio di parlare alla ragazza prima di salire in macchina, di non dover ricorrere a nessuno stratagemma per conoscerla.
E ogni volta si ritrova lungo quella scorciatoia, dentro a quel mucchio di neve, a morire congelato mentre lei va in cerca di un telefono.
L’eterno ritorno.
Cos’è un fantasma? “Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito, forse solo un istante di dolore, qualcosa di morto che sembra ancora vivo, un sentimento sospeso nel tempo come una fotografia sfocata, come un insetto intrappolato nell’ambra. Un fantasma. Questo sono io…”

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È solo una lettura, la mia, un’interpretazione che lascia il tempo che trova.
Ma, se visto in questo modo, Wind Chill prende una piega molto amara e malinconica e, più che di fantasmi, ci parla di rimpianti e occasioni perse per sempre.
L’ambientazione natalizia gioca un ruolo fondamentale in questa atmosfera di morte e sconfitta. Due solitudini lungo una strada, l’antivigilia di natale, la neve, la radio sintonizzata su stazioni a tema e, di fronte, un incidente che si perpetuerà in eterno.
Wind Chill non è un survival horror in condizioni estreme. È una fiaba nera su un amore mancato. O sbocciato nel momento sbagliato, a seconda dei punti di vista. E ciò che più spaventa non sono le apparizioni improvvise, ma il senso di perdita che pervade ogni fotogramma.

5 commenti

  1. dinogargano · · Rispondi

    Sembra molto bello , vedrò di trovarlo in giro , bel post , al solito …

  2. Una triste ghost story natalizia, per certi aspetti quasi una versione in nero del Canto di Natale: rimpianti, errori, amori mancati, occasioni ormai perse (come giustamente sottolinei)… Dove si dimostra, in entrambi i casi, quanto gli spettri possano essere strumenti ad hoc per parlare di tutto questo. E, dickensianamente SPOILERANDO, non mi sembrerebbe poi del tutto campato per aria considerare Guy come il fantasma del Natale passato, riveduto e corretto FINE SPOILER..

  3. Bella segnalazione, lo sconoscevo e – a star dietro alle recensioni in giro – lo avrei anche evitato, visto che ne parlano praticamente tutti male.
    Il mix thriller artico/ghost story funziona abbastanza, la regia è sicura e per fortuna ci sono risparmiati i classici momenti “bubu-settete” tipici degli horror meno ispirati (e in particolare mi riferisco ad un’altra ghost story uscita in quel periodo, per non fare nomi quella tratta da Stephen King con Cusack che ne vede di cotte e di crude in una stanza d’albergo, uno degli orroretti più sopravvalutati del ventunesimo secolo).
    Interessantissima l’ipotesi che[spoiler] ad ingrossare le fila dei fantasmini ci sia anche il protagonista, che a conti fatti potrebbe tranquillamente essere skiattato nell’incidente[/spoiler]

    1. Ma infatti è un film di cui si è parlato poco e quel che poco che si è detto era negativo. Non me lo spiego, perché secondo me è solido e ben diretto e apre la strada a ipotesi affascinanti…

  4. Ecco : amo questi tipi di film! L’ho messo in lista e appena lo vedo ti faccio sapere

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