1953: La Maschera di Cera

49EB6D00C9 Regia – André De Toth

Jarrod is dead. I’m a reincarnation.”

Il 3d non è affatto un’invenzione recente. E non risale affatto all’ultimo periodo l’idea di trascinare il pubblico in sala facendo leva sulle novità tecnologiche e sul sensazionalismo a esse legato. Non c’è niente di strano e niente di male, soprattutto se si pensa che il cinema non sia una forma di intrattenimento poi così distante dallo spettacolo dei fenomeni da baraccone. E, di nuovo, non c’è niente di male neanche in questo.
La Maschera di Cera non è il primo film mai girato in 3d, e neanche il primo film in 3d a colori (il primato spetta a Bwana Devil, della nostra conoscenza Arch Oboler) ma è sicuramente il più famoso e uno dei più riusciti all’epoca. De Toth (gran professionista hollywoodiano nato in Ungheria) lo girò in pochissimo tempo, con un budget stanziato dalla Warner di circa un milione e mezzo di dollari, cifra che il regista riuscì a ridurre a seicentomila, portando a termine le riprese in appena 33 giorni. Il film era finito a febbraio e venne distribuito ad aprile, il che, considerando i mezzi disponibili negli anni ’50, fu davvero una corsa folle. La Warner era una major e La Maschera di Cera non era un prodotto di serie B. Lo lanciarono con squilli di tromba e fanfare e, molto probabilmente, spesero più in pubblicità che per il film stesso.
Ed ebbero ragione: ci guadagnarono qualcosa come 23 milioni di dollari. Il più grande successo di pubblico della Warner dal 1947. house-of-wax-publicity-photo_1-1953

Si tratta di un film che, rivisto oggi, miracolosamente soffre solo in parte la subordinazione alle tre dimensioni. Se si escludono un paio di oggetti lanciati verso la macchina da presa e un’intera sequenza (quella del giocoliere con le palline da ping pong) pensata e realizzata apposta per sfruttare il 3d, La Maschera di Cera sembra molto più attuale di tanti horror usciti alla fine del decennio scorso e strutturati soltanto per far volare parti anatomiche e armi da taglio in faccia al pubblico. Per non parlare di quelli degli anni ’80 e primi ’90.
È film elegante, ben narrato e con un protagonista grandioso, in un ruolo che anticipa di quasi vent’anni quello, molto più conosciuto, del Dr Phibes.
Ma parliamo di Vincent Price. Un Vincent Price quarantenne e non ancora icona horror. La Maschera di Cera è precedente al ciclo di film di Corman basati su Poe e a quelli di William Castle. È forse il primo, grande personaggio horror dell’attore: uno scultore, il professor Henry Jarrod, che possiede un museo di figure di cera così realistiche da sembrare vive e che si trova in disaccordo con il suo socio in affari. Quest’ultimo vorrebbe che Jarrod dedicasse la sua esposizione a delitti e atrocità assortite, così da attirare più pubblico e fare più soldi. Ma a Jarrod quel tipo di arte macabra non piace e preferisce ritrarre personaggi storici, come Maria Antonietta o Giovanna d’Arco.
Il suo socio, per intascare i soldi dell’assicurazione, dà fuoco al museo e il professore resta chiuso dentro mentre le fiamme divampano, distruggendo il suo lavoro di tutta la vita.
Jarrod viene dato per morto, il suo socio intasca l’assegno, ma viene ucciso da un uomo sfigurato. Pochi giorni dopo, lo scultore riappare, in sedia a rotelle e con le mani rovinate ma vivo, e riapre un altro museo, questa volta con una bella stanza degli orrori, che fa svenire le signore intervenute all’inaugurazione.

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L’influenza esercitata da La Maschera di Cera sull’immaginario horror degli a venire è profonda e, allo stesso tempo, quasi insospettabile. Il personaggio di Jarrod, e soprattutto il suo look con volto sfigurato, cappellaccio, guanti neri e mantello, ha ispirato sia molti assassini del successivo Giallo italiano, sia una discreta quantità di killer dello slasher degli anni ’80.
E infatti La Maschera di Cera potrebbe essere letto come una specie di proto slasher, uno dei più remoti esemplari del genere.
Abbiamo un buono trasformato in cattivo dall’avidità e crudeltà altrui, che consuma la sua vendetta e alimenta la sua ossessione artistica: se può in parte rimediare alla menomazione al volto tramite, appunto, una maschera di cera, non può far niente per quella delle sue mani. Oltre ad affidarsi a degli aiutanti (uno dei quali, il sordomuto Igor, è interpretato da Charles Bronson), Jarrod uccide e poi ricopre i cadaveri di cera, donando quella illusione di verità alle statue che le sue mani non sono più in grado di dare. Durante il giorno è un affabile e un po’ svitato artista e la notte si trasforma nell’uomo nero.
La scena in cui insegue per le strade deserte di una New York di inizio secolo ricostruita in studio la “final girl” Phyllis Kirk è un’anticipazione di ciò che avremmo visto nei decenni successivi in decine di Gialli e slasher: la ragazza minacciata da un’ombra scura e implacabile che si fa sempre più vicina.
C’è persino un lato punitivo e vagamente puritano: la prima vittima di Jarrod è una giovane donna dall’atteggiamento disinibito e con l’abitudine di frequentare uomini facoltosi e molto più anziani di lei per “farsi strada nel mondo”. Con macabra ironia, il suo corpo diventa la scultura di Giovanna d’Arco. Piccola curiosità: l’attrice che la interpreta è nientemeno che una giovanissima (e quasi esordiente) Carolyn Jones, per gli amici Morticia Addams. Non so cosa accadde agli spettatori dell’epoca, ma tutta la mia simpatia era rivolta a lei, a differenza del personaggio della Kirk, virtuoso fino alla caricatura.

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La differenza con gli slasher sta tutta nell’uso che Jarrod fa della maschera, che è opposto a quello dei vari Jason e Michael. La maschera gli serve per confondersi tra la gente normale, mentre il suo vero volto, distrutto dal fuoco, è quello che usa per compiere i delitti. E anche qui, siamo in anticipo rispetto al Dr Phibes, che estremizza e approfondisce il concetto e che comunque ha dalla sua una genialità di regia, ambientazione e scenografie che manca a La Maschera di Cera.
Rimane un ottimo prodotto, professionale, curatissimo, anche tecnicamente ambizioso, in quanto è evidente come l’idea di De Toth fosse quella di utilizzare il 3d per conferire al film una maggiore profondità di campo e non solo per far abbassare la testa al pubblico quando gli arrivava addosso una pallina da ping pong.
Questo si nota soprattutto nel piano sequenza iniziale all’interno del museo, quando ci vengono mostrate tutte le statue di cera con uno splendido ed elaboratissimo carrello che termina su Jarrod intento a modellare un’ennesima figura.
I colori sono uno spettacolo, soprattutto se subite, come me, il fascino della messa in scena sontuosa tipica del periodo, quando il cinema a colori era ancora una novità e ogni elemento in campo sembrava brillare fino ad accecarti.
Strano a dirsi, il film fa anche ridere, ha diversi momenti comici e un’ironia mai banale, che si prende gioco proprio di quello stesso sensazionalismo su cui puntava il film per far presa sul pubblico.

Per il 1963, vi propongo una scelta (difficilissima) tra tre film che mi stanno molto a cuore: si parte con Gli Invasati, di Robert Wise, discutibile titolo italiano per The Haunting; si prosegue con Blood Feast, di quel cialtrone adorabile di Herschell Gordon Lewis e si finisce scomodando sua maestrà Alfred Hitchcock con Gli Uccelli, perché a noi piace mischiare sacro e profano senza alcuna vergogna.

6 commenti

  1. dinogargano · · Rispondi

    Bellissimo film , mai visto in 3D , ma solo al cinemino del quartiere , ho votato per Gli Invasati , certo il titolo fa pensare ai germogli di soia ripiantati …. meglio l’originale , come quasi sempre ..

    1. Il titolo è un qualcosa di inspiegabile. Era così bello ed efficace l’originale…

  2. Sicuramente Sam Raimi qualche spunto per il suo Darkman l’ha presa(il buono sfigurato da un’incendio,questo non l’ho visto ma Price è una garanzia e sua la voce e la risata nel memorabile video di Thriller di Micheal Jackson.
    Un saluto Lucia.

  3. Quando il 3D era subordinato a un buon/ottimo film e non (salvo rari casi) viceversa, come oggi… A maggior ragione, in questo caso, Il remake non l’ho mai nemmeno lontanamente voluto prendere in considerazione. Osar rifare questo Price d’annata che qui, è vero, fa quasi le prove per il suo futuro dr. Phibes ha tanto senso quanto rifare Phibes stesso… nessuno, appunto.
    Voterò per The Haunting (il titolo italiano non mi è mai piaciuto… Casomai, è da invasati aver pensato di “tradurlo” così)…
    P.S. Come va la convalescenza? Riesci a ricominciare a pedalare, per Natale?

  4. ottima recensione come sempre.
    il mio voto a Blood Feast, ma mi sa che vinceranno gli Invasati alla fine

  5. Film memorabile. Forse il primo horror che abbia mai visto, da bambino. Veramente un germoglio d’idee e immagini!
    Ah, ho votato Blood Feast, gli altri indiscutibili capolavori fino già stati celebrati e sviscerati da sempre

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