Regression

arton11028 Regia – Alejandro Amenábar (2015)

Io lo so già che questo film piacerà solo a me e a un altro paio di matti, che sarà un flop, che la gente lo sbeffeggerà a tutto spiano e che al povero Amenábar verrà detto di tutto. Ma io ho una vera e propria passione per quei cineasti capaci di restare coerenti e fedeli a loro stessi, pur nel cambiamento e anche se costretti a ridimensionarsi. E il regista spagnolo, purtroppo, si è dovuto ridimensionare parecchio. Ha esordito a 24 anni con quella roba pazzesca di Tesis. Si è ripetuto, poco tempo dopo, con Apri gli Occhi. Ha sfondato a Hollywood con una delle più efficaci ed eleganti ghost story del decennio passato e poi ha abbandonato il cinema di genere e si è ritrovato praticamente sul tetto del mondo, ricevendo premi e acclamazioni da tutti i critici, che finalmente si erano resi conto di con chi avevano a che fare. In maniera piuttosto paradossale, lo ha fatto con il suo film che a me ha sempre detto meno rispetto agli altri, Mare Dentro.
E vorrei ricordare a tutti che, all’epoca, Amenábar aveva 32 anni.
Poi ha avuto l’ardire di dirigere un’opera complessa come Agora (che sì, lo ammetto, è il pezzo della sua filmografia che preferisco) e gliel’hanno fatta pagare. Era il 2009 e, da allora, il nostro non è più tornato dietro la macchina da presa.
Ora, questo Regression arriva in sordina. Esce prima da noi che nel resto del mondo, dove è previsto per l’anno prossimo, ma non è stato pubblicizzato più di tanto. Il cast è mediamente importante: Ethan Hawke ormai ci ha abituato alla sua presenza fissa nei film di genere, con una seconda parte di carriera davvero sorprendente. Migliora invecchiando, recita sempre meglio e sceglie film marginali, ma di buona qualità. Emma Watson sta ancora cercando una propria identità di giovane attrice, ma anche lei si sta scavando una sua nicchia in prodotti dal sapore indipendente.

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Il problema di Regression è che tutti si aspettavano un horror soprannaturale sulle sette sataniche e si sa cosa accade quando qualcosa delude le nostre aspettative. Ci arrabbiamo. Perché noi volevamo un film di paura. E invece Amenábar ha fatto un film sulla paura, mettendo in discussione la struttura stessa dell’horror in quanto tale. O meglio, dell’horror soprannaturale che va oggi per la maggiore, quello dove, dopo aver scartato tutte le ipotesi razionali, i personaggi abbracciano l’irrazionale e lo accettano come dato di fatto, possibilmente sconfiggendolo e restaurando lo status quo precedente.
Una struttura che funziona molto bene, per carità. Ma non c’è niente di male a sovvertirla, di tanto in tanto, cercando di ragionare sui meccanismi che regolano la paura come sentimento collettivo, che portano a temere cose inesistenti e a convincersi che esistano, fino al punto di manipolare la realtà stessa e a costruirne una versione alternativa.

All’apparenza, la trama di Regression è molto classica: il film è ambientato nei primi anni ’90, in una città di provincia, nell’America rurale.  Una ragazza di diciassette anni (Emma Watson) accusa il padre di aver abusato di lei. L’uomo però non ricorda niente. Il detective di polizia incaricato di risolvere il caso (Ethan Hawke) chiama uno psichiatra per essere coadiuvato nel corso degli interrogatori e lo psichiatra ricorre all’ipnosi per far riemergere i ricordi rimossi.
Viene fuori una storiaccia di satanismo, violenze sessuali, sacrifici umani e messe nere in cui sembra coinvolta metà della cittadina.

DA QUI IN POI SPOILER

regression

Amenábar, sin dagli inizi della sua carriera, ci è sempre andato giù abbastanza duro con superstizioni e credenze religiose in generale. Nonostante sia stato etichettato come regista horror, l’unico film da lui diretto che implichi in maniera palese un elemento soprannaturale è The Others. Ma l’impianto delle sue opere è sempre stato scientifico, logico, razionale.
Era abbastanza ovvio che anche Regression sarebbe stato così e che anche in questa sua ultima opera, il regista avrebbe puntato il dito contro la nostra estrema disponibilità a credere a tutto ciò che ci appare, sul momento, più semplice e conveniente.
E quando tutto ciò accade a più persone allo stesso tempo, ecco che si arriva all’isteria collettiva, si rovinano vite intere, si distruggono reputazioni, si scatenano cacce alle streghe. Solo per aver permesso, con la nostra credulità, che si accendesse una scintilla.

L’ambientazione di Regression gioca un ruolo decisivo: i primi anni ’90, nel pieno del Satanic Panic e una comunità molto piccola, chiusa in se stessa, dove la principale fonte di autorità non è rappresentata dalla polizia, ma dal reverendo della chiesa evangelica locale.
Ed è proprio nella chiesa che si va a rifugiare Angela, dopo aver accusato il padre di aver abusato di lei. Lì resterà per tutto il film, sotto la protezione del reverendo, sempre più convinto che si tratti di un caso di possessione demoniaca collettiva, che il demonio cammini in mezzo a loro.
Quello che si scatena, nel corso del film, è una sorta di processo inquisitorio in miniatura, con le accuse che si fanno sempre più gravi, la lista dei sospettati che si allarga a macchia d’olio, i ricordi che vengono a galla, grazie all’ipnosi, e scoperchiano vasi di Pandora colmi di orrori.
La presenza del maligno diventa quasi palpabile, col procedere del film, l’intero paesuncolo (quasi sempre sotto la pioggia, umido, grigio, sprofondato nella povertà e nello squallore) appare come posseduto dal demonio.
E invece è solo una gigantesca manipolazione.
Di Angela, certo, ma anche di Amenábar nei nostri confronti.
Visto com’è facile farvi credere?

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Non si tratta di un film dell’orrore, ma di un film a tesi.
Può non piacere, può non essere soddisfacente per chi voleva satanasso con le corna, ma è una scelta così forte che non me la sento proprio di criticare Amenábar per averla portata fino in fondo con estrema coerenza.
Poi sì, la risoluzione della vicenda diventa abbastanza prevedibile da un certo punto in poi, se si presta attenzione a ciò che accade sullo schermo e, soprattutto ai dialoghi (massacrati da un doppiaggio che mioddioaiutami), ma il vero, grande merito di questo film, è quello di rendere lo spettatore, per un’oretta buona, partecipe di una grande allucinazione collettiva, neanche orchestrata ad arte da chissà quale genio del male, ma nata in maniera spontanea.
Da una piccola scintilla, appunto.
Dal nostro stesso desiderio di credere in qualcosa che sia più grande (e più malvagio) di noi.

10 commenti

  1. Infatti i commenti all’uscita del cinema erano mediamente :”É una cagata”.

    1. Ecco, anche qui stessa cosa.

  2. Mi sono fermata prima degli spoiler, condividendo gran parte di quanto hai scritto. Molto probabilmente sarò fra quei matti a cui questo film piacerà e che ti faranno compagnia. Ti farò sapere (spero presto)😉

    – Fran

    1. In realtà sarebbe facilissimo scambiarlo per un thriller da discount, ma io credo che ci sia molto altro. Speriamo di non essere l’unica visionaria

  3. Tesis ,The Others,Mare Dentro visti,Apri gli occhi c’è remake e quello con Tom Cruise (Vanilla Sky),Emma Watson assomiglia a una baristo dove abito.
    Comunque e vero nei posti piccoli si cerca sempre il “mostro” basta guardare solo le cronache nostrane…..

  4. Giuseppe · · Rispondi

    E, in un certo senso, un film a tesi lo era anche The Others. Perché, se l’elemento soprannaturale qui era palese, altrettanto palese era poi la sua contrapposizione con le credenze religiose del personaggio di Nicole Kidman… E sappiamo quanto l’amara sorpresa che l’aspetta si faccia beffe di tutte le sue convinzioni circa la dannazione eterna o l’eterna beatitudine. Ragion per cui si può dire che Amenábar sia riuscito a usare il “suo” soprannaturale come strumento di critica nei confronti delle classiche e stereotipate credenze religiose/superstiziose a riguardo dello stesso: da questo punto di vista, oltre a essere “di” paura, lo si può vedere anche come un film “sulla” paura non meno di Regression, credo…

    1. Infatti anche The Others è estremamente anomalo e viene ricordato soprattutto per il famigerato twist finale. Invece sarebbe da analizzare a fondo per tutta una serie di motivi.
      Amenabar è sempre un regista complesso, anche quando è apparentemente semplice.🙂

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Senza dubbio!🙂 Poi, devo dirti, non mi dispiacerebbe affatto se un giorno volesse mettere di nuovo la sua razionale e critica complessità al servizio di un’altra storia a sfondo soprannaturale (dove questo tornasse -momentaneamente- ad esserlo davvero come in The Others, appunto)…

  5. Ne parlai anch’io di questo film. Probabilmente sono uno di quei matti insieme a te a cui è piaciuto. Non nego che abbia qualche difetto, soprattutto nella sceneggiatura, ma ha degli argomenti che Amenábar ha sempre trattato nei suoi film (e qui lo fa bene come al solito). Riesce ad essere un buon thriller, la tensione c’è e la caduta del protagonista nella paura e nel dubbio è resa molto bene.
    Mi dispiace per come sia stato accolto dal pubblico e dalla critica.

    1. Sì, dispiace molto anche a me, non si meritava un’accoglienza simile. A volte ci si accanisce su film che sono molto meno brutti di come li si dipinge e si perdona tutto ad altri che hanno invece un valore molto più basso.
      Incomprensibile.

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