1943: La Settima Vittima

the-seventh-victim-movie-poster-1943-1020458183 Regia – Mark Robson

“I run to death,and death meets me as fast, and all my pleasures are like yesterday”
(John Donne)

Quando chiesero a Val Lewton quale fosse il messaggio del film, lui rispose, molto laconico: “Death is good”. Mi piace aprire il post di oggi con questa dichiarazione del produttore, nonché vera anima artistica del ciclo (troppo breve) di opere che porta il suo nome.  La Settima Vittima, meno famoso di Cat People e meno iconico di Ho Camminato con uno Zombie, è forse la pellicola più personale tra quelle realizzate da Lewton, in quei quattro anni in cui la RKO gli diede carta bianca per mettere in scena dei prodotti a basso costo. Primo film senza Tourneur e punto di partenza per la proficua collaborazione con Robson, che era stato il montatore dei successi precedenti e che, alla fine, poteva esordire dietro la macchina da presa.
Dopo aver infilato, uno dietro l’altro, tre grandi incassi in breve tempo (Cat People, I Walked With a Zombie e Leopard Man), Lewton avrebbe potuto fare ciò che preferiva. I dirigenti della RKO si dichiararono disposti a farlo uscire dal circuito dei B movie perché passasse alle produzioni più blasonate. Ma Lewton aveva promesso a Robson che avrebbero fatto un film insieme. E quindi restò ancorato ai film a basso costo fino alla fine. Il lato positivo era che Lewton, con la scusa degli horror dozzinali fatti con due spicci, poteva agire in totale libertà creativa, spesso aggirando con classe e furbizia i limiti sempre più stretti del Production Code, all’epoca all’apice del suo potere oppressivo.
Si dovrebbe sempre stare attenti a usare la parola genio. Però, pensando a Lewton, non mi vengono in mente altre definizioni. A parte l’influenza esercitata dalla sua estetica sul noir di serie A, genere che si stava sviluppando proprio in quegli anni, l’eco del suo stile e delle sue tematiche, si è estesa tra i più importanti cineasti della nuova Hollywood: De Palma, Scorsese, Ferrara, Polanski. Tutti si sono ispirati a lui.
Questo senza nulla togliere ai tre registi che con lui hanno lavorato, soprattutto a Robson, meno riconosciuto rispetto a Tourneur e a Robert Wise, ma che aveva una maggiore sintonia e una quasi totale identità di vedute con il suo produttore.

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La Settima Vittima è una strana bestia cinematografica, un po’ romanzo di formazione sulla perdita dell’innocenza, un po’ horror esistenziale, un po’ (tanto) noir, un po’ detective story e soprattutto, un lento e ipnotico inno alla fascinazione della morte. Non è una visione semplice, non ha una neanche una trama ben definita e si dipana in centinaia di rivoli, all’apparenza sconnessi tra loro. Procede tra le ombre come un incubo al rallentatore e toglie il respiro con quindici minuti finali tra i più intensi e dolorosi mai apparsi su uno schermo.

Il film inizia in un collegio femminile, dove la giovane Mary Gibson (Kim Hunter, alla sua prima apparizione sullo schermo) vive e studia. La ragazza viene chiamata nell’ufficio della direttrice e lì viene informata della sparizione di sua sorella maggiore Jacqueline (Jean Brooks). Sono sei mesi, infatti, che nessuno paga la retta del collegio. Mary decide di andare a New York per scoprire cosa è accaduto alla sorella. Una volta arrivata in città, riesce a trovare l’appartamento dove Jacqueline viveva, ma è deserto e al suo interno c’è solo una sedia, su cui penzola un cappio. Da qui in poi, La Settima Vittima diventa un viaggio allucinante, dove il senso di minaccia e di terrore sono un contrappunto perenne ai tentativi di Mary di trovare sua sorella e dove tutti i personaggi sono, in qualche modo, fuori posto, gli amori sono tutti sbagliati, non corrisposti e, quando corrisposti, impossibili, il male si cela dietro alle apparenze più rassicuranti e l’unica via d’uscita sensata da questo labirinto appare, appunto, quella corsa verso la morte annunciata dai versi di Donne.

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È incredibile come Lewton fosse in grado di inserire nei suoi film degli argomenti delicatissimi, partendo dall’idea di realizzare comunque un cinema commerciale. Gli stessi titoli del suo ciclo di film della RKO venivano scelti in base ai gusti del pubblico. Eppure, grazie a una lungimiranza e una visione d’insieme che hanno del miracoloso, Lewton riusciva sempre a portare al cinema delle piccole gemme non solo da un punto di vista estetico, ma anche per il coraggio e l’audacia dimostrati nel mettere in scena alcuni temi considerati tabù.
Il suicidio, per esempio.
Il Codice parlava chiaro: non era rappresentabile.
Eppure è un elemento imprescindibile de La Settima Vittima. Non solo per quel cappio che penzola nella stanza di Jacqueline e che troverà una spiegazione col procedere della storia. C’è proprio un alone di sconfitta e fallimento che permea quasi tutti i protagonisti e i comprimari e ciò che rimane, una volta terminato il film, è l’impressione di aver assistito non tanto a un film dell’orrore a basso costo, quanto a un dramma dove ogni personaggio è attratto verso la propria fine. Una morte ricercata, desiderata, temuta, ma comunque abbracciata, persino con una certa voluttà.
Come tutto questo sia sfuggito ai censori dell’epoca è un grande mistero. Ma va benissimo così.

Eppure, La Settima Vittima passa per un film su una setta satanica che deve liberarsi di una ex adepta, colpevole di aver rivelato l’esistenza del circolo di adoratori del demonio al suo psichiatra (Tom Comway, che qui riprende il medesimo ruolo di Cat People, quasi un inside joke, o meglio, un chiaro segnale che tutti i film di Lewton si svolgono nello stesso universo).
Ora, la particolarità di questa setta, i Palladisti, è che si tratta di un gruppo di signori benestanti e innocui, molto lontani dal tipico satanista cinematografico. Li si potrebbe assimilare a quelli di Rosemary’s Baby, anche se Polanski, più di vent’anni dopo, li avrebbe ritratti con tocchi di ironia grottesca. Robson e Lewton sono invece serissimi e il circolo che tiene prigioniera Jacqueline risulta quindi ancora più inquietante, proprio per la sua appartenenza all’alta borghesia.
Altro elemento di un certo interesse: i Palladisti predicano la non violenza, e questo genera un conflitto con l’obbligo di liberarsi di chi non mantiene il segreto. Dilemma morale “risolto” con l’istigazione di Jacqueline al suicidio, chiusa per settimane in una stanza vuota. Con una sedia. E un cappio. La stanza numero sette di una pensione. La Settima Vittima, appunto, dato che in passato solo altre sei persone sono state scoperte a tradire il culto.
Una delle sequenze più forti del film è quella in cui tutta la setta, riunita in un lussuoso salotto, cerca di convincere Jacqueline a prendere del veleno. È un momento di una violenza psicologica inusitata. Difficile da digerire persino oggi, pur essendo abituati a ben altri spettacoli. Anche perché un conflitto così lacerante tra la libertà di scelta e le imposizioni sociali raramente era stato rappresentato con questa chiarezza.

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Ma c’è dell’altro, andando a scavare ancora più a fondo: La Settima Vittima, così come Cat People, il suo seguito e Ho Camminato con uno Zombie, presenta personaggi femminili modernissimi e costretti a confrontarsi con un ambiente che respinge e reprime la loro personalità. Mary e Jacqueline, diverse tra loro come il giorno e la notte, condividono però una pulsione irrefrenabile all’indipendenza, continuamente messa in discussione dalle figure di autorità con cui si trovano a interagire.
In fondo, Jacqueline si è unita ai Palladisti anche per fuggire da un matrimonio con un uomo che, per quanto ritratto sotto una luce positiva, non fa altro che trattare sua sorella come una bambina bisognosa di essere redarguita e protetta. E, con un coraggio che è quasi una follia, Lewton e Robson inseriscono, nel personaggio di Jacqueline anche un sotto testo omosessuale che, per forza di cose, è appena una traccia nascosta, una nota di fondo che si percepisce a stento. Ma esiste. E basta guardare con attenzione chi e con quali parole interrompe la sequenza del veleno per rendersene conto.
Ma ne La Settima Vittima, ci si allontana dall’oppressione solo per incontrare altre forme di oppressione, che hanno volti diversi, ma identico potere.
E, esattamente come aveva fatto Irena un anno prima, trovando nella gabbia delle pantere quel sollievo che solo la morte può dare, così Jacqueline ritornerà alla stanza numero sette. Questa volta per sempre.

Mentre ci addentriamo negli anni ’50, dobbiamo fare sempre di più i conti con la fantascienza. E quindi, per il 1953, tra i quattro titoli scelti, ce ne sono due che sarebbero più assimilabili alla sci-fi che all’horror vero e proprio, ma noi non ci formalizziamo più di tanto, vero? Partiamo quindi con Destinazione Terra, di Jack Arnold, proseguiamo con Gli Invasori Spaziali, di William Cameron Menzies, per poi rientrare in ranghi più tradizionali con La Maschera di Cera, di André de Toth (protagonista Vincent Price) e Il Cervello di Donovan, di Felix Feist (e anche qui il confine con la fantascienza è molto sottile).

14 commenti

  1. Ottima recensione.

    Il mio voto va a Destinazione Terra

  2. dinogargano · · Rispondi

    Mai visto questo film , vediamo se lo trovo in giro , votato per destinazione Terra , un cult della mia giovinezza da cinefilo…

    1. Si trova in edizione italiana, anche a un prezzo ragionevole, su Amazon. Destinazione Terra è un grande film, ma io spero con tutto il cuore di poter parlare di un’altra opera di Arnold.

      1. Alberto Ragni · · Rispondi

        Forse Radiazioni BX: distruzione uomo?

        1. Ehm… no😀
          Un altro ancora

          1. Giuseppe · ·

            Mmmh, rimanendo sui classici… Il Mostro della Laguna Nera o Tarantola? Non ci starebbero male, né l’uno né l’altro😉

          2. Alberto · ·

            Peccato🙂

  3. In qualche modo Lewton e Robson ci riuscirono, evidentemente, a non far capire fino in fondo agli ottusi censori -del tutto inabili a competere con le astuzie e le finezze della brillante mente dei loro “avversari”- la materia che stavano esplicitamente trattando… Come, del resto, la modernità dei personaggi femminili doveva essere stata parimenti spiazzante -e poco inquadrabile- per i loschi figuri a difesa del Production Code. Quanto al modo di rappresentare l’oppressione, e a riprova anche qui di intuizioni moderne, personalmente ci vedo alcune similitudini con Martha Marcy May Marlene: anche Martha in fondo, pur se in un contesto differente, non ha altra scelta che di passare da un’oppressione all’altra (la setta, la sorella con il maritino…)
    Per il sondaggio, giustamente non mi formalizzo😉 e vado a dare il mio sostegno al capolista Jack.

  4. Azzeccatissimo il paragone con Martha Marcy May Marlene. Davvero. Potrebbe essere quasi la storia di Jacqueline se non avesse scelto il cappio

    1. Esattamente

  5. Stavolta arrivo tardi… Ho votato la maschera di cera solo perché è quello che ho visto meno volte!
    Grandissimo Val Newton, regista elegante come pochi. Assieme a Whales direi.

  6. Visto e piaciuto. A volte con certi film di un passato molto lontano, mi verrebbe voglia che qualcuno bravo sul serio ne facesse una nuova versione. Non proprio un remake, più una traduzione “contemporanea”, come per i classici della letteratura.

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