I Dimenticati: Wolfen di Whitley Streiber

Wolfen, The

Due agenti della polizia di New York vengono trovati morti in uno sfasciacarrozze alla periferia della città. I cadaveri sono stati sbranati, parzialmente divorati. Le ferite sembrano essere prodotte dai morsi di un grosso cane. Troppo grosso rispetto ai randagi che frequentano quella zona. A indagare sul duplice omicidio, ci sono i due detective Becky Neff e Dewey Wilson. E quella che sembra un’indagine di routine si trasforma in breve in una caccia spietata e in un confronto impari con delle creature di cui non si sospettava neanche l’esistenza.
Questa è, ridotta all’osso, la trama di Wolfen, il romanzo d’esordio di Whitley Strieber, autore, tra le altre cose, anche di The Hunger, il libro da cui Tony Scott ha tratto uno dei miei film preferiti, e una variazione sul tema del vampirismo molto interessante e inedita.
Ecco, anche Wolfen è una variazione sul tema del mito dei lupi mannari, ed è stato scritto nel 1978. Da noi è arrivato, tradotto coi piedi, nel 1991, e non è mai più stato ristampato. Se volete, potete trovarlo su Amazon, in edizione digitale, a meno di 4 euro, ovviamente in inglese. L’edizione italiana è ormai una faccenda relativa alle bancarelle, ma non so se consigliarvela, data la scarsissima qualità dell’adattamento. E vi assicuro che Wolfen è uno di quei casi in cui sembra di leggere un altro romanzo. Che è poi quello che è accaduto a me. L’ho letto la prima volta tanti anni fa, in italiano, e non mi ha poi fatto questo effetto. L’ho poi riletto in lingua originale e mi ha terrorizzato. È un libro davvero intenso, perché riesce a trasmettere alla perfezione ciò che significa diventare prede, essere cacciati da un qualcosa contro cui non esiste difesa, qualcosa che nei tuoi confronti nutre la stessa considerazione che tu potresti nutrire per un piatto di spaghetti.
E, in tutto questo, l’autore compie un procedimento di “umanizzazione” delle creature, usando il loro punto di vista per parecchi capitoli. Ma non ho messo il termine tra virgolette a caso, perché non si tratta di vera e propria umanizzazione. Cerchiamo però di procedere con un certo ordine.

whitley-streiber-walking-out-of-the-light

Prima di tutto, i licantropi di Wolfen non sono lupi mannari nel senso tradizionale del termine. Sono, appunto, wolfen, ovvero una specie a sé stante. Si tratta di lupi molto più grandi della media, con un’intelligenza molto simile a quella umana, ma con una psicologia da animali da branco. Hanno un udito e un fiuto sviluppatissimi, e tali da riuscire a distinguere una particolare automobile grazie all’odore degli pneumatici, o a sentire i passi di una persona a parecchi metri di distanza. Noi poveri bipedi siamo le loro prede così come le gazzelle lo sono per i leoni. Non è loro interesse sterminarci, perché siamo fonte continua di cibo, ma la presenza dei wolfen deve restare un segreto. E il branco di New York è deciso a non far trapelare alcun indizio.
Quando i due detective che seguono il caso iniziano a sospettare qualcosa, grazie a un calco delle zampe dei wolfen realizzato dal zoologo di un museo, diventa chiaro che debbano essere uccisi. E comincia la caccia.

Strieber era un ottimo scrittore horror, prima che si convincesse di essere stato rapito dagli alieni. In seguito, ha abbandonato la fiction e ha iniziato a pubblicare quasi esclusivamente libri autobiografici che parlavano delle sue esperienze con i “visitatori”. Ma ha sempre saputo come mettere paura ai suoi lettori e, in Wolfen, i trucchi del mestiere li usa tutti. Non è un romanzo sottile, tutt’altro. È pieno di effettacci e momenti splatter e gli attacchi e i pasti delle creature sono descritti nei minimi dettagli, senza omettere nulla. Soprattutto nei capitoli in cui il punto di vista è quello dei licantropi, Strieber è così bravo da mettere in piedi l’illusione che i nostri sensi siano diventati acuti come quelli dei wolfen. Sentiamo gli odori, condividiamo con loro la fame e l’esaltazione della caccia, pensiamo come una cosa sola con gli altri elementi del branco, inebriati dal sangue e dalla potenza inarrestabile dei nostri corpi, macchine perfette per uccidere. Non esiste una distinzione netta tra gli umani buoni e i lupi cattivi. Sono due specie che lottano per la propria sopravvivenza e, spesso, ci ritroviamo a empatizzare più con i licantropi che con le loro controparti umane.

81zES4vdODL._SL1500_

Se la grande novità rappresentata da Wolfen all’epoca della sua uscita (ricordiamo che sono passati 37 anni) era la caratterizzazione dei mostri e l’adozione del loro punto di vista, i personaggi umani hanno comunque delle psicologie che, sebbene appena abbozzate, risultano funzionali e bastano a Strieber per costruire un senso di minaccia e terrore costanti.
L’idea di essere indifesi, di non essere mai al sicuro, neanche nel proprio appartamento al ventesimo piano di un grattacielo, neanche in una città così affollata come New York, è messa su pagina con grande forza, così come lo smarrimento derivante dalla consapevolezza di non essere più in cima alla catena alimentare e di dover affrontare tutto questo da soli, perché nessuno è disposto a credere all’esistenza dei wolfen senza prove concrete.
Tentare di fotografare i lupi diventa così l’obiettivo principale dei due detective (e dei loro sparuti collaboratori), nonché il motore della storia da un punto di vista umano.
Fotografarli prima di essere uccisi. Ucciderli prima di essere rivelati al mondo.
La tensione di Wolfen è tutta giocata su queste due necessità contrapposte, che finiranno inevitabilmente per scontrarsi, come se fossero due camion lanciati a tutta velocità su una strada stretta.
E noi ci sediamo comodi (oddio, neanche troppo) ad aspettare lo schianto. Che sarà violento e doloroso, per entrambe le parti in causa.
In Wolfen non si è mai certi di chi sopravviverà e chi invece finirà per essere dilaniato dalle fauci delle bestie. E, più di tutto il resto, manca la sicurezza che di solito discende dall’essere dalla parte del giusto: sappiamo benissimo cosa accadrebbe, se i wolfen venissero scoperti e, per quanto i protagonisti umani possano starci simpatici (cosa che, di fatto, non avviene, perché sono tutti piuttosto sgradevoli), spesso ci ritroviamo a sperare che i lupi li facciano fuori in tempo.
Wolfen è quindi un romanzo ambiguo, che ti impedisce a prescindere di fare il tifo per una delle due parti in causa e Streiber, per primo, si rifiuta di schierarsi, mantenendo una sorta di distacco empatico nei confronti di tutti gli attori in scena, umani o lupi che siano, per tutto il corso della storia.
Credo sia uno dei motivi principali per cui funziona ancora oggi. L’altro è l’aver cambiato il concetto di licantropia, non facendone più una perversione della natura umana, o la condanna che segue una maledizione, spogliandolo dalla magia e inserendolo in un contesto urbano.
Ne è stato tratto un film nel 1981, diretto da Michael Wadleigh (che era il regista del concerto di Woodstock). Non è una brutta pellicola, anche perché ci sono Albert Finney e Tom Noonan che da soli valgono la visione, ma ci azzecca molto poco col romanzo. Fa parte di quel gruppetto di horror coi lupi mannari che all’inizio degli anni ’80, invasero le sale cinematografiche. Quasi tutti film che spostavano i licantropi dalle brughiere e li trasferivano nelle grandi città.
Proprio come aveva fatto questo splendido romanzo di cui ci siamo dimenticati. Recuperatelo. Ne vale la pena.

10 commenti

  1. Ho letto la versione italiana e in effetti per quanto la storia fosse intrigante, li stile mi aveva lasciato indifferente. Ricordo il film inoltre, che non mi era dispiaciuto per niente. Diciamo che ho sempre avuto simpatia per i lupi mannari, più che per i vampiri

    1. Anche a me i licantropi hanno sempre fatto più simpatia dei succhiasangue, almeno per quanto riguarda la narrativa. Credo invece che siano i mostri più difficili da portare sullo schermo

      1. Davvero. Reputo degni non più di due o tre titoli contando l’irrinunciabile Landis!

  2. Tre minuti di pedanteria – il giochino di darci il punto di vista del lupo, con tutti gli effetto correlati, Streiber lo ruba a due insospettabili, i capisaldi della fantascienza avventurosa Jack Williamson (che usa questo espediente in “Darker than You Think”) e Edmund Hamilton (che lo utilizza in “The Valley of Creation”). Entrambi i libri sono datati, ma consigliatissimi.
    E curioso che, dopo Streiber, questa tecnica narrativa sia stata quasi abbandonata, anche da quegli autori che negli anni recenti hanno scritto storie di licantropi belli belli belli (e che restano legati al licantropo alla Lon Chaney Jr. – un uomo peloso e “selvaggio” perché sì).

    1. Ah, ecco, non lo sapevo…
      Però, più che l’adozione del loro punto di vista, a me interessa molto il cambiamento della loro stessa natura. Mi sembra molto originale l’idea di non farli essere uomini trasformati, ma proprio una specie a sé stante e in competizione con noi.
      È pur vero che adottare un punto di vista animale è un po’ troppo al di là delle possibilità di chi scrive storie di licantropi belli belli belli😀

  3. Una delle mie letture adolescenziali preferite. Il film dovrei rivederlo, perché è talmente altro e oltre alla natura del romanzo che non so…Lo ricordo con piacere anche lui

    1. Il film dal romanzo prende a malapena il titolo e la coppia di investigatori, ma non è malaccio. Un bel b movie, forse penalizzato dal fatto che, quello stesso anno, uscirono L’ululato e Un lupo mannaro americano a Londra

      1. In effetti, la licantropia non proprio tradizionale rappresentata nel film correva il grosso rischio di avere scarso appeal presso un pubblico che, magari (probabilmente, pure conoscendo poco o per nulla il romanzo di Strieber che ne aveva almeno dato lo spunto), si aspettava di trovarci altri classici lupi mannari sulla falsariga di quelli di Dante e Landis… Tornando al romanzo, credo che lascerò sulle bancarelle lo sciapo adattamento italico e mi rifarò direttamente all’edizione su Amazon.

  4. Ah, ecco, questo l’avevo dimenticato proprio. Letto tanto tempo fa e ora ricordo poco niente, di sicuro sull’e-reader al più presto

    1. Guarda, me lo ero dimenticato anche io😀
      Poi, l’ho riletto in inglese e mi ha messo una fifa bestiale addosso.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: