The Atticus Institute

991-07Regia – Chris Sparling (2015)

Parlo di questo film con un ritardo mostruoso. L’ho visto la prima volta mesi fa e mi ha messo addosso una strizza tale che è stato davvero complicato pensare di scrivere un articolo oggettivo e coerente. Così ho fatto passare un po’ di tempo, l’ho guardato di nuovo, ho cercato di metabolizzarlo e ora eccomi qui. L’ho già detto in altre occasioni e mi ripeto: non c’è nulla che mi spaventi quanto una storia di possessione demoniaca. E tuttavia, i film che davvero riescono a generare quel senso di terrore atavico proprio del concetto di maligno, si contano sulla punta delle dita. Anzi, sulla punta di un dito solo. Sì, sto parlando di William Friedkin. Dopo di lui, davvero pochi altri. Fateci caso ed escludete tutti quei film dedicati a sette sataniche o gravidanze demoniache. Concentratevi sulla pura e semplice possessione. Non c’è molto in giro.
E credo che il motivo principale risieda nella struttura stessa del tipico film di possessione: Satanasso si impadronisce del corpo di qualcuno (di solito è una donna e di solito è giovane, quando non giovanissima) e, subito dopo, si manifesta con un paio di stranezze. Interviene a quel punto la scienza che, dopo vari tentativi, si dichiara sconfitta, ed entra a gamba tesa la fede, che ha il compito di salvare l’anima in pericolo.
Che se lo fa Friedkin, adattando Blatty, funziona benissimo.
Se cominciano a clonarlo, smette di funzionare.

atticustop

L’intelligenza di Chris Sparling (al secondo film da regista e con un paio di titoli interessanti alle spalle come sceneggiatore) sta tutta nello stravolgimento di questa struttura narrativa classica. Sì, certo, è ovvio che prima o poi si vada a giocare con preti, esorcismi e simbologia religiosa. Ma è una minuscola parte di un film che si affronta la tematica da tutt’altra prospettiva.
The Atticus Institute è un mockumentary, un vero mockumetary (mi si perdoni il gioco di parole), nel senso che ricostruisce una vicenda a posteriori, avvalendosi di filmati originali e interviste a coloro che hanno vissuto quegli eventi. È ambientato negli anni ’70 e si svolge all’interno di un piccolo laboratorio di ricerca su facoltà paranormali. Obiettivo degli scienziati  che lo hanno fondato è provare l’esistenza di individui dotati di capacità al di fuori della norma. Dopo una serie di delusioni, truffe subite e falsi positivi, nell’istituto arriva Judith, una donna sulla quarantina portata lì da sua sorella.
Da quando Judith è caduta, facendosi male alla schiena, non è più stata la stessa. La sorella è preoccupata, ma soprattutto spaventata e abbandona Judith nell’Atticus Institute del titolo senza farsi più sentire e rendendosi irreperibile.
All’inizio, sembra che i ricercatori abbiano trovato ciò che cercavano da anni: i poteri di Judith sono fuori scala, i suoi risultati impressionanti. Eppure, col passare dei giorni, all’euforia per aver finalmente tra le mani un soggetto con delle doti reali, si sostituisce dapprima una sottile inquietudine e poi vero e proprio terrore.
Perché Judith non è solo una donna capace di indovinare le carte o spostare gli oggetti senza aver bisogno di toccarli. Judith sembra agire con la precisa volontà di fare del male.

A prescindere dai soliti parametri oggettivi di natura tecnica, che sono molto utili per dare un giudizio su un film, spesso, anche per scrivere un articolo che dovrebbe essere di critica cinematografica, ci si affida a delle impressioni, delle sensazioni. E, come diceva Ebert, una recensione avrebbe il compito di raccontare agli spettatori come ci ha fatto sentire il film di cui stiamo parlando. La prima cosa che ho pensato, quando hanno cominciato a scorrere i titoli di coda, è stata che una storia del genere non poteva essere narrata in maniera diversa. Voi conoscete la mia avversione nei confronti dello stile amatoriale, del found footage e del mockumentary. Eppure, The Atticus Institute trae la sua forza e il suo impatto proprio dalla tecnica con cui è realizzato.
Mischiare immagini di repertorio e materiale fotografico d’epoca con interviste ambientate invece ai giorni nostri è un espediente piuttosto abusato, è vero. Ma, in questo caso, serve a rendere il senso di minaccia rappresentato da Judith (e dall’entità che di lei si è impossessata) come un qualcosa che non si è esaurito una quarantina di anni fa, ma che permane ancora oggi e segna le vite di tutti coloro che ne sono stati coinvolti. Non solo, ma può coinvolgere anche te che stai guardando e che con il solo atto di assistere alla ricostruzione del caso di Judith, rischi di aprire un passaggio per l’ingresso del male nella tua esistenza.
E questo effetto può darlo solo un documentario. Che sia falso, non è molto importante. Ciò che conta è l’illusione di verità che, per quanto riguarda The Atticus Institute, è pressoché perfetta. La chiarezza, espositiva, narrativa e di messa in scena, è tale da far seriamente dubitare che non si tratti di una storia vera.

DA QUI IN POI SPOILER SPARSI

image

“Immagina di avere vent’anni e di essere all’apice della tua forma fisica. E di avere paura di una signora che potrebbe essere la tua professoressa delle medie.”
Così dice uno dei personaggi nel corso di un’intervista. Ed è vero: Judith è spaventosa. In questo è fondamentale l’interpretazione di Rya Kihlsted, attrice poco conosciuta, ma terribilmente carismatica, che azzecca in pieno gestualità e, soprattutto, sguardo della sua Judith. Più che sulle contorsioni facciali, le urla, le distorsioni della voce, tutta roba a cui abbiamo fatto ormai l’abitudine, la Kihlsted si focalizza sul dare al suo carattere un’aria di totale alterità rispetto alle persone che la circondano. Il demonio è un estraneo. E ha sempre il controllo, anche quando sembra che sia stato fatto prigioniero.

Il personaggio di Judith (che Judith non è più) è la chiave per comprendere l’operazione fatta da regista e sceneggiatore: non la conosciamo prima della possessione e non possiamo provare troppa empatia nei suoi confronti. Il film ci mostra un minimo di background dei ricercatori, ma tutto ciò che sappiamo di lei ci viene raccontato dalla sorella. Era una brava persona, è diventata taciturna ed è in grado di fare “cose spaventose”. Già così, cambia di molto la struttura del classico film di possessione demoniaca. Non esistendo un prima, non c’è uno status quo da ripristinare e, di conseguenza, non ci si pone il problema del salvare l’anima in pericolo.
In effetti, l’ultima preoccupazione di tutti i personaggi è salvare un’anima in odore di dannazione.
Gli scienziati vogliono studiare Judith. Quando si rendono conto di avere di fronte qualcosa di più sinistro di una semplice esper, avvisano il governo, che interviene tramite militari e servizi segreti. A quel punto, il fulcro del film non è: “come liberiamo Judith dal demonio?”, ma “come possiamo sfruttare a nostro vantaggio i poteri straordinari di questa creatura?”.

maxresdefault

Per essere un film che tratta un argomento di natura religiosa, The Atticus Institute è una delle opere più prive di fede che io abbia mai visto. I simboli cristiani hanno una valenza puramente esteriore e l’unico prete chiamato in causa è definito un “pupazzo”. La sua funzione è infatti nulla nell’economia della storia. Una volta messi fuori gioco anche gli scienziati (che compiono il terribile errore di affidarsi ai militari), tutta la partita è determinata da rapporti di potere, ovviamente sbilanciatissimi, perché il diavolo, inteso come male puro, se ne sbatte dei nostri tentativi di metterlo al nostro servizio.
Che poi la parola diavolo non viene mai pronunciata nel corso del film. E persino la sua avversione nei confronti di croci e bibbie potrebbe essere solo l’ennesimo trucco per darsi una forma più accettabile agli occhi dei suoi osservatori e aguzzini.
E, in fondo, The Atticus Institute è un film dell’orrore sull’illusione del controllo.
Dal primo istante in cui entra in campo Judith, è già tutto deciso e stabilito e assistiamo a goffi tentativi di negare l’ineluttabile. Non serve neanche più usare la trita e stantia battaglia tra scienza e fede, perché è l’essere umano a ritrovarsi nell’impotenza e tutti i suoi strumenti sono inadeguati.
The Atticus Institute priva lo spettatore di tutte le sue difese, una dopo l’altra. Basta pensare a come viene trattato il momento di solito culminante in questo tipo di film, ovvero quello dell’esorcismo, che qui durerà due minuti scarsi e, per quando molto scenografico, si risolve in un nulla di fatto.
Perché di fronte al Male quello vero (e a questo punto chiamatelo Diavolo, Elder God o quel che volete voi), non c’è altro se non un nulla di fatto. Arriva, colpisce, non dà spiegazioni e non lo puoi arginare.
Per quanto mi riguarda, mettere in scena questa idea così totalizzante di male, è una delle missioni principali del cinema dell’orrore. E la missione, con The Atticus Institute, è perfettamente compiuta.

12 commenti

  1. Pefetto. Non lo vedro’ mai perche’ mi fanno troppa strizza i film sulla possessione😀 , leggendo la rece e’ come se l avessi visto!! Due piccioni con una fava😀 ottimo post😉

    1. Anche a te? Io ne sono terrorizzata. Non c’è un altro filone dell’horror che mi metta addosso una strizza maggiore😀

      1. Dopo l esorcista ho dato forfait…😀

  2. Mi unisco a voi ragazzi, paura maledetta dei demoniaci, meno ne vedo più la mia vita scorre serena. Mi girano un po’ le scatole perché ai mockumentary voglio bene, quindi sono curiosa, ma di vedermelo una sera da sola non se ne parla neanche per sbaglio!

    1. Di sera da sola è una botta. Fidati😀

  3. dinogargano · · Rispondi

    Eccome se lo vedrò , è il genere di horror cinematografico più difficile da girare e quindi va visto !

    1. Eh sì, il filone demoniaco, soprattutto se parla di possessioni, è complicato sul serio.
      Questo a me è davvero piaciuto molto. Mi è sembrato che, pur restando nell’ambito del filone, abbia provato a portare una ventata d’aria fresca.

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Più che il terrore, è stato proprio il timore di beccarmi una potenziale sòla Satanasso-mockumentaristica quello che mi ha trattenuto dal vederlo fino a oggi (e comunque, anche senza found footage e compagnia bella, è vero, raramente le storie di possessione pura hanno brillato in tutti questi anni)… Invece leggo che è stato fatto un uso molto buono -e sinergico- sia del mockumentary che del demoniaco, con la carta vincente di un Male concepibile in un’accezione più ampia e molto meno stereotipata rispetto a un “banale” diavolo residente nella vittima di turno.
    O.K., mi hai convinto: si va di The Atticus Institute allora, di sera, a luci spente e cuffie per isolarmi meglio da qualsiasi rassicurante distrazione esterna😉

    1. Ma infatti io quando l’ho visto la prima volta, pensavo di trovarmi di fronte a una porcheria.
      E invece mi ha terrorizzata.
      Meglio se lo vedi in condizioni ottimali😉

  5. Ti dirò Lucia, a me ha messo strizza la tua recensione, (sei brava, cavolo) come se il male protesse trovare una strada da un film, anche solo a parlarne. Ormai sono una fifona conclamata. Per me non c’è speranza. Ho visto di recente “The Skeptic – la casa maledetta” , che sicuramente lo si può considerare una divinità minore rispetto a questo, e ho ancora problemi a entrare in una stanza buia o a scendere le scale. Mi passerà ne sono sicura🙂

    1. Che è poi ciò che vuole trasmettere anche il film: in una scena, uno degli intervistati si rivolge al pubblico dicendo: “Voi che state guardando questo film, state invitando il male a entrare nelle vostre vite”
      Da brividi…

  6. Boia, mi hai fatto venir voglia di dargli una seconda occhiata, perché alla prima mi era sembrato nulla di ché. Brava la pseudo-Jamie Lee Curtis indemoniata e bella la ricostruzione storica, ma il plot mi era sembrato un po’ standard, soprattutto nell’avvicinarsi al finale. Ma avendolo visto in un assolato pomeriggio estivo, probabilmente ero indisposto io…🙂

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: