1923: Ombre Ammonitrici

warning_shadows___schatten_by_4gottenlore-d35mb4mRegia – Arthur Robison

Dopo la doverosa monografia slasher di ottobre, cerchiamo di reindirizzare questo blog al suo palinsesto abituale e riprendiamo da dove eravamo rimasti qualche settimana fa. Si ricomincia da capo, tornando all’epoca del muto, così piena di fascino e così aliena al nostro modo di intendere il cinema. Tanto che, quando devo scrivere certi articoli, mi sento quasi un’archeologa della celluloide.
Ed è vero: si tratta di film ostici, che richiedono uno sforzo particolare per essere guardati. Non sembra neanche lo stesso tipo di mezzo espressivo. Per un’opera come Ombre Ammonitrici (il bellissimo sottotitolo in tedesco era Un’Allucinazione Notturna), l’impressione di star assistendo a un qualcosa che non ha più alcuna similitudine con ciò che noi oggi chiamiamo cinema è ancora più forte.
Si tratta di un film già di per sé sperimentale e anomalo, anche per gli standard degli anni ’20, dato che è privo di didascalie e quindi totalmente visivo. Lo spettatore deve intuire quello che accade avvalendosi solo di recitazione, messa in scena e, soprattutto, illuminazione.  Insomma, nel 1923 c’erano registi che si erano già rotti le scatole degli spiegoni, pensate un po’.  Lo stesso espediente sarebbe stato usato da Murnau l’anno successivo, per L’Ultima Risata, dove però appaiono un paio di cartelli, a inizio e fine film. In Ombre Ammonitrici non c’è assolutamente niente, se non i nomi degli attori e dei personaggi nei titoli di testa.

Fritz Kortner - Warning Shadows (1923)

Arthur Robinson (1883-1935) è stato un importante esponente dell’espressionismo cinematografico tedesco. Nato negli Stati Uniti, ma cresciuto in Germania, aveva studiato medicina prima di entrare nell’industria dei film. Ha firmato una ventina di titoli, tra il 1916 e il 1935. Ombre Ammonitrici è il suo capolavoro, nonché uno dei momenti più alti del cinema muto, inteso come pura arte visiva. Bisogna comprendere questo concetto, prima di avvicinarsi ai film di quel periodo, soprattutto se non americani: l’horror, al cinema, nasce come messa in scena dell’incubo e dell’allucinazione, nasce come vetta artistica, perché svincolato da riferimenti al reale e quindi in grado di far esprimere registi, scenografi e direttori della fotografia al massimo delle proprie possibilità. Non nasce come “film di genere” o di “intrattenimento”. Lo diventa nel momento in cui si trasferisce oltre oceano, dove però (e questo da sempre) tutti i film sono trattati come macchine da intrattenimento.
Tentando di essere sintetici, il cinema che aveva come scopo quello di veicolare il terrore non era cinema di serie B e i registi che si cimentavano nel dare forma alle fantasie più macabre lo facevano perché, in quel modo, spingevano questo straordinario mezzo ai suoi albori oltre i limiti.

E, di limiti, Ombre Ammonitrici ne supera parecchi.
La storia narrata è piuttosto semplice: durante una cena a casa di un conte, dove sono presenti sua moglie, l’amante di lei e altri tre spasimanti con cui la signora non fa altro che flirtare, arriva uno strano personaggio che vuole intrattenere padroni di casa e ospiti con uno spettacolo di ombre cinesi.
Mentre lo spettacolo procede, la moglie del conte si apparta con il suo giovane amante, lui li scopre e finisce in strage.
Ma è tutta un’illusione, generata dalle ombre e dal loro misterioso creatore, che forse è una creatura magica e forse non lo è. E forse ha usato il suo spettacolo per offrire al conte uno spiraglio su un possibile futuro.

ws watching

Ombre, dicevamo. Il cinema è fatto di ombre. Su un telo bianco, i protagonisti del film, vedono proiettata la storia della loro vita. Solo per pensarla, una cosa del genere, nel 1923, bisognava essere dei geniacci in anticipo sui tempi di mezzo secolo e più. E non a livello narrativo, perché il cinema, a raccontare storie, è arrivato per ultimo. Si parla di messa in scena: di prendere questo concetto e renderlo chiaro solo attraverso le immagini, senza neanche usare didascalie per simulare i dialoghi. Visualizzare un’idea che è letteraria, che fino ad allora era stata spiegata con le parole e offrirla al pubblico facendo a meno delle parole stesse.
E questo è il cinema, che lo vogliate o no. Una forma d’arte dove non conta il cosa stai raccontando, ma il come lo stai raccontando.
Ed è poi il motivo per cui io tendo a infischiarmene spesso e volentieri delle sceneggiature. O il motivo per cui sullo schermo vediamo sempre le stesse storie declinate in diversi e infiniti modi. Il motivo per cui una singola inquadratura, un taglio di luce, uno stacco di montaggio possono cambiare tutta la nostra percezione, cerebrale ed emotiva, di un racconto.
Ed è ciò che rende autonomo e indipendente il cinema dai suoi ingombranti antenati. Ciò che lo rende unico e gli ha permesso di assorbire, nel corso della sua storia, tutte le arti che lo hanno preceduto, utilizzarle a suo piacimento e risputarle fuori in una forma completamente inedita.

Continuando a parlare di ombre, sono loro che danno vita all’azione, per tutto il corso del film, che creano equivoci, dicono la verità e dispensano menzogne e illusioni. Sono le ombre, proiettate non solo sul telo bianco, ma anche sulle pareti della villa del conte, a portare avanti la storia.
Il lavoro alle luci di Fritz Arno Wagner (uno dei più grandi direttori della fotografia mai esistiti) fu enorme. Wagner aveva lavorato con Lang in Destino e con Murnau in Nosferatu. Di ombre ne sapeva qualcosina, ma ciò che fu in grado di fare all’opera di Robison è stupefacente, soprattutto se si considera l’assenza di particolari effetti ottici: tutto ciò che vediamo, dalle ombre che si allungano, alle illusioni create sui muri che mandano in bestia il conte (crede che i tre spasimanti stiano toccando sua moglie, quando invece non è così), passando per alcuni momenti culminanti del film (l’omicidio della signora con le spade, visto solo attraverso le ombre), è frutto di illuminazione e posizionamento delle lampade.

Warning-Shadows-2

Il cinema muto è sì una faccenda lontanissima da noi, estremamente complessa da fruire nel 2015 e che sembra essere prorpio un altro mestiere rispetto al cinema odierno. Ma la verità è che ha impostato le regole grammaticali di base, su cui poi hanno lavorato tutti i più famosi registi moderni.
I pionieri dell’epoca del muto hanno realizzato imprese inconcepibili, portando i film dall’essere dei semplici mezzucci di intrattenimento per le masse, di breve durata, magari di un’unica inquadratura, al diventare delle costruzioni sofisticate e grandiose.
E tutto questo è ancora più valido se si parla del linguaggio della paura e dell’incubo: dalla distorsione delle immagini, all’uso di scenografie sghembe e asimettriche per ispirare un senso di disagio nello spettatore simile a quello dei personaggi, dalle angolazioni improbabili che deformavano volti, corpi e ambienti, allo sviluppo dell’effetto speciale o di trucco, ogni elemento che diamo per scontato all’interno di un film dell’orrore, discende dal cinema espressionista degli anni ’20.
E non è un caso se l’horror resta, ancora oggi, il genere più visuale e meno “parlato” tra tutti. Se si impara a fare cinema d’azione guardando gli inseguimenti di Buster Keaton (non è mia, è di William Friedkin che ha maggiore autorità di me per dirlo), si imparano le suggestioni visive del terrore studiando questi antichi reperti archeologici che, per primi, hanno tradotto gli incubi in ombre in movimento proiettate su uno schermo.

Per uil 1933 siamo pieni di roba. Selezione durissima che mi ha portato a restringere la vostra scelta a soli quattro titoli. Si comincia con L’Uomo Invisibile, di James Whale, per poi proseguire con La Maschera di Cera diretto da Michael Curtiz (mamma mia). A completare il quartetto abbiamo The Ghoul, film considerato perduto fino al 1980 e poi ritrovato per caso in un vecchio magazzino in Inghilterra, e Supernatural, di Victor Halperin, interpretato da Carole Lombard (mamma mia, e due).

9 commenti

  1. Giuseppe · · Rispondi

    Davvero un uso magistrale del racconto attraverso luci e ombre, letteralmente! Volendo trovargli qualcosa di analogo nel sonoro non per la tecnica, ovviamente, ma per via di una certa similitudine col tema trattato (la visione illusoria/soprannaturale di possibili/immutabili futuri), lo potrei accostare a “Il giardino delle torture” di Freddie Francis…
    P.S. Nel quartetto di perle proposte, io ho votato per il ritrovato The Ghoul

    1. E infatti Il Giardino delle Torture è uno dei film che amo di più al mondo😉
      Ottima scelta, quella di The Ghoul. Una strana storia da raccontare fa sempre la sua figura!

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Di sicuro! E poi, un Boris Karloff d’annata mai e poi mai bisogna lasciarselo sfuggire😉

  2. Ehilà!
    Complimenti, al solito, per gli articoli.
    Piccola curiosità personale: sei stata (quest’anno o in passato) a Interiora, la rassegna di cortometraggi horror indipendenti, a Roma?
    Ormai io e la mia ragazza ci andiamo tutti gli anni e ultimamente la qualità degli stessi è aumentata in maniera esponenziale.

  3. Ho dei problemi col cinema muto non da ridere, a parte La stregoneria attraverso i secoli, che vidi una caterva di anni fa a Fuori orario e mi piacque immensamente. Dopo questo pezzo spero che mi venga voglia di vedere anche Ombre ammonitrici, diciamo che ci sto lavorando🙂

  4. Una vera lectio magistralis sorellina. Poco da dire. L’apoteosi dell’immagine…
    Ho votato The Ghoul perché è l’unico che non conosco. Semplice!

    1. Addirittura?😀
      Diciamo che ho scoperto che mi piace moltissimo parlare di cinema “antico”🙂

      1. Credo che proprio il cinema sia una forma espressiva che trascende il tempo, sai?

  5. Bello lo devo recuperare… il mio voto va a La Maschera di Cera.

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