Halloween Slasher Blog: Deliria

8f8b0aee4bd559844e939b34b1a88a7bRegia – Michele Soavi (1987)

Uno dei talenti più cristallini del cinema italiano di genere (almeno prima che finisse a dirigere fiction a rotta di collo) è stato Michele Soavi, a cui tuttavia non è mai stato dato il credito che meritava. E io di questa cosa non mi capacito, perché si ricorda certa gentaglia improponibile, mentre uno come Soavi, che aveva una personalità fortissima e una capacità di staccarsi dai suoi maestri e camminare in maniera del tutto autonoma e consapevole rispetto a chi gli aveva insegnato a fare cinema, è spesso relegato in un angolino e destinato all’oblio.
Invece, il buon Soavi, nella prima parte della sua carriera da regista (quella che va dal 1987 al 1994) ha sfornato quattro horror di buona qualità, trovandosi anche a lavorare in un momento sfavorevole. Alla fine degli anni ’80, stava andando tutto alla malora. Avesse fatto parte della generazione precedente, lo avremmo tranquillamente inserito in mezzo ai grandi.
Ma così non è stato e Soavi rimane una grande possibilità sprecata.
Il suo esordio dietro la macchina da presa, dopo tanto tempo passato a fare da assistente e da aiuto a Dario Argento, Joe D’Amato e Lamberto Bava, è Deliria, noto anche come Stage Fright (e Aquarius e Bloody Bird), più unico che raro esempio di slasher italiano, per ovvi motivi contaminato con il Giallo, eppure molto più vicino, per sensibilità e messa in scena, al cinema americano che a quello di genere di casa nostra. Pur essendo un allievo di Argento, Soavi non ha poi molto di argentiano e, sebbene l’influenza del Darione nazionale abbia un suo peso, ciò che salta subito all’occhio guardando questa sua prima esperienza da regista di un lungometraggio, è una precisa identità, il desiderio di realizzare qualcosa di originale e fresco.

STAGEFRIGHT 1

In Italia uno slasher vero e proprio non si era mai fatto. L’unico film che può essere accostato al genere è Lo Squartatore di New York, di Lucio Fulci. Deliria possiede invece tutte le caratteristiche più tipiche dello slasher che, nel 1987, era già entrato in crisi, dopo che Nightmare on Elm Street lo aveva portato all’apice della sua forza espressiva e lo aveva imbastardito con un elemento soprannaturale esplicito.
Ciò che all’inizio del decennio aveva rappresentato un nuovo modo di intendere l’orrore, si stava trasformando in una stanca riproposizione di uno schema fisso. Proliferano i sequel, con Jason che sta per tagliare il traguardo del suo settimo film, Michael Myers che si avvicina al quinto e Fred Krueger fermo appena al terzo.
Nel frattempo, gli assassini seriali di ragazzotti al college o in vacanza trovano sempre meno spazio su grande schermo, per finire relegati in produzioni di serie Z fatte appositamente per il mercato dei VHS, allora in piena espansione.
Era la fine di un’era.
E, proprio in quel momento di transizione, Joe D’Amato decide di produrre il primo film di Soavi. Uno slasher all’americana, girato, com’era consuetudine per i B movie italiani, in inglese e con cast internazionale (o finto internazionale, con attori italiani che adottavano pseudonimi anglosassoni). L’autore della sceneggiatura era George Eastman, alias Luigi Montefiori, collaboratore fisso di D’Amato, e la casa di produzione era la Filmirage. Del film circolano un paio di versioni, quella italiana, rimontata da D’amato, e quella per l’estero, con il montato voluto da Soavi.

Deliria si svolge quasi interamente all’interno di un teatro, dove una compagnia sta facendo le prove per un horror musical su un assassino che indossa una maschera da barbagianni (The Night Owl, questo il titolo del musical). Quando l’attrice principale, Alice (interpretata da Barbara Cupisti), si fa male a una caviglia, viene accompagnata dalla costumista nel più vicino ospedale. Che però si rivela essere una clinica psichiatrica.
Lì è rinchiuso un celebre pluriomicida, un ex attore impazzito che ha fatto fuori decine di persone prima di essere catturato.
Che ovviamente scappa dall’istituto e ovviamente si nasconde nell’auto di Alice e ovviamente ammazza subito la costumista con una bella picconata in faccia.
La scoperta del cadavere e l’arrivo della polizia sul posto non convincono il regista a smontare lo spettacolo. Anzi, vuole sfruttare l’accaduto per portare più spettatori in sala. Obbliga i suoi attori a rimanere tutta la notte in teatro e li chiude anche dentro, consegnando le chiavi a una delle attrici e ordinandole di nasconderla dai suoi colleghi.
Indovinate chi sarà la prossima vittima del killer?
Bravi.
La compagnia si trova quindi chiusa dentro un teatro insonorizzato, con un assassino, il telefono fuori uso (qualcuno ha tranciato i cavi) e una voltante della polizia all’esterno che è tanto vicina quanto, di fatto, impossibile da raggiungere.

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L’unità di luogo, lo abbiamo ripetuto fino alla nausea, fa benissimo allo slasher. Si può addirittura affermare che l’esistenza stessa dello slasher dipenda dall’unità di luogo (e anche di tempo e azione, uno slasher diluito nel tempo raramente riesce nel suo intento). Si può avere una visione più o meno estrema di questa unità: si va dalla Haddonfield di Halloween fino alla restrizione massima rappresentata dai vagoni di Terror Train. Ma anche lo spazio ristretto e, allo stesso tempo, labirintico di un teatro deserto non scherza.
Lo slasher è a tal punto connaturato al luogo in cui si svolge che spesso lo si identifica con esso.
Già a partire da questa forte caratterizzazione dell’ambiente, Deliria appartiene di diritto al filone, lasciandosi alle spalle l’ingombrante eredità del Giallo con i suoi scenari più vasti.
Inoltre, Soavi non ci pensa neanche a inserire nel suo film il meccanismo del whodunit. Noi sappiamo sin dall’inizio chi è l’assassino. E la sua identità è un mero pretesto. Infatti coincide con la maschera da barbagianni, così come l’identità di moltissimi killer dello slasher americano coincideva con la maschera che portavano.
Tutto il film è un esercizio di stile improntato sulla messa in scena dell’atto di uccidere. Non c’è suspense, non c’è indagine, non c’è approfondimento. I personaggi sono pedine da massacrare. Tranne la final girl di turno, che sopravvive ai suoi amici per arrivare all’ultimo scontro con l’uomo nero, immortale e invincibile, come nella migliore delle tradizioni.

A parte l’età dei protagonisti, non adolescenziale, ogni cliché dello slasher viene rispettato con devozione, segno che Soavi conosceva molto bene la materia trattata. Deliria, tuttavia, non è una mera imitazione pedissequa di un filone in voga oltreoceano. Se dallo slasher mutua la struttura, l’idea del racconto come successione di omicidi sanguinosi e creativi legati tra loro da un blando filo conduttore che non necessita neanche di coerenza interna, lo stile e la forma staccano nettamente il film di Soavi dalle sue fonti di ispirazione. Lo slasher (Halloween e pochi altri esempi esclusi) è un genere rozzo e semplice, non solo nella trama, ma anche nell’esecuzione. Deliria si distingue dal mucchio per le sue eleganza e raffinatezza nella messa in scena, che tendono a ricordare più un De Palma che uno Sean Cunningham.
La lunga sequenza finale sul palcoscenico, con il killer che dispone i corpi delle sue vittime come una grottesca scenografia e la final girl che assiste nascosta sotto le impalcature, è quasi una parentesi onirica, una scheggia di fantastico conficcata in un horror che pare realistico.
Soavi, al suo esordio, è scatenato con la macchina da presa: panoramiche a 360 gradi, angolazioni ardite, cambi di fuoco a più non posso. Ed è furioso ed esplosivo con la violenza. Il suo assassino usa ogni arma a sua disposizione: seghe elettriche, trapani, coltelli. I corpi vengono mutilati, tagliati a metà, sfigurati in ogni modo, in un’estetica della brutalità meno sadica e compiaciuta rispetto a quella argentiana, ma forse ancora più viscerale.

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 È singolare come in un cinema di genere derivativo quale era quello italiano, il film di Soavi sia stato l’unico esperimento di riproposizione dello slasher. Ed è interessante notare che, per portare in sala uno slasher movie all’italiana, lo si sia dovuto sradicare dalla sua sede naturale, ovvero l’ambiente scolastico americano, per trasferirlo in un non luogo come un teatro.
Forse lo slasher era, nel 1987, così fortemente radicato e codificato nell’immaginario filmico, da potersi già permettere qualche giochino meta. Deliria possiede infatti un’anima metacinematografica, incarnata dalla figura dell’assassino mascherato che non muore mai, che appare in ogni luogo del teatro senza alcuna spiegazione plausibile e che, alla fine, guarda anche in macchina facendo l’occhiolino al pubblico.
Ma anche questo sapersi prendere gioco di se stesso, con la consapevolezza di chi sa bene cosa sta facendo, è un tratto tipico dello slasher sin dalle origini. E val la pena di ricordare che i primi tentativi di parodie slasher risalgono addirittura all’inizio degli anni ’80.

Deliria è quindi una sorta di inno allo slasher, un manifesto, realizzato però da una cultura cinematografica che con lo slasher ha sempre avuto poco da spartire. Ciò dimostra la volontà di Soavi di rendersi subito autonomo dall’eredità della serie B del proprio paese. I suoi film, a partire dall’esordio, sono sempre stati assimilabili più alla concezione di horror statunitense che nostrana.
E magari, oltre al fatto di essere arrivato fuori tempo massimo per motivi anagrafici, questa è una delle motivazioni per cui non è troppo amato dagli appassionati italiani.
Che peccato.

18 commenti

  1. Soavi era stato anche l’aiuto regista di Gilliam In Le avventure del Barone di Munchausen,ho visto di suo La setta e recentemente e stato rieditato Dellamorte Dellamore che ricordo purtroppo più per le bocce di Anna Falchi che per il film in se,comunque lo slasher e come il western sono generi troppo codificati quindi difficili,in ultimo volevo sapere Vestito per uccidere di De Palma e uno Slasher anche quello?
    Un saluto Lucia.

  2. Bello. Probabilmente all’ epoca il lavoro italiano migliore. Se non ricordo male era stato presentato a una delle prime edizioni del Dylan Dog horror festival con buona accoglienza anche se alcuni “puristi” ne erano usciti perplessi. Brutta malattia la spocchia.
    Permettendomi un parere personale alla domanda di Denis. A mio parere Vestito per uccidere non è uno slasher anche se ne prende a prestito alcune dinamiche. Non possiede un luogo fisico circoscritto ma un back Ground psicologico.

    1. A grazie,si in Italia la cinematografia è ferma forse solo Zampaglione ha cercato di fare un buon horror e un giallo all’italiana(infatti non capisco perchè i nostri registi non fanno un’evoluzione di questi generi :giallo all’italiana,horror,cannibalico sono parte della nostra storia filmica(anche se cinema bis)

      1. Perchè tempo che l’ambiente sia chiuso e nepotistico perciò lo spazio per l’innovazione è poco per non dire nullo

  3. Ma infatti Soavi ci aveva provato a staccarsi dai filoni classici del cinema di serie B italiano.
    Dellamorte Dellamore è, secondo me, uno degli horror più intensi e poetici mai realizzati. E non solo in Italia, ma a livello globale.
    Ed è diversissimo da qualsiasi prodotto italiano a esso precedente e successivo.

    1. Giuseppe · · Rispondi

      Sono d’accordo (pure in questo caso, come con Deliria, una certa spocchiosa incomprensione non mancò, se non ricordo male)… Chissà quali vette avrebbe potuto raggiungere Soavi, se non fosse stato trascinato così presto nel gorgo dei film e delle serie per la tv😦

      1. Sì, è stato accolto con una certa spocchia… Così come anche La Chiesa e La Setta. Vai a capire perché…

  4. Alessandro Cruciani · · Rispondi

    visto pochissimo tempo fa ed adorato all’istante

    1. Sono contentissima❤
      Di Soavi andrebbe rispolverata tutta la filmografia horror. E forse lo faccio!

  5. Splendido articolo, complimenti davvero

    1. Ma grazie!

  6. Soavi lo conosco poco, a parte che sono sicuro di aver visto ai tempi La chiesa e La setta, ma non me li ricordo. Però, tra le serie tv, la sua Uno bianca è tra le migliori (non che la concorrenza sia spietata), e si lascia guardare anche oggi. Comunque cercherò Deliria.

    1. La Chiesa e La Setta hanno uno stile inconfondibile e molto personale e hai ragione sulla Uno Bianca: all’epoca era anche una concezione televisiva piuttosto innovativa.

  7. Grandissimo deliria, visto giusto qualche mese fa…si’ fallo, please, rispolvera tutta la soavi-opera, curiosissimo di sapere cosa ne pensi, sopratutto de la chiesa e la setta… Un salutone e, come sempre, complimentissimi.

    1. Grazie!
      Ci proviamo, tempo permettendo. Tanto sono solo altri tre film. Anzi, quattro, se vogliamo considerare Arrivederci Amore Ciao.

  8. Grande film. Non ho amato molto devo dire nè La Chiesa nè La setta, mentre DellaMorte DellaMorte aveva degli spunti visivi molto interessanti. Come dici tu però, Soavi si è ritrovato nel decennio sbagliato (un pò come Bava Junior), e ora sono finiti entrambi a dirigere boiate televisive e film di infimo valore.

    1. Io credo che però Soavi avesse molto più talento visivo puro rispetto a Bava Jr.
      E lui è stato proprio un’occasione sprecatissima…

  9. Si, tra i due anche io preferivo Soavi. Io ho sempre la lontanissima speranza che un giorno lui, Bava Jr., ma anche registi più vecchi che sono stati relegati a fare robetta (penso ad esempio a Ruggero Deodato) possano tornare a fare vero cinema. Ma credo che ormai sia tardi.

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