Last Shift

Last-Shift-Anthony-DiBlasi-Movie-PosterRegia – Anthony DiBlasi (2014)

Inaspettato, ma neanche troppo. Chi segue il genere da qualche annetto dovrebbe conoscere il nome di DiBlasi, che ha esordito nel 2009 con l’ottimo  Dread, tratto da un racconto di Barker. Da allora a oggi ha diretto altri tre film, più un segmento dell’horror antologico The Profane Exhibit. Ho purtroppo visto solo Cassadaga, non a livello della sua opera prima, ma interessante e morbosetto anzichenò.
Con Last Shift, girato nel 2014 ma distribuito solo quest’anno, DiBlasi sembra dedicarsi a una struttura narrativa più classica e statica, anche derivativa, se vogliamo. Sembra. Perché la situazione di partenza del film è solo la superficie di un abisso di orrori che ci si spalanca gradualmente davanti agli occhi.
Last Shift è uno degli horror più paurosi di questa stagione. E già solo per questo meriterebbe un posto al calduccio nei nostri cuori. Ma c’è anche molto, molto altro.

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Jessica (Juliana Harkavy) è una recluta della polizia al suo primo giorno di lavoro. Le viene affidato un compito noioso e semplice: sorvegliare un mucchio di prove ancora presenti nella vecchia stazione di polizia, prima che questa venga smantellata e ogni cosa venga trasferita nei nuovi uffici. Dovrà stare lì, da sola, tutta la notte, aspettando che arrivino gli addetti ai rifiuti biologici a liberare il posto. La vecchia stazione non ha più neanche i telefoni collegati: ogni chiamata è infatti dirottata nella nuova sede.
Dopo pochi minuti in cui familiarizziamo con personaggio (sempre in campo, e da sola per un buon 80% del film) e ambiente (protagonista aggiunto, lo so che è banale, ma è così), la routine di Jessica viene interrotta da una telefonata: una ragazza che piange, grida e dice di essere in pericolo. Non sa dove si trovi, l’unico indizio è la presenza di maiali.

Da lì, DiBlasi parte a razzo, bombardando la sua protagonista di visioni sempre più inquietanti e, contemporaneamente, ricostruendo la vicenda relativa a una famiglia di assassini e adoratori di una entità ancora più maligna e pericolosa del diavolo in persona, che ha trovato la sua fine proprio nella stazione di polizia in via di chiusura. E dove la nostra Jessica è stata lasciata sola.
DiBlasi non usa flashback per narrarci il passato. E già questa è una soluzione intelligente e inedita. Le visioni di Jessica sono parte integrante del racconto e la storia si snoda in maniera naturale ed estremamente coerente, senza essere appesantita da interruzioni. Tutto avviene in simultanea, la nostra comprensione progressiva di quanto accaduto e il lento scivolare di Jessica in uno stato di alterazione psicologica che le impedisce (e impedisce a noi) di distinguere realtà, memoria e incubi.

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DiBlasi dimostra di essere un “autore”, termine da intendere nel senso di affrontare il genere tramite l’uso di una serie di tematiche ricorrenti e quindi in maniera del tutto personale. La distorsione della realtà, che può derivare dalle nostre fobie, dal nostro passato, o da avvenimenti che hanno lasciato il segno in un determinato luogo (in questo caso, la stazione di polizia) che apre squarci sempre più profondi in dimensioni altre, da cui giungono e dove prosperano i mostri.
Mostri della mente, il più delle volte. Ma con effetti molto concreti.
Come in Dread, anche in Last Shift abbiamo un personaggio che ha un approccio logico e razionale a quanto le accade intorno. Razionalità e logica destinate a essere spazzate via dal terrore. Barriere molto fragili contro forze inesplicabili.
Il concetto di un qualcosa ancora più potente del demonio e della sua controparte benigna è forte, è ben reso, suscita una paura atavica, messa in scena non solo con l’uso sistematico dei jump scares (ma fatti con classe, davvero inattesi, davvero efficaci), ma anche con un adattamento dell’ambiente (e quindi delle scenografie) allo stato sempre più allucinato di Jessica. La stazione di polizia diventa materia plasmabile, cambia, si evolve, rigurgita personaggi e apparizioni, figure di cui è impossibile stabilire l’origine.
E se lo spavento meccanico viene spesso suscitato dai soliti sbalzi di volume, ciò che appare nell’inquadratura resta impresso, agisce a un livello più profondo, non si accontenta di scuotere per pochi istanti lo spettatore, ma vuole restargli dentro anche dopo che il film è terminato.

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Forse, per una volta tanto, possiamo usare la parola visionario senza doverci nascondere pieni di vergogna. Perché per essere visionari non è sufficiente infilare e casaccio quattro o cinque quadretti da incubo. È necessario, invece, che le nostre visioni portino avanti una storia, ci raccontino qualcosa. Ed è esattamente ciò che fa Last Shift: ogni figura che emerge dai corridoi, ogni strambo personaggio incrociato dalla protagonista, addirittura ogni suono, rappresentano un indizio e un tassello importanti per ricostruire non solo ciò che è accaduto in quella stazione di polizia, ma anche ciò che sta accadendo a Jessica. E ciò che le accadrà

Con l’avanzare dei minuti, qualsiasi oggetto assume la forma di una minaccia incombente e DiBlasi (maledetto bastardo) carica tutto ciò che esiste (o non esiste?) all’interno del distretto di un senso di pericolo. Basta vedere i lenti zoom in avvicinamento al telefono o come anche un armadietto aperto può rappresentare un istante di terrore puro.
Il montaggio (a opera dello stesso DiBlasi) è perfetto: i tagli arrivano sempre al momento giusto, sia quando si tratta di accelerare il ritmo che quando invece va rallentato per dare un minimo di respiro all’atmosfera opprimente che si respira per tutto il film. Non c’è mai un momento di troppo, un’insistenza eccessiva sul dettaglio macabro. Un esempio fulgido di economia narrativa, dove ci è mostrato lo stretto necessario, appena l’indispensabile per capire. E niente viene spiegato.
La Harkavy è bravissima (e ben diretta) nell’incarnare un personaggio il cui stato d’animo si deteriora sempre più, ma che si fa amare proprio per il disperato tentativo di rimanere raziocinante fino all’ultimo secondo. Mi è parso un approccio molto realistico al soprannaturale. Non c’è la sua supina accettazione e non c’è neanche un forzato scetticismo, magari condito con fastidiosa ironia. Forse è così che chiunque si comporterebbe di fronte a eventi simili, soprattutto quando la fuga non è un’opzione e si è caratterizzati da un ferreo senso del dovere e dal desiderio di essere all’altezza del proprio compito.
Last Shift si rivela uno degli horror più belli (esteticamente e concettualmente) di questo 2015. Non fermatevi alla locandina, che non promette nulla di buono (e quella ufficiale è ancora peggio). Reperitelo in qualche modo e vedetelo. Giuro che non ve ne pentirete.

Un grazie a Midian, che mi ha fatto scoprire questo gioiellino con la sua recensione.

11 commenti

  1. Concordo in pieno con te, la locandina urla “…azzata!” lontano un chilometro.
    Il titolo si espone a storpiature comiche, per fortuna il film no. Una vera bombetta, ottimo ritmo.
    Spaventelli ben fatti, insomma mi è piaciuto un sacco😉 Cheers!

    1. Andrebbero arrestati, quelli che hanno elaborato la grafica delle due locandine. Anche perché contengono anche spoiler giganteschi. E vabbè, l’importante è che il film sia una bella sorpresa di fine anno😉

  2. Sai cosa? Sono totalmente allergica agli sbalzi di volume negli horror, forse ne avevamo già parlato. Ma se dici che qui non sono a sproposito gli darò una possibilità.

    1. Anche io sono allergica. Ogni tanto però, se li gestisci bene, e se non si risolvono nel solito spaventacchio gratuito, hanno anche un bell’effetto. Io credo che tutto dipenda da “cosa” appaia all’improvviso.

  3. Bello, bello davvero, ma anche un film di quelli che crescono dentro e in qualche modo più ci ripensi e più sono belli. Atmosfera pazzesca, e grande maturità nel tenere tutto in piedi senza rischiare MAI brutte cadute.
    Di lui ho visto solo Dread e direi che mi è piaciuto quasi di più, è devastante, adesso devo spararmi gli altri due al più presto.🙂

    1. Sì, la cosa più bella è che non te lo dimentichi, ma ci ripensi in continuazione e ripensi proprio ai dettagli e ai piccoli pezzi di bravura che ci sono in ogni scena.
      Dread è favoloso. E sì, è devastante, si sta davvero male.

  4. Dread mi era piaciuto molto, una pellicola totalmente inaspettata ed angosciante, nonostante l’ingannevole inizio zeppo di cliché. Pur non avendo seguito DiBlasi nel resto della sua filmografia, questo Last Shift era nel mio mirino da un po’ e ora ho la conferma di aver trovato qualcosa “da fare” per Halloween😀

    1. È perfetto per una maratona horror la notte di Halloween!

  5. Giuseppe · · Rispondi

    La tua rece mi lascia un’impressione buona assai: già di per sé considero un’ottima cosa l’andare oltre un semplice aggiornamento della classica – oltre che un tantino inflazionata – infestazione demoniaca, e a maggior ragione, visto come DiBlasi riesce a gestire il tutto. Stando così le cose, credo che gli sbalzi di volume glieli potrò perdonare anch’io😉

  6. Non mi spaventavo così tanto guardando un film da parecchio tempo.
    Stupendo.
    Atmosfera eccelsa, e in effetti i trucchetti come il volume a mille non infastidiscono, anzi.
    L’aria che si respira e la storia mi hanno anche un po’ ricordato Silent Hill.

  7. svizzero?nonovi · · Rispondi

    ” non ve ne pentirete, giuro” ….io mi son pentita…

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