Sense8 – Un Guest Post

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È successo che la mia amica Marina e io ci siamo innamorate simultaneamente della stessa serie tv. Io, vigliacca che non sono altro, ero così sopraffatta dalle mazzate emotive subite da Sense8, che non sono riuscita a buttare giù una sola riga dotata di un briciolo di raziocinio. E allora ho chiesto a Marina, nella sua infinita saggezza, di scrivere qualcosa per il mio blog su questa splendida storia che potrebbe essere davvero in grado di ridefinire la fantascienza televisiva così come noi la intendiamo. Godetevi il post. 

I take everything that I’m feeling, everything that matters to me… I put all of it into my fist and I fight for it.”
Quando ho finito di vedere pure io Sense8, Lucia mi ha chiesto se mi andava di scriverci su un guest post per il suo blog. È stata dura e lunga, sono mesi che cerco di trovare le parole giuste. Non so se le ho trovate o se sono riuscita a rendere giustizia a questo telefilm, a Lucia e al suo blog. Nel caso, me ne scuso fin da subito.
E ora… Ora parliamo di Sense8.
Sono convinta che, almeno in certi campi, non importa solo cosa fai, ma come lo fai. Raccontare una storia, che sia per parole, musica, immagini statiche o immagini in movimento, è uno di quei campi, e lo stesso nucleo di eventi dà origine a oggetti completamente diversi a seconda di come trasformi quel nucleo di eventi in prodotto finito. Una questione di sensibilità diverse, di media diversi, di sguardi diversi.

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Il nucleo di eventi alla base di Sense8 poteva diventare un film, e sarebbe stato una porcata senza capo né coda, due-tre ore raffazzonate e senz’anima, che avrebbero puntato solo sul fattore boom pow kablam wow.
Invece, Lana e Andy Wachowski e J. Michael Straczynski hanno concepito fin dall’inizio Sense8 come una serie che esplorasse il concetto di empatia e evoluzione della razza umana. Netflix, sentito un pitch senza elementi commerciali ma invece costellato di riflessioni su privacy, segretezza e identità, ha detto ok, qui ci sono i soldi, fate 10 episodi.
I tre e i loro collaboratori hanno girato tutto il loro materiale, sono andati in sala di montaggio, hanno preso il telefono e detto a Netflix: “Sono dodici episodi, che facciamo, lasciamo?”
I capoccia di Netflix, bontà loro, hanno dato un secondo ok.
Ora, il fatto che la serie sia nata per Netflix e non per un canale televisivo è un fattore importante.
Primo: significa che gli episodi sono stati scritti tutti assieme, e poi girati (e no, non è la norma della tv americana, per nulla).
Secondo: significa che i singoli episodi sono stati pensati senza suddivisione in atti per farci stare ventordici pubblicità in mezzo (come è la norma della tv americana), e quindi senza dover mettere un cliffhanger a ogni act break per assicurarsi che lo spettatore non cambi canale.
Terzo: significa che la storia è stata scritta pensando a uno spettatore che a fine episodio non deve aspettare una settimana, ma solo fare clic col telecomando/mouse per far partire il successivo. Pensando a uno spettatore che può spaparanzarsi sul divano e divorare una serie da 10 episodi in una giornata, e poi magari riguardarsela (cosa che, dice Netflix, sta accadendo, un sacco di utenti si sono guardati la serie tre, quattro, sei volte).

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Le conseguenze di questa diversa congiuntura sono un ritmo strano, ondivago, e una serie che non ricorre al continuo cliffhanger per tenerti sulle spine; otto personaggi sviscerati a piccoli tocchi; otto quotidianità più o meno placide, più o meno idilliache, sconvolte e rimescolate e incrociate da un evento a cui gli otto protagonisti non potevano essere preparati; e una trama solo apparentemente labile, intessuta di parallelismi e in cui non accadono miriadi di cose, ma in cui ogni evento è significativo.

Sense8 è un telefilm che parla di un sacco di cose. Su tutte, parla di identità sotto innumerevoli punti di vista. La sola idea di otto persone che si trovano a condividere pensieri, conoscenze, sensazioni e pulsioni implica, a un mero livello di filosofia spiccia, che otto diverse visioni del mondo andranno a collidere e fondersi. Otto persone vedranno la loro identità mutare sotto l’influsso l’uno dell’altro.
Ma non basta.
Perché Sense8 tocca l’identità in ogni sua versione.

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Parla di identità di genere e mette in campo un personaggio come Nomi Marks (Jamie Clayton), transessuale, lesbica, figlia di una fan sfegatata di Tommaso d’Aquino, grazie alla quale possiamo tutti in coro dire “Go fuck yourself, Aquinas!”
Parla di come aspettative e realtà possano collidere, e mette in campo personaggi come Sun Bak (Doona Bae), composta donna d’affari e campionessa di arti marziali; e Lito Rodriguez (Miguel Ángel Silvestre), attore stereotipo del macho latino che però è tutto tranne che un macho sicuro di sé e sciupa femmine; e Kala Dandekar (Tina Desai), scienziata che regolarmente chiede consigli a Ganesha.
Parla di figli che assomigliano (troppo o troppo poco) ai loro padri, e lo fa con Wolfgang Bogdanow (Max Riemelt), scassinatore figlio d’arte; e con Will Gorski (Brian J. Smith), poliziotto figlio di un poliziotto.
Parla di persone che sono pronte a inventarsi un nuovo sé e aggrapparcisi, nella speranza che ciò migliori le cose, e lo fa con Riley Blue (Tuppence Middleton), dj islandese trapiantata a Londra; e Capheus (Aml Ameen), autista di minibus in una Nairobi piagata da bande e violenza.

E crimine e violenza sono una diade ricorrente di Sense8, perché tutti i personaggi, in un modo o nell’altro si trovano ad affrontarli, e quella in cui vivono è, in fin dei conti, una società maschilista e violenta, che fa dire a un personaggio secondario “In questo paese, talvolta l’unico posto in cui puoi trovare una donna coraggiosa e onesta è in prigione”, e a un altro “Questo è il Messico, sono un uomo, sono stato cresciuto così! Picchi la tua donna per far sì che ti rispetti!”
Se dall’incontro con la violenza nascono le scene più adrenaliniche, più visivamente e concettualmente spettacolari della serie, è nei momenti di calma, nell’analisi dei personaggi, del loro mondo, della società in cui sono immersi, che emergono le ossa di Sense8, i suoi altri temi portanti.
L’onore. Il passato come vincolo e guida. L’arte come sfondo per chi siamo. La famiglia.

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Qualche giorno fa ho incrociato il parere di un tale che, parlando di Joss Whedon, sosteneva che è uno sceneggiatore che scrive sempre e solo famiglie allargate. Ora, sorvolando sul fatto che una grande fetta dei telefilm mondiali (tre quarti? Di più? Chi lo sa!) sono, gira che ti rigira, storie di famiglie allargate, Sense8 allora si aggiudica il titolo di “Telefilm Per Eccellenza Sulla Famiglia Allargata”, alla faccia del povero Joss Whedon.
Perché tutti gli otto protagonisti vengono mostrati in rapporto alla loro famiglia di sangue e alla famiglia degli affetti, ma è la famiglia allargata, le persone di cui scelgono di circondarsi, quella che finisce per essere il vero centro di Sense8.
Otto estranei che si scoprono parte di un’unità più ampia, che costruiscono una nuova identità, che scelgono di aiutarsi, comprendersi, compenetrarsi. Otto estranei che scelgono di vivere e combattere. Otto estranei che scelgono chi e cosa essere, si scoprono famiglia e, realmente o metaforicamente, chiudono nel pugno ciò a cui tengono di più e poi lottano per esso, facendo di testa propria anche se tutto e tutti urlano che c’è un’unica scelta.
Alla fine è questo, Sense8: uno sguardo globale sul meglio che l’uomo può essere e sulla sua capacità di non arrendersi.
Non vi resta che guardarlo e lasciarvi trasportare dagli otto sensates in giro per il mondo.
E tranquilli, piangere come fontane sul finale, come faccio io ogni volta che lo riguardo, non è obbligatorio.

9 commenti

  1. […] (la più bella? Probabilmente sì!). C'è voluto un po', ma l'ho scritto. Lo trovate qui, sul suo […]

  2. Ma come, nemmanco un commento su questo bellissimo articolo? Sono basetta.
    Ciò detto, ringrazio Marina per aver parlato di questa serie grandiosa, rendendole giustizia e la dignità che merita. Perché di bla bla bla sulla sua presunta insensatezza ne ho letti. Era giusto che qualcuno ne parlasse con cognizione di causa. Come giustamente dici tu, Marina, è una serie pregna di contenuti importanti. E Dio benedica Netflix (speriamo che arrivi in Italia con una programmazione seria, dopodiché posso pure morire in pace).

  3. Daniele Volpi · · Rispondi

    Care Lucia e Marina,

    scrivere tutto di seguito è la norma per quella volpe del buon Straczynski (mica fichi con le pere, una che ha fatto alcune cose eccelse nel fumetto di Spiderman e che ha scritto negli anni 90 una cosuccia intitolata Babylon 5) quindi non mi sorprendo più di tanto…

    In quanto poi ad un Gestalt come personaggio principale gli autori debbono avere letto molto bene Nascita del Superuomo di Theodore Sturgeon; questo non vuol dire che la serie non sia certamente un gran bel pezzo di TV!

    Netflix non posso utilizzarlo (per problemi tecnico-logistici) e così spero in una pubblicazione su DVD magari…

    Pace profonda nell’onda che corre.

  4. Insomma, ragazze, la prossima volta documentatevi😉

    1. Prima devo andare a fustigarmi in un angolo😀

      1. Attenta, che alcuni potrebbero chiederti il permesso di guardare…

  5. Giuseppe · · Rispondi

    In effetti, una eccessiva condensazione tematica per la destinazione cinematografica sarebbe stata troppo azzardata, pur nelle mani dell’accoppiata magica Wachowski/Straczynski. Televisivamente ci avrebbe fatto già una miglior figura ma, in questo modo, svincolata dai limiti (pubblicitari e non) della TV classica, dev’essere davvero una bomba…

  6. […] espanse dei protagonisti, in questo (im)possibile mondo dove compenetrarsi non è possedersi. Qui un approfondimento corposo scritto da Marina sul blog di […]

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