The Green Inferno

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Regia – Eli Roth (2013)

Non so se ne avete ancora memoria, ma appena una decina di anni fa, si tendeva ad associare l’intero genere horror  all’esposizione prolungata di trippe e frattaglie. Sono ere geologiche se misurate con i parametri di internet, ma se ragioniamo in modo normale, si tratta dell’altro ieri. E l’ultimo lungometraggio firmato da Eli Roth (come regista, non come prezzemolino) risale proprio al 2007, quell’Hostel 2 che penso sia piaciuto soltanto a me e che non solo era un film molto meno scemo del suo predecessore, ma anche meno scemo rispetto a quanto uno potrebbe pensare riferendosi alla saga di Hostel, o alla “twisted mind” di Eli Roth.
Ultimamente abbiamo tutti imparato a stare a tavola come si deve, siamo stati accettati in società e, sorseggiando un bicchiere di buon vino, usiamo termini come: “suggerire l’orrore invece di mostrarlo”, “la nobile arte del fuoricampo” e via così.
A breve, saremo da capo tutti stufi di fantasmi ripresi di sfuggita con telecamerine traballanti e torneremo a chiedere a gran voce il sangue. È normale: l’horror (e parliamo di quello commerciale) procede a ondate.
Mi è stato chiesto parecchie volte quale tipo di orrore preferisco. Ma temo sia una domanda capziosa a cui non è possibile dare una risposta onesta, perché (sempre per come la vedo io, ci mancherebbe) è abbastanza ovvio che l’horror di natura psicologica, quello sottile, che più che tramortirti a forza di effettacci, ti trasmette un’inquietudine sotto pelle, abiti nei quartieri alti.
Tuttavia, è altrettanto ovvio che qualcuno deve fare il lavoro sporco, qualcuno deve starsene nelle discariche a raccogliere le scorie e l’immondizia, in quanto non esisterebbe narrativa dell’orrore senza la percezione (rimossa in ogni  modo possibile, soprattutto oggi) della nostra fragilità fisica, che è forse un boccone ancora più indigesto rispetto a quella esistenziale: non ci puoi fare molta poesia intorno al fatto che, come diceva il buon Barker, siamo dei libri di sangue. Libri di sangue tendenti a deteriorarsi, come se non bastasse. È una cosa oscena. Una cosa che ci fa male. Per cui sì, ok la nobile arte del fuori campo, ma anche sbatterti in faccia il concetto che sei un sacco di merda e frattaglie distruttibile in milioni di modi, quasi tutti estremamente degradanti e dolorosi, è una missione importante, che i nostri eroi del cinema dell’orrore hanno sempre portato a termine, con grande sprezzo del pericolo.
Ecco, Eli Roth, con tutti i suoi limiti, si è sempre occupato di questo a partire da Cabin Fever e gliene va dato atto, nonostante abbia più volte millantato una natura estrema del suo cinema che poteva essere estrema solo per chi di film dell’orrore ne aveva visti tre in tutta la sua vita.

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Con The Green Inferno il copione si ripete identico a quello dell’epoca di Hostel: uscita con fanfare, problemi di censura, strilli di locandina che parlano di pellicola inaccettabile e perversa, affermazioni appena appena sopra le righe secondo cui questo sarebbe il film più malato dell’universo conosciuto.
Nessuno di noi è così cretino da credere che ci sia una qualche corrispondenza con la realtà. Il tipo di marketing iperbolico che accompagna la distribuzione di un film di Roth è una cosa vecchia come il mondo, vecchia come le false assicurazioni sulla vita per i deboli di cuore che distribuiva William Castle all’ingresso dei suoi B-Movie.
Se ce la si prende con Roth perché i suoi film non mantengono le indicibili efferatezze che i manifesti promettono, significa che non si ha proprio una conoscenza profondissima del genere e del modo in cui ha, sempre e biecamente, sfruttato questi mezzucci per far muovere il culo al pubblico e portarlo in sala. E, a essere chiari, non è che lo faccia soltanto l’horror. Quante volte abbiamo visto come frase di lancio di un film romantico “la più grande storia d’amore mai raccontata”?
È l’horror più estremo della storia del cinema, The Green Inferno? Certo che no. Anzi, a dirla tutta, mi aspettavo persino qualcosa di più nel reparto sbudellamenti.
È l’horror dell’anno, The Green Inferno? Certo che no. Non ha neppure l’ambizione di esserlo.
È un buon cannibal movie, The Green Inferno? Assolutamente sì, senza alcun dubbio.
È un film divertente, che ti inchioda alla sedia per 100 minuti. È come un giro sulle giostre. Sei seduto sulla tua poltrona, con l’adrenalina a mille e hai la sensazione costante che stia per accadere qualcosa di orribile. Il bello di The Green Inferno è la sua imprevedibilità, il suo mettere lo spettatore al posto dei ragazzi protagonisti, prigionieri di un branco di matti, senza la più pallida idea di cosa verrà fatto loro.

Di sicuro, si tratta dell’opera più matura e compiuta di Roth, il che non significa per forza un film destinato a cambiare la sorti del cinema horror, non significa un capolvoro, significa un passo avanti in un percorso che, fino a ora, è stato molto coerente. Da non amante del modo di intendere il cinema di Roth, devo ammettere che mi ha stupito in positivo, questa volta. Io che mi aspettavo di assistere a una scopiazzatura priva di personalità dei cannibal movie italiani, ho invece assistito a un prodotto del tutto autonomo rispetto a quel filone. Rispettoso e addirittura ossequioso, ma autonomo.
Il colpo di genio è, in questo caso, l’aver saputo contestualizzare personaggi e situazioni. Non si tratta più di reporter senza scrupoli o di avventurieri alla ricerca di smeraldi. A recarsi in Amazzonia, questa volta, è un gruppo di sedicenti attivisti, guidati da un leader tanto carismatico quanto vuoto, senza una sola idea chiara su ciò che stanno facendo e con una conoscenza dell’ambiente e delle popolazioni locali pari a quella che ho io dell’astrofisica nucleare.

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Sprovveduti animati dalle migliori intenzioni che finiscono tra le braccia “amorevoli” della tribù che erano partiti per salvare.
Puniti poi con un orrendo contrappasso. Puniti per la loro idiozia e per la loro ingenuità. Puniti per la loro supponente arroganza. Ma, se si esclude il capo dell’organizzazione, un detestabile (e anche molto bravo) Ariel Levy, non si riesce a odiare questi salvatori del mondo da strapazzo. Nonostante la superficialità che ognuno di loro sfoggia a più riprese, prima e durante l’ordalia a cui Roth li sottopone, sono vittime.
Ecco, in The Green Inferno tutti sono vittime di loro stessi. E, in questo (come in altri sviluppi della storia che non voglio rivelarvi) il film è molto più simile a Cannibal Ferox che al solito Cannibal Holocaust. E se il personaggio di Levy potrebbe essere uno qualunque dei disgustosi individui che popolano il film di Deodato, la protagonista Lorenza Izzo è modellata sulla Gloria Davis del film di Lenzi.

Ma l’enorme differenza che passa tra The Green Inferno e i film sui cannibali degli anni ’80 è proprio la (relativa) innocenza dei protagonisti. Non è necessario torturare e uccidere gli indigeni per essere catturati e diventare la loro cena. Basta trovarsi lì, nel posto sbagliato e al momento sbagliato. La totale casualità degli avvenimenti è la chiave di volta del film. Nessuna colpa, nessuna vendetta. Succede e basta e si muore smembrati, fatti a pezzi, affogando nella propria merda e lontani chilometri e chilometri da casa.
Che è una prospettiva talmente orribile da rendere anche superfluo l’uso eccessivo di splatter.

TGI PERU 073 - Magda Apanowicz, Kirby Bliss, natives.tif
E quindi, continuando a riferirsi al cinema di Eli Roth (piaccia o non piaccia, non è questo il punto) come  a un discorso coerente, il cannibal movie diventa un ennesimo pretesto per parlare, attraverso il linguaggio apparentemente semplice del gore, di quanto siamo fragili e alla mercé di eventi che non dipendono dalla nostra volontà. Sì, certo, l’impressione iniziale di ogni pellicola diretta da Roth è che i suoi personaggi siano una massa di coglioni che si meritano quanto sta per capitargli. E poi, andando avanti col film, ci si rende conto che non è così, che nessuno si merita una cosa del genere e che (sempre che non si abbia qualcosa di molto sbagliato nella testa) mettersi lì a fare il tifo per i cannibali, i torturatori o il virus di turno, è impossibile di fronte a tutta quella disperazione e a tutto quel dolore.
Era così in Cabin Fever e nei due Hostel. È così anche in The Green Inferno.

Il film funziona proprio per questo, per la sua ambiguità che impedisce lo schieramento tranquillizzante. E, se ci sono un paio di cose fuori contesto e francamente evitabili (tutta la parte sul sacchetto d’erba alleggerisce troppo la situazione in un momento in cui non si dovrebbe concedere al pubblico alcun sollievo), altre ci stanno alla perfezione, nonostante siano di pessimo gusto. Ma se si vi aspettate il buon gusto da Roth e dai suoi cannibali, avete sbagliato indirizzo e nessuno vi restituirà i soldi del biglietto.
Un’ultima considerazione relativa all’uscita italiana del film, al rumore che ha fatto e al divieto ai minori di 18 anni: si tratta di un divieto del tutto privo di motivazioni. Non si vede niente che non abbiamo visto centinaia di volte in un episodio a caso della saga di Saw, che è sempre stata vietata ai minori di 14. È quindi del tutto incomprensibile che la censura italiana abbia posto questo limite, che ha ammazzato la distribuzione del film. Anche perché, negli Stati Uniti, The Green Inferno è stato classificato con una semplice R e non con la X che ne avrebbe decretato il suicidio commerciale.
Questo per dirvi che, spesso, i polveroni alzati intorno a un film non derivano solo da astute mosse di marketing subito sgamate dall’appassionato duro e puro che ne ha viste di ogni e schifa Eli Roth per principio. Derivano dall’ottusità. E da una buona dose di idiozia conclamata.

41 commenti

  1. Mi trovi pienamente concorde sorellina. Roth alla fine ê un simpatico fanfarone ma che sa’ dirigere un film. E comunque trovo veramente insensato che dopo un primo banchetto piuttosto particolareggiato si ritragga con un paio di fuori campo…

    1. Temo che dovremo aspettare il dvd con la versione uncut, fratellone. Si vocifera che siano stati tagliati venti minuti per fare uscire in sala il film (negli USA) classificato R e non X

      1. Il che spiegherebbe almeno un paio di scene che non dico tagliate con l’accetta ma poco ci manca!

        1. Sì, per esempio c’è una scena in particolare dove ho fatto un salto per un taglio messo lì alla come capitava.
          E non posso dire quale altrimenti spoilero

          1. Tanto ho capito quale😛

          2. Lo immaginavo😀

          3. Comunque, al netto della furberia di Roth mi è piaciuto ed Eli ha diretto proprio bene… prossimamente dirò la mia sul blog…

  2. Non è esattamente il mio genere di film, ma mi fa venire in mente

    Like a dog lying in a corner,
    They will bite you and never warn you,
    Look out,they’ll tear your insides out.
    ‘Cause everybody hates a tourist,
    Especially one who thinks it’s all such a laugh

    Che è una canzone intitolata “Common people” – quindi forse i cannibali siamo noi.

    1. Infatti. Ed era la conclusione cui arrivava Deodato in Cannibal Holocaust.
      Solo che qui si va ancora più a fondo perché davvero i ragazzi che fanno una brutta fine vanno in Perù con l’animo del turista.
      E non fanno ritorno…

  3. Mi piace Roth e ho sempre amato Hostel 2 (credo più del primo, che comunque mi piace pure lui al di là di tutto). Da questo non mi aspetto nulla più che del buon intrattenimento e mi sembra di capire che in tal senso le promesse le mantenga.

    P.S. grazie per Turbo Kid, è stata una gran bella esperienza.

    1. Il secondo Hostel è un piccolo gioiello. Il primo non mi è mai piaciuto e ho parecchi problemi anche con Cabin Fever.
      Guardando The Green Inferno mi sono davvero divertita un mondo.
      P.S.
      Turbo Kid è su un altro livello… ecco, quello mi sarebbe tanto piaciuto vederlo in sala.

      1. Cabin Fever in effetti non lo reggo proprio.

  4. L’unica cosa con cui non concordo è la valutazione sulla bravura di Levy, che a me è sembrato sopra le righe rispetto alla Izzo che invece è sempre credibile. Anche io avevo immaginato che alcune scene fossero state tagliate però il divieto VM18 in Italia mi aveva fatto sperare che il montaggio europeo fosse diverso da quello USA.

    Non è certamente il mio sottogenere preferito, ma mi ha divertito e ha creato un buon mood in sala. Adesso mi incuriosisce la possibilità di un sequel.

    1. Io l’ho trovato in parte, sebbene doppiato da cani. Credo sia quello penalizzato più di tutto il resto del cast da un doppiaggio pessimo, anche perché è quello che, dopo la Izzo, ha più linee di dialogo, mentre gli altri parlano poco.
      Il divieto VM18 è ridicolo. Non so bene cosa gli sia preso. Io temo sia un problema legato alla cacca che mette sempre tutti a disagio😀
      Non è neanche il mio sottogenere preferito, però era da un pezzo che non andavo in sala con questo entusiasmo.

  5. […] Turbo Kid non è tutto ciò, come fa notare Lucia Patrizi nel suo blog, non è un film che omaggia gli anni ’80 ma un film degli anni […]

  6. ti adorerò per sempre per questa recensione. E Hostel 2 è piaciuto tantissimo anche a me.

    1. Hostel 2 ha un modo di prendersi gioco del genere stesso a cui appartiene (il torture porn) che lo alza di sette otto spanne rispetto ad altri film simili coevi.
      E una certa scena che coinvolge Heather Materazzo mi resterà per sempre impressa. E soggiorna nei miei incubi da quando l’ho visto al cinema.

  7. Gran recensione davvero.
    ancora non l’ho visto, devo trovare il tempo

    1. Temo che durerà poco nelle sale… Forse hai ancora una settimana di tempo🙂

  8. la scena ispirata alla contessa Bathory, immagino…

    1. Proprio quella. Che angoscia, che dolore, che disperazione.
      Sono stata male.

  9. sembra scritta apposta per la Materazzo.

    1. La Materazzo poi è straordinaria. Un’attrice che mi è sempre piaciuta tantissimo

  10. anche se, per la verità, Erzbet Bathory non ha mai fatto niente del genere. Per amor di correttezza🙂

  11. No, non sei l’unica che apprezza Hostel 2, ora mi sento meno solo

    1. Ma al primo capitolo lo supera a destra mentre se lo rigira su un dito.
      Anzi, quasi quasi stasera me lo rivedo.

  12. Boh.
    A me Roth sta simpatico perché è uno dei pochi autori horror (almeno così big) a trasmettere divertimento. I film li fa perché si diverte, perché ne è fan, perché c’è una passione da ragazzetto che in fondo è adorabile. E va bene così.
    Penso però che ci siano delle regole, o quantomeno dei limiti, entro cui il cinema di genere, anche il più grezzo e scemo, deve stare: va bene il grottesco, va bene la provocazione, va bene la citazione, va bene il mandare tutto in vacca in ogni occasione possibile per essere imprevedibile, ma ci deve essere un minimo di midollo attorno a cui costruire una storia.
    Non basta la critica a certo attivismo (perfetta), non basta il twist comportamentale a metà pellicola (perfetto), serve un senso ai personaggi, serve una coerenza generale su cui adagiare il film.
    Non possono esistere scene come lo stop per fare pipì (seriously?), le facce disgustate per la scema che si caga addosso (wtf?) e i 10 grammi di maria che spappola il cervello di cento indigeni (ehhh?). Sono cose imperdonabili e improponibili, in qualsiasi altra occasioni avrebbero distrutto pellicole e reputazioni, qui invece sono concesse: perché?
    E sono solo i momenti più pesanti di un film che, alla fine, poteva essere, e ci speravo davvero, quello di cui scrivi. E il bello, o il brutto, è che secondo me Roth cerca di farlo da sempre, sto film, solo che non ne ha proprio le capacità.😦

    1. Guarda, sulla scena del sacchetto d’erba ti do pienamente ragione e l’ho anche scritto, da qualche parte.
      Sull’altra scena… non so che dirti, a me ha messo a disagio.
      Mi ha fatto stare male per quella poveretta. E mi ha fatto stare ancora più male il modo in cui Roth la fa uscire di scena.

  13. dinogargano · · Rispondi

    Non vedrò il film , non mi piace il genere , ma il post è scritto meravigliosamente come al solito , brava .

    1. Grazie, davvero.
      So che è un genere che non piace a tutti. E ne hanno ben donde. Non so neanche io una fan sfegatata del cannibal, però ha avuto il suo peso specifico nella storia dell’horror e credo che solo uno come Roth potesse tributargli il giusto onore.

      1. Bel post cannibalico😉 E mi conforta leggere come Roth sia – difettucci a parte – riuscito a condurre l’operazione, evitando di farne venir fuori una semplice copia moderna dei film di Lenzi e Deodato: la caratterizzazione totalmente diversa dei protagonisti, rispetto ai loro analoghi anni ’80, ti costringe sul serio ad aver più stomaco e più cuore nell’affrontarne il destino di quanto non ne servisse nei confronti di Barbareschi e colleghi…

    2. La penso allo stessissimo modo. Brava Lucia!
      [Fran]

  14. Fulci Forever · · Rispondi

    Ottima recensione, la migliore che potessi leggere su questo film.

    Sei stata molto obiettiva, secondo me.

    E visto che ti leggo da un po’ posso dire che ne sai molto di horror e simili.

    A rileggerci.

    1. Grazie! Ho cercato di essere obiettiva e distaccata perché con Roth è complicato scindere personaggio, marketing e film in sé .
      E poi i complimenti da un amante di Fulci fanno sempre piacere😉

  15. Fulci Forever · · Rispondi

    Beh, sai, mi piace un po’ come regista…poco eh…

    Tanto che mi son dovuto fondare a tempo di record sulla ristampa de Il terrorista dei generi…
    Probabilmente è il mio regista horror preferito.

    Per tornare a Roth, secondo me qui ha anche alzato il livello.

    E la scena di Hostel 2 che dicevi l’ho trovata veramente bella.

    C’è molta passione nelle scene splatter ma non solo: è un regista che sa divertirti ma anche spiazzarti e turbarti.

    In The Green Inferno se l’è cavata alla grande in entrambi i registri.

  16. Grazie, già condiviso su FB. Non l’ho ancora visto, ma la tua recensione mi ha convinto molto. Come al solito🙂

  17. Finalmente mi sono letto il tuo commento, ho visto il film solo ieri, anche io penso che sia più simile a Cannibal Ferox specialmente per la protagonista😉 Mi sono divertito a vederlo, trovo clamoroso che nel 2015, nelle sale di uno strambo Paese a forma di scarpa, si possa vedere un Cannibal Movie ben fatto, diretto da uno che ama la materia, 100 minuti riusciti, non il meltdown di citazioni che mi sarei aspettato… A parte la scena dell’erba, quella al limite del facciapalmo😉 Cheers!

    1. La scena dell’erba è una grossa caduta di stile. Certo, accostare la parola stile al nome di Eli Roth fa sorridere, ma tant’è😀

  18. Finalmente visto e recensito sul blog. Devo dire, il film è sicuramente ben fatto (Eli Roth sa il fatto suo), però non so perché ma mi ha lasciato una sensazione di soddisfazione a metà. In particolare non mi è piaciuto come vengono descritti i selvaggi, che invece nei film di Deodato e di Lenzi avevano un minimo di umanità: qui sono solo delle belve assassine. Non so, forse esagero, ma mi ha dato l’idea di essere un film un po’ razzista.

    1. Ma io sinceramente ho visto una feroce critica nei confronti degli attivisti, non dei cannibali. Se poi consideri il modo in cui va a finire il tutto (che sì, è copiato, ma va bene uguale), il razzismo non c’è da nessuna parte, anzi…

  19. giancarloibba · · Rispondi

    Sinceramente, “Green inferno” mi ha deluso. Preferisco “Hostel”, più sincero e di pancia. Il VM18 lo trovo assurdo. In qualsiasi puntata di CSI, trasmessa alle 20.00 ho trovato momenti splatter più gustosi. Direi che è stata una trovata del marketing con effetto boomerang. Roth mi sta simpatico, ma non quando fa il commercialista.

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