Dark Places

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Regia – Giles Paquet-Brenner (2015)

È per me un mistero la scarsissima risonanza che sta avendo questo film. Però, in un mondo dove esiste gente a cui non è piaciuto Gone Girl, ormai non mi stupisco più di niente e credo che le strutture narrative di Gillian Flynn siano troppo complesse, stratificate e profonde per essere incastrate nella definizione moderna di thriller.
Il thriller è quel best seller che leggiamo sotto l’ombrellone.
Ecco, a leggere Gillian Flynn sotto l’ombrellone si rischia di fraintendere. E a guardare Gone Girl o Dark Places con la stessa disposizione d’animo con cui si guarda un thriller da cestone del supermercato, si rischia di restare delusi.
Dark Places è tratto dal secondo romanzo della Flynn, l’unico che ancora non ho letto. La scrittrice non ha, in questo caso, partecipato direttamente alla stesura dello script e manca la presenza di un regista forte come Fincher, però il risultato è un film magnifico per atmosfera, interpretazioni e impatto emotivo.
Non è da sottovalutare, insomma e, quando uscirà nel nostro paese a fine ottobre, il consiglio è di andarlo a recuperare anche in sala.

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Libby (Charlize Theron) è l’unica sopravvissuta alla strage della sua famiglia. All’epoca dei fatti, il 1985, era una bambina e aveva testimoniato contro il fratello più grande Ben, giudicato colpevole e condannato all’ergastolo. Quasi trent’anni dopo, Libby viene contattata da un gruppo di appassionati di storie criminali. L’intento è quello di riaprire il caso, prima che la documentazione vada distrutta, e provare l’innocenza del fratello. Libby accetta, all’inizio perché ha bisogno di soldi e, in seguito perché sa che quella notte le cose non sono andate come tutti credono.
La trama di Dark Places, riassunta al massimo, è tutta qui: la riapertura di un vecchio caso di triplice omicidio.
Ma è in realtà solo una scusa per scavare molto a fondo nell’esistenza di un gruppo di personaggi danneggiati in maniera irreversibile. Innocenti o colpevoli che siano.
Ed è un viaggio piuttosto difficile da affrontare.

Sia Sharp Objects che Gone Girl si svolgono in un ambiente medio-alto borghese. Dark Places è diverso: la Flynn si spinge nell’America rurale e nello squallore di vite segnate dalla miseria. Vite di donne, soprattutto, quella di Libby, quella di sua madre (interpretata da Christina Hendricks), quella della ragazza incinta di Ben (Chloë Grace Moretz), che sono sempre al centro della scena, e portano costantemente avanti la storia, nel bene e nel male.
E non è la regia chirurgica, com’era successo per Gone Girl, a lasciare il segno, in questo film. È il racconto. Ovviamente la messa in scena è pulita e professionale e la confezione è ottima. La fotografia dai colori smorti che mette in evidenza il grigiore quotidiano dei personaggi, l’accuratezza con cui vengono arredati gli interni (la casadi Libby da adulta è un piccolo capolavoro) e scelti i vari ambienti (la discarica dove vive il padre di Libby), la precisione del montaggio nell’incastrare i flashback con il tempo presente, per un film che si svolge in contemporanea su due piani temporali diversi, la ricostruzione degli anni ’80. Funziona tutto e non c’è un solo dettaglio stonato o fuori posto.
Ma ci troviamo di fronte a un caso in cui il dato tecnico e artistico fa da supporto a una storia densissima e pesante come un macigno (è un complimento) e a delle interpretazioni da incorniciare.

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È  stato fatto un lavoro enorme sui personaggi e, in seguito, con gli attori. E, a guardare la filmografia di Paquet-Brenner, si nota come sia sempre stato estremamente capace nel dirigere gli attori. La gestione di un cast che fa paura solo a pronunciarne i nomi uno dietro l’altro e che racchiude forse il meglio di quanto oggi il cinema americano ha da offrire, non è uno scherzo. Vederli tutti al servizio di quello che è un film indipendente, a budget medio, rende abbastanza bene l’idea di quanto i grandi attori americani siano disposti a mettersi in gioco in progetti distanti anni luce gli uni dagli altri. E dà la misura della grandezza del cinema d’oltreoceano, una roba che noi ci sogniamo.
A parte Charlize Theron, su cui ormai non credo ci sia più nulla da dire, la maturazione cui è giunto Nicholas Hoult è impressionante.
E la cosa meravigliosa è che l’intero il cast (comprensivo di un pugno di eccellenti caratteristi) è del tutto annullato nel racconto.

Quando hai una sceneggiatura calibrata al millimetro, dei personaggi che sembrano uscire dallo schermo per come sono veri, e le facce, i corpi e le voci giuste a rappresentarli, il film può procedere da solo, diventa quasi un fatto naturale, inevitabile.
E la storia di Dark Places è inevitabile. Si costruisce istante per istante, fino alla rivelazione delle ultime scene, la cui prevedibilità non è dovuta a qualche problema nello svolgimento della storia, ma a tutti i singoli dettagli disseminati a partire dai primissimi minuti, piccoli indizi che possono sembrare di poca importanza, ma che invece, se gli si presta attenzione, diventano vitali. Non mira a stupire, Dark Places, mira invece a essere coerente.
Come dicevo prima, un macigno.

L-ACx

Nel suo essere, più che un thriller nel senso tradizionale del termine, un mistery granitico e implacabile, Dark Places si prende anche il lusso di offrire un interessante spaccato della società, e di una trentina di anni fa, e di oggi. E quello che ci mostra non è affatto piacevole, da nessun punto di vista.
L’ambientazione nel periodo di isteria di massa del satanic panic, quando bastava che fossi un pochino silenzioso, ascoltassi metal e ti vestissi di nero per diventare automaticamente un assassino adepto del demonio, è un’idea molto potente e serve per parlare di come il pregiudizio riesca spesso a condizionare vite intere e a distruggerle in un batter d’occhi.
La caccia alle streghe nei confronti di Ben non comincia con la sua condanna per l’omicidio della madre e delle sorelle, comincia molto prima. E anzi, Ben è già condannato in partenza. Come lo è tutta la sua famiglia e tutto il microcosmo che gli si muove intorno. Vittime o carnefici, a questo punto non ha neanche più troppa importanza.
La risoluzione del mistero legato alla strage diventa così mero meccanismo (anche se molto efficace) per dire altro. Ed è uno uso intelligente del cinema di genere. Prendere l’impianto classico del mistery e impiantarci sopra un discorso di natura (anche) politica, che tocca tutta una serie di corde sensibili e cerca di analizzare il modo in cui la nostra società tratta i suoi elementi più fragili.
Le ferite di Libby, quelle che porta addosso e ancora sanguinano e quelle che ha procurato ad altri, non si rimargineranno, perché Dark Places non è un film consolatorio, ma almeno c’è una piccola speranza di pacificazione. Non col male che abbiamo subito e che abbiamo compiuto, ma con noi stessi.
La capacità di perdonare, se non altro. E di guardare al passato senza esserne schiacciati.

8 commenti

  1. Mi viene da dire: Il potere del noir lunga vita al noir!

  2. Ero indeciso, volevo vederlo perchè c’è Charlina Terrona (il che mi basta) ma sto temporeggiando… Non leggo nulla, condivido sulla fiducia e vado a vedermelo, se lo consigli tu so che posso fidarmi😉 Cheers!

  3. A me è piaciuta poco la rappresentazione e quel finale così logorroico, che spiega troppo sentimenti e conclusioni intuibili già attraverso il “raccontato” e le incredibili interpretazioni degli attori. Mentre mi è piaciuta tanto la trasfigurazione di una storia di crescita e formazione in una detective story atipica. Boh, credo che con un regista meno “classico” ci sarebbe stato il salto da buon film a ottimo film.

  4. Se solo Dark Places contribuisse a far capire, dalle nostre parti, quale può essere il livello raggiungibile da un film indipendente… Purtroppo si sa, nel nostro piccolo cinema, quanto manchino del tutto quei progetti distanti anni luce gli uni dagli altri tali da permettere agli attori – e non solo – di mettersi in gioco (senza questa necessaria varietà da sperimentare, va da sé che si formino poi sempre meno professionisti degni di tal nome. E il ristretto manipolo di coraggiosi e meritevoli che ben conosciamo, difficilmente può – da solo – invertire questa tendenza… discorso vecchio)😦

  5. mi è piaciuto addirittura di più di Gone Girl (film) mentre lo considero di pari livello qualitativo del libro, cioè altissimo. Mi stupisce come, su tre libri, sia riuscita a costruire tre storie completamente diverse, creare personaggi disturbati forte che pure non si assomigliano e raccontare ambienti sociali opposti con la stessa identica.
    Visto l’intreccio narrato del libro, con tanti personaggi e storie parallele, hanno fatto un lavoro egregio di seceneggiatura a saperlo condensare in un’ora e tre quarti. Poi io amo la Theron in ogni sua manifestazione, quindi l’ho trovata perfetta.

  6. Il libro l’ho amato molto, e mi ha stupito come, dopo il successo di pubblico e critica di Gone Girl (romanzo e soprattutto film), questo sia uscito in sordina, in Francia (che non è un mercato minore, ma comunque…) prima che negli Stati Uniti. Tenterò di non farmelo sfuggire in sala…

  7. Questo me lo recupero, sembra davvero interessante e la Theron come attrice mi è sempre garbata assai

  8. Charlize coi capelli corti mi ha già comprato… dovrebbe uscire a fine mese e al multisala hanno pure esposto il cartonato, si rimane in attesa.

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