Self/Less

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Regia – Tarsem Singh (2015)

Dopo quel disastro commerciale che fu Mirror Mirror (che per la sottoscritta è il miglior aggiornamento di una fiaba classica mai portato sullo schermo), temevo che il mio Tarsem avesse la carriera stroncata. Pensavo si sarebbe dato al piccolo schermo, e che nessuno gli avrebbe mai più affidato la regia di un film per il cinema. Avevo ragione, ma solo in parte. Tarsem si è davvero dato al piccolo schermo: è in postproduzione una serie da lui interamente diretta, basata sul Mago di Oz, Emerald City. E tuttavia, è riuscito persino a dirigere un prodotto per le sale.
Ovviamente, lo hanno messo al guinzaglio di due sceneggiatori con le idee chiare, forse anche un po’ troppo, dato che lo stile e la personalità strabordanti di Tarsem sono molto meno evidenti rispetto ad altri film da lui firmati. Da un lato è anche giusto: la storia di Self/Less è serrata, necessita di coerenza e andava messa in scena in maniera quanto più possibile asciutta. Dall’altro mi dispiace, perché quell’esuberanza arrogante che teneva Tarsem sempre in bilico tra il pessimo gusto e il sublime, è andata a farsi benedire e Self/Less è un buon film, ma resta pur sempre un film normale, quasi che l’amore mio (sempre Tarsem) abbia voluto dimostrare che persino lui, se si impegna, è in grado di optare per una regia semplice.
Che semplice non è affatto, ma cerchiamo di procedere con un certo rigore logico, altrimenti non ne usciamo vivi.

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Scorrendo i credits del film, due cose saltano all’occhio: gli sceneggiatori dalle idee chiare di cui sopra sono Alex e David Pastor, i due fratelli spagnoli autori di Carriers, che insistono, anche in questo film, sebbene protetti da una patina ultramoderna e altamente tecnologica, col loro discorso sulla natura umana e sulle scelte dettate dall’egoismo in situazioni estreme.
Inoltre, il flm è montato da Robert Duffy, che non è solo il montatore di fiducia di Tarsem, ma che ha iniziato la sua carriera e si è fatto le ossa lavorando con Tony Scott. Dettaglio fondamentale, questo, per la resa finale di Self/Less, un film quasi interamente costruito su un montaggio molto particolare, che frammenta e scompone in miriadi di pezzi una storia altrimenti lineare e persino prevedibile.
I Pastor scrivono quindi un copione all’apparenza semplice, Tarsem lo gira limitando al massimo le sue esplosioni di kitsch estremo e poi arriva Duffy e mescola da capo le carte, giocando con anticipi sonori, micro flashback e flashforward, inserti quasi subliminali di passaggi onirici, dando al film un andamento a strappi, che riflette la psiche tormentata del protagonista.

Damien (Ben Kingsley) è un miliardario a cui restano pochi mesi di vita. Dato che a morire non ci pensa proprio, entra in contatto con una misteriosa (nonché estremamente elitaria) clinica che promette ai personaggi brillanti e facoltosi di poter trasferire la propria mente ancora lucida e funzionante in un nuovo corpo, sano e giovane, creato apposta in laboratorio. Il procedimento è costoso e il soggetto dovrà “morire” ufficialmente e tagliare tutti i ponti con il passato. In cambio, diventerà, a tutti gli effetti, immortale.
Damien accetta e, dopo essere entrato in uno strano macchinario, si risveglia nel corpo di Ryan Reynolds. Decisamente poteva andargli peggio.
All’inizio è tutto meraviglioso e divertente. Damien è ricco, giovane, bello, può fare tutto ciò che desidera, ricominciare da capo la sua vita, ma con la consapevolezza e l’esperienza di un uomo di settant’anni.
Deve fare solo i conti con alcuni sgradevoli effetti collaterali, una specie di “rigetto” del suo nuovo corpo, che gli provoca convulsioni e allucinazioni. Il dottore che eseguito l’intervento (interpretato da un sempre ottimo Matthew Goode) gli dà delle pillole che sarà obbligato ad assumere per il resto dei suoi (eterni) giorni.
Ma quelle allucinazioni sembrano provenire dalla vita di un’altra persona e Damien decide di indagare più a fondo, finendo per scoprire la realtà orribile che si cela dietro la sua seconda occasione.

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Come accade in molte opere di Tarsem, è difficile dare una catalogazione precisa di Self/Less: c’è un po’ di fantascienza, un po’ di dramma esistenziale e una robusta dose di action, che però invade il campo solo nell’ultimo atto del film. Il ritmo progredisce insieme all’acquisizione di conoscenza da parte di Damien e, più cose viene a sapere il protagonista, più la pellicola si fa frenetica, fino a che l’action prende il sopravvento su tutto il resto e assistiamo a spettacolari inseguimenti in macchina, esplosioni, sparatorie e mazzate varie. Tutto diretto con gran classe e professionalità, ma senza guizzi particolari. Tarsem regista di servizio non me lo sarei mai immaginato. E infatti, per ritrovare il nostro regista matto, è necessario prestare grande attenzione alle scene meno concitate, soprattutto a quelle poste a metà film, quando Damien fa le prime esperienze con il suo nuovo corpo, in una New Orleans coloratissima e distante anni luce dall’ambientazione southern gothic cui il cinema ci ha abituati.
Ecco che Tarsem, sempre restando il più possibile nell’invisibilità, si sente un briciolo più libero di esprimersi e solo nei movimenti di macchina che accompagnano Damien nell’esplorazione della sua nuova casa, ci mostra che regista di razza sia: fluido, geometrico, con un’estetica sfrenata che però, in questo caso, riesce a fermarsi sempre una frazione di secondo prima di diventare pacchiana. Certo, manca quel pizzico di anarchia che mi ha fatto amare anche cose improbabili come Immortals, ma è sempre lui, mascherato, trattenuto, con la museruola e due energumeni a tenerlo fermo, sia mai che ci scappi un balletto in stile Bollywood, ma sempre l’amore mio Tarsem che ricopre ogni cosa d’oro e gira lunghe sequenze musicali che sembrano quasi avulse dalla narrazione e inserite solo per sfogarsi e uscire dagli schemi che gli sono stati imposti.

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Due paroline le vorrei spendere anche per Ryan Reynolds: mi piacciono sempre di più le scelte di questo ragazzo e chi lo considera un blocco di tufo inespressivo si sbaglia di grosso. Sta maturando come attore e diventa sempre più bravo. Quello di Damien non è un ruolo facile, non sono richieste solo presenza e fisicità, ma anche la capacità di toccare alcune corde emotive molto profonde. E Reynolds ci riesce senza sembrare mai fuori parte. Vedete, per esempio, la scena in cui insegna a nuotare a una bambina, e poi tornate qui e ne riparliamo.

Self/Less è un buon prodotto di intrattenimento che non si vergogna di strappare allo spettatore un paio di riflessioni. La scrittura dei fratelli Pastor è, come sempre, limpida e coraggiosa nel voler affrontare i sentimenti in tutte le loro sfaccettature e utilizzando il linguaggio tipico del cinema di genere. Ci sono un paio di passaggi un po’ frettolosi, che potevano anche essere resi più chiari, ma il film regge dall’inizio alla fine.
Forse difetta di personalità in cabina di regia (se si escludono gli sprazzi da matto isterico di cui abbiamo parlato prima), ma ne ha tanta in sede di montaggio, dove devono essersi sbizzarriti (nonché fumati l’impossibile) per mesi interi.
Ora non resta che sperare in Emerald City. Viviamo in tempi paradossali e una mente creativa come quella di Tarsem potrebbe trovarsi molto a suo agio con una serie tv dalla dichiarata impronta fantasy. La sceneggiatura non è opera sua (e questa è una buona notizia) e pare che gli abbiano dato carta bianca per quanto riguarda la resa estetica.
Io sento puzza di capolavoro.
Ma Tarsem è l’amore mio e non sono obiettiva.

11 commenti

  1. Di sicuro mi ha intrattenuto, ma non ho ben capito se è la strada giusta per la carriera di Tarsem, questo film mi ha ricordato tanto un vecchio film di Frankenheimer, comunque meglio di “Mirror Mirror” che proprio non mi è piaciuto…. Mi piacerebbe davvero vederlo dirigere un remake de “Il mondo dei Robot”, quello sarebbe uno spasso 😉 Cheers!

    1. Io invece ho adorato Mirror Mirror. E, proprio perché l’ho adorato, non credo che questa sia la strada giusta per Tarsem: troppo standardizzata.
      Spero molto nella serie tv, dato tutti gli episodi saranno diretti da lui.

  2. In effetti rischia troppo di scimmiottare se stesso, la serie tv la guarderò sicuramente, dopo “The Fall” quest’uomo si è guadagnato tutto il credito del mondo 😉 Cheers!

  3. Daniele Volpi · · Rispondi

    @ Cassidy

    L’inquietante ‘Operazione diabolica’ (Seconds del 1966), molto più drammatico e “glaciale” della pellicola di Tarsem…

    Pace profonda nell’onda che corre

  4. boh il trailer non mi ha convinto per niente, ma dopo aver letto la tua recensione, potrei dargli una chance

  5. sembra strepitoso, ho visto il trailer e letto il tuo pezzzo. non immagino che finale abbiano potuto escogitare.

  6. Temevo fosse solo un film su commissione, buoni nomi e buono nel suo complesso – con i Pastor come garanzia – ma totalmente castrante per lo stile registico di Tarsem. Invece leggo che i suoi piccoli spazi creativi è riuscito a ritagliarseli… Ma piuttosto che procedere solo su questo versante, nel suo futuro vedrei meglio una convivenza/alternanza fra regie di servizio e vere regie tarsemiane (che se Emerald City facesse davvero il botto, qualcuno potrebbe concedergli nuova fiducia anche per un rilancio personale su grande schermo, magari).

    1. Magari incontrasse un produttore così matto da dargli carta bianca…
      C’era il suo nome dietro a un progetto su Marco Polo, ma poi è tutto naufragato…

      1. Sì, ricordo che un paio d’anni fa circa sembrava cosa quasi fatta, solo che poi – appunto – non ne avevo saputo più niente…

  7. Visto. Allora ridimensiono l’aggettivo “strepitoso”, ciò non toglie che è un buon film, non la solita americanata, come l’ ha stigmatizzato chi era con me. Ho voluto rileggere la tua recensione e concordo su molti aspetti, la parte kitsch c’è senza’altro nell’arredamento “tuttoricopertodorozecchino” dell’appartamento del multi milionario, (quando shakera ho sorriso), e anche la casa di New Orleans mica scherza con quella struttura all’ingresso. Bellissime le riprese in esterni, con una New York autunnale come la immagino io. La scena in cui insegna a nuotare alla bambina è davvero insolita per tenerezza in un film che si regge molto sull’azione. E’ un film di scelte morali. Potrebbe benissimo prendere quell’aereo per le Hawai, ma sappiamo cosa succede. Inevitabile anche la scelta finale. La parte migliore del film di un’eleganza pari alla recitazione di Ben Kingsley, sta credo nel talento del regista, io che non sono un’esperta ho apprezzato molte sue scelte, insolite per un film che appunto poteva finire nei b movie del sabato sera. E invece guarda solo la scena dove arriva al deposito delle maschere dei carri. Insomma non sono rimasta delusa.

    1. Tarsem è così, ci mette sempre del suo, anche quando gira su commissione.
      Forse questo film manca un po’ di personalità, ma è una bella storia, solida, con una sua etica.
      Ti consiglio The Fall, è il suo film più sentito e autoriale. È un po’ ostico, ma visivamente splendido

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