Lost After Dark

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Regia – Ian Kessner (2015)

Quando sento la definizione retro-slasher, di solito metto mano al machete e parto più prevenuta che per un film di Zack Snyder. Il motivo è molto semplice: da un retro-slasher mi aspetto tante cose e tutte brutte. Girato in digitale che scimmiotta la pellicola rovinata con risibili interventi di post produzione; citazioni da pena di morte, recuperate sempre dagli stessi quattro o cinque film che il regista ha visto nel corso della sua vita e che qualcuno gli ha detto essere i fondamentali del genere; ambientazione anni ’80 posticcia, non tanto perché ricreata male da un punto di vista scenografico o di costumi, ma soprattutto perché i personaggi si comportano come stronzissimi adolescenti del XXI secolo e non come i loro omologhi un po’ meno stronzi di qualche decennio fa; un’atmosfera troppo consapevole e smaliziata per poter essere realmente affettuosa; infine, una scarsa conoscenza del genere di riferimento, che se giri uno slasher ispirato a quelli degli anni ’80, il minimo che mi aspetto e che tu sappia di cosa stai parlando. Insomma, non tutti sono Ti West. Al massimo possono aspirare al titolo di cuginetti sfigati di Robert Rodriguez. E non è un complimento.

Poi succede che ti imbatti per caso in questo Lost After Dark, scritto e diretto da due esordienti e, al netto di molte delle caratteristiche negative enunciate poco sopra e presenti anche nel film di cui stiamo parlando, passi un’oretta e mezza a bocca aperta, perché proprio non te l’aspettavi una bomba simile.
Voi lo sapete, lo slasher è un mio pallino (sì, il saggio arriverà, è una promessa) e, se il cinema dell’orrore è in grande salute, non si può dire altrettanto di questo suo figlio un po’ bastardo e degenerato. Gli slasher proliferano in quantità, ne esce quasi uno al giorno. Eppure, la qualità latita, specialmente per quanto riguarda la scrittura.
L’equivoco alla base dello slasher è che sia sufficiente mettere un gruppo di ragazzotti detestabili in un ambiente circoscritto (che costa poco), farli inseguire da un pazzo con la passione per le armi da taglio e farli fuori uno a uno in successione standard, per avere un buon prodotto.
Non è così. Quando hai uno schema consolidato da cui non si scappa, devi compensare le sue ripetitività e riconoscibilità con una buona scrittura, devi avere anche il coraggio di forzare lo schema (ma non troppo) e dare al pubblico qualche sorpresa.

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Ian Kessner e Bo Ransdell, rispettivamente regista e sceneggiatore di Lost After Dark, si prendono un sacco di rischi e commettono anche un sacco di errori, ma riescono a confezionare un prodotto estremamente godibile e, sotto alcuni aspetti, addirittura sorprendente.
L’ambientazione anni ’80 è perfetta: pettinature, costumi, scenografie, musiche, atmosfera generale. Non sembra di guardare un film girato nel 2015, ma nel 1985. I personaggi poi, sono tutti particolarmente azzeccati, possiedono quella giusta dose di ingenuità e tenerezza che oggi sarebbero inconcepibili in un film slasher contemporaneo. Interagiscono tra loro in maniera molto naturale, senza forzature, rendendo così la parte iniziale del film, quella che precede la mattanza, non un inutile introduzione da sopportare per vedere il sangue, ma parte integrante della storia. Ci affezioniamo a questi ragazzi. E non è poco.

La trama è, ovviamente, classica e scheletrica: otto amici decidono di rubare uno scuola bus la sera del prom per andare a passare il fine settimana nella casa in campagna di una di loro. Il mezzo, però, perde benzina e i nostri si ritrovano sperduti su una stradina in mezzo ai boschi. Vanno a cercare aiuto nell’unica abitazione nel raggio di chilometri e finiscono tra le grinfie di un pazzo cannibale.
Il fatto di trovarsi di fronte a un omaggio è evidente sin dai nomi dei protagonisti: le ragazze si chiamano Adrienne, Jamie, Heather e Marilyn, mentre i ragazzi Sean, John, Tobe e Wes. Sì, da un certo punto di vista è anche irritante questo ammiccamento, ma Kessner e Ransdell lo gestiscono bene, non calcano troppo la mano. Gli serve semplicemente per dichiarare i loro intenti sin dal primo rullo e poi mettersi d’impegno a raccontare una storia.

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Ed è questo il bello di un film come Lost After Dark: fa passare in secondo piano tutte le componenti fastidiose e legate al suo essere (in teoria) un prodotto la cui unica ragion d’essere è imitare quanto fatto da altri, e cammina con le sue gambe, risultando alla fine molto più autonomo e indipendente dai suoi modelli rispetto a tanti slasher usciti negli ultimi anni (qualcuno ha detto Muck?). Per cui quando regista e sceneggiatore cadono con tutte le scarpe nella furbata del “missing reel” della pellicola che si rompe, delle giunte visibili, delle bruciature di sigaretta per ogni dove e degli stacchi di montaggio appositamente sbagliati, glielo perdoni e ci passi sopra volentieri.
Se i primi venti minuti vi faranno credere di sapere dove Lost After Dark sta andando a parare, resistete alla tentazione di troncarlo. La prima morte è semplicemente incredibile, così come tutta la successione degli omicidi, non tanto nella loro dinamica (tutti piuttosto efferati a dire la verità), quanto nella scelta di quali caratteri far sopravvivere e quali invece tramutare in carne da macello. E ogni scelta, ve lo assicuro, sarà in grado di stupire anche il più smaliziato conoscitore di ogni meccanismo slasher.

Anche il versante citazioni è meno banale del solito. A parte gli ovvi richiami ai vari Halloween e Venerdì XIII, ce ne sono alcuni inconsueti, come il simbolo della pace ripreso da Last House on the Left e una scena che è presa di peso da uno dei più noti film di Lucio Fulci (non vi dico quale, altrimenti vi rovino tutto il divertimento). E non si tratta (non sempre, almeno) di omaggi messi lì per far vedere che Lost After Dark è un film realizzato dai fan per i fan, perché di solito è questo tipo di operazioni a risultare fallimentare. Sono perfettamente integrati nel contesto e nella trama, sono coerenti con l’obiettivo di regista e sceneggiatore, ovvero riportare in vita lo slasher anni ’80 senza porsi in una prospettiva distaccata e superiore nei suoi confronti. E senza nemmeno il filtro della nostalgia. Lost After Dark non è un film che richiama gli anni ’80. È un film degli anni ’80.

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Non è che rappresenti proprio una novità, a dirla tutta. Anche We Are Still Here è, in tutto e per tutto, un film della fine degli anni ’70. Sembra quasi che si stiano rispolverando fondi di magazzino e ce li stiano spacciano per film nuovi.
Qualcuno potrebbe dire che ci sia un grosso problema di mancanza di idee originali. Ma io non riesco a vederla in questo modo, o almeno non in tutti i casi.
Lost After Dark è un film pieno di idee e di inventiva, sia a livello di messa in scena che a livello di sceneggiatura. È un prodotto fatto per divertire, divertendosi. E mentre la regia si sbizzarrisce nel recupero filologico di zoomate, close-up e soggettive tipiche dell’eta d’oro dello slasher, la sceneggiatura gioca in controtendenza, sovvertendo regole e stereotipi.
La chiave della riuscita di Lost After Dark sta proprio nel modo in cui scrittura e racconto per immagini si muovono in direzioni opposte, formando però un insieme coeso e, soprattutto, credibile.
Dategli un’occasione. Fino a ora è lo slasher dell’anno, senza neanche un rivale.

16 commenti

  1. Mi limito ad aggiungere…. Amen 😉 Ho scritto il commento ieri, spero di riuscire a pubblicarlo tra questa settimana, al massimo inizio della prossima, in ogni caso siamo allineati, citazionista (tanto) senza essere troppo fastidioso, ma sopratutto un film che conosce bene gli Slasher, modificando alla grande un paio di stereotipi, con buonissimi risultati. Concordo, il miglior Slasher movie dell’anno…. e poi uno dei nomi scelti per uno dei personaggi mi ha fatto sganasciare dal ridere 😉 Cheers!

    1. Perché quando lo slasher è figo, è figo abbestia 😀

  2. grazie per la segnalazione, recupero subito 😉
    da parte mia posso consigliarti di lasciar perdere “Charlie’s Farm”, una cosa agli antipodi rispetto a questo per passione, divertimento e rispetto verso il genere

    1. E infatti pensavo proprio a robaccia come Charlie’s Farm come esempi di slasher fatti malissimo

  3. Una buona notizia insomma! Faccio l’appunto e preparo il pop corn!

    1. Poc corn con tanto burro fuso sopra 😀

  4. Legalmente è visibile da qualche parte?

    1. Purtroppo no… penso sia disponibile su qualche piattaforma VOD ma ovviamente non qui in Italia. C’è il blu ray su Amazon, però.
      Io l’ho ordinato, dopo aver visto il film.

  5. Un retro-slasher capace di mettere in scena gli anni ’80 in modo credibile e realistico (rendendo un po’ più sopportabili finte bruciature, missing reel e compagnia bella), con tanto di personaggi coerenti in quel contesto, all’interno del quale il ribaltamento di regole e stereotipi è un valore aggiunto senza dimenticare le citazioni che non puntano semplicemente alla sterile strizzatina d’occhio (e presuntuosa, sul tipo de “ma quante ne so” e “quanto son bravo, eh?”) è già un evento di per sé, direi, visto il rischio di mandare in merda il tutto che in genere ormai costituisce il marchio di fabbrica quasi fisso di queste operazioni, infarcite esattamente di tutti quegli errori ben elencati ad inizio post… E dopo lo slasher dell’anno, rimaniamo in paziente attesa anche del saggio sullo slasher (sarà il saggio dell’anno, senza neanche un rivale) 😉

    1. Ti giuro che non ci credevo fossero riusciti a mettere in scena un prodotto così intelligente.
      Ero partita alla ricerca di porcherie per il post mensile e invece…

  6. Bello. Cioè, bellino. Non mi sono esaltato così tanto perché l’omaggio agli anni ottanta è bello ma ormai lo fanno tutti e sta stancando parecchio, però è davvero un buono slasher, non ci credevo mentre lo vedevo. Bei personaggi, dialoghi divertenti, ottima atmosfera, bello violento, peccato solo che il cannibalozzo così qualunquista e poco approfondito. 🙂

    1. Ma infatti l’esaltazione, per quanto mi riguarda, non deriva dall’omaggio agli anni ’80 che, anzi, di solito mi tiene lontanissima da un film. Deriva da come hanno condotto tutta l’operazione. E da come poi, il fatto che il film sia un omaggio, passa in secondo piano rispetto al film stesso.
      Insomma, sarà per la penuria di slasher buoni, ma mi è piaciuto davvero tanto.

  7. sembra interessante, lo cercherò

  8. Non sono un profondo conoscitore del sottogenere, ma è stato mai fatto uno stalker al contrario? Cioè col banale capovolgimento di una banda di teenager (stupidi ma che si credono furbi) che attirano un serial killer per ucciderlo? Se mi dici che non è stato mai fatto potrei scriverci un racconto, un giorno.

    1. Allora, di sicuro c’era qualcosa di simile… Però in forma di parodia. Devo solo cercare di ricordare.

  9. Stalker = intendo slasher, ma l’autocorrect pensa di essere più furbo di me

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