1972: Deliverance

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Regia – John Boorman
I bet you can squeal like a pig

Come era facilmente pronosticabile, l’ultimo sondaggio prima della pausa estiva è stato stravinto a mani basse da Deliverance. E non è che posso mettermi a biasimarvi per questa scelta. Si tratta di un pezzo enorme di storia del cinema e, per quello che interessa a noi su un blog che tratta soprattutto di horror, si tratta del papà di un sottogenere molto importante, il vero simbolo dell’horror anni ’70, il survival, quel particolare filone dedicato alle vacanze intelligenti, che inevitabilmente finiscono per portare a uno scontro con bifolchi omicidi, per buttarla giù semplice.
I precedenti del film di Boorman (genio, gigante… dovremmo parlare di Point Blank, prima o poi) sono infatti rari e sporadici: mi viene in mente 2000 Maniacs, di quell’altro matto di Herschell Gordon Lewis, ma era un prodotto che partiva da presupposti molto diversi e aveva anche altri obiettivi. Lewis, padrino del gore, narrava di un gruppo di giovinastri in vacanza da qualche parte in Texas, macellati uno a uno dalla popolazione di un paesino che stava festeggiando il suo centenario. L’idea dello scontro tra un’America civilizzata e un’America profonda e distante anni luce da qualsiasi forma di addomesticamento, era appena abbozzata, quasi in maniera inconsapevole.
Con Deliverance, Boorman porta la faccenda al livello successivo e la sbatte in faccia al pubblico medio, non soltanto ai frequentatori del circuito dei B movie, assetati di trippa e budella.
Deliverance ha avuto infatti un impatto culturale di vastissima portata. Basti pensare che, nell’anno successivo alla sua uscita in sala, annegarono ben 3o persone nel fiume Chattooga, per emulare la scena dell’attraversamento delle rapide dei protagonisti. E questo è solo uno degli aspetti più superficiali dell’influenza esercitata da Deliverance non solo sul cinema, ma sull’immaginario collettivo.
L’iconografia del bifolco è infatti rimasta sostanzialmente invariata a partire dal film di Boorman e giù lungo tutta la pletora dei suoi eredi cinematografici, compreso Non Aprite quella Porta, che è arrivato due anni dopo.
Si potrebbe obiettare che, sempre nel 1972, c’era un’altra opera in giro, un po’ più oscura e maledetta, ma destinata a cambiare per sempre la faccia del cinema del terrore, ovvero L’Ultima Casa a Sinistra.
Eppure, per quanto io ami alla follia l’esordio di Craven, i due film non possono proprio essere paragonati. È già difficile riferirsi all’Ultima Casa utilizzando la parola cinema, metterlo a confronto con la regia di Boorman è semplicemente una sciocchezza.
Per quanto (e mai mi stancherò di ripeterlo) fondamentale per il cinema di genere, per l’exploitation a venire, per il rape and revenge e per il new horror, The Last House on the Left ha caratteristiche molto diverse rispetto a Deliverance.

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Deliverance è tratto dal romanzo omonimo di James Dickey, che scrisse anche la sceneggiatura. Boorman, non accreditato, ci rimise mano, cambiando molte cose e scatenando l’ira dello scrittore. Dickey si presentò sul set e tra i due scoppiò una rissa, conclusasi con un naso rotto e un paio di denti mancanti. La scazzottata fu però l’origine di una grande amicizia. E, nel finale del film, è possibile vedere Dickey in un piccolo ruolo, quello dello sceriffo.
Aneddoti all’ordine del giorno su un set particolare come quello di Deliverance che, ricordiamolo, non era affatto un prodotto ad alto budget. Non c’erano i soldi per gli stunts né per assicurare gli attori.
Quando vedete Jon Voight precipitare dalla scogliera, quello è davvero Jon Voight che precipita senza assicurazione. Stessa cosa per quasi tutte le sequenze più pericolose che vedono coinvolti i quattro protagonisti. Oggi, di fronte a una cosa del genere, bloccherebbero le riprese dopo mezza giornata. Nel 1972, il cinema era ancora un territorio selvaggio e poco civilizzato.  Sì, proprio come il fittizio fiume Cahulawassee, dove i nostri vanno a passare un weekend a contatto con la natura e lontano dallo stress della loro vita quotidiana, a base di lavoro, famiglia e rotture di palle assortite.
Ma la natura non sempre è benevola e gli esseri umani che abitano in quei luoghi lo sono ancora meno, nonostante l’illusorio momento di comunicazione a base di banjo tra un ragazzino in odore di inbreeding e il più civilizzato del gruppetto. Una delle scene più famose di sempre.
Una delle scene più intense di sempre.
Che non ha bisogno di dialoghi per spiegare l’alterità assoluta tra i tranquilli uomini d’affari in cerca di qualche brivido tra le rapide e i “mountains men” straccioni, deformi, sporchi, quasi ridotti allo stato bestiale.
Deliverance è uno dei primi film a spogliare da ogni forma di romanticismo lo spirito da survivalisti della domenica dei suoi protagonisti. Anche l’idea di allontanarsi dalla civiltà e di immergersi nella natura selvaggia e incontaminata perde ogni fascino.
Non c’è più alcuna frontiera da attraversare. Ci sono solo squallore, miseria, violenza e morte e il macho che sembra saperla lunga su cosa fare, come comportarsi e come sopravvivere, passerà la seconda metà del film a frignare con una gamba spappolata.

James Dickey e Burt Reynolds sul set

James Dickey e Burt Reynolds sul set

La lezione di Deliverance (e in seguito di tutto il survival horror da lì all’eternità) è che puoi essere un borghese grassoccio, un sedicente esperto di sopravvivenza, un arrogante ragazzotto in viaggio per scoprire la parte genuina e “pura” dell’America, ma alla fine ti perderai e non tornerai più indietro e, se lo farai, sarai per sempre segnato.
Nel survival horror, i mostri non vengono sconfitti, non si restaura lo status quo, si scappa a gambe levate dopo essere stati costretti a sporcarsi le mani, ma con una nuova consapevolezza: c’è una parte di quello che ti ostini a considerare il tuo territorio dove sei e sarai sempre un intruso, dove non ti vogliono, dove se ti avvicini troppo, ti mordono, sacche di resistenza che non possono essere conquistate.
Non porta nessuna buona notizia, Deliverance. E quindi direi che ci sta alla grande in una rassegna di cinema dell’orrore. Nello stesso modo in cui ci starebbe l’antenato vero e proprio di tutti questi film, Easy Rider.

L’impatto shockante avuto da Deliverance risiede più in questa impostazione così radicale che nella violenza o nella famigerata scena dello stupro. Se ci pensate bene, lo stesso Craven aveva mostrato di peggio. E, nel giro di un paio di anni, Hooper avrebbe scatenato l’inferno in Texas (facendo vedere sullo schermo comunque un quindicesimo della violenza a cui siamo oggi abituati).
Un pessimismo così lucido e così ben espresso, sia negli scarni dialoghi, sia soprattutto nei lunghi silenzi, che sarebbe rimasto ineguagliato. Forse solo Walter Hill, con il suo Southern Comfort avrebbe dipinto altrettanto bene il progressivo crollo di ogni arrogante certezza di fronte a una situazione dove, per la prima volta, ci si trova a doversi misurare col rischio concreto di perdere la propria vita.
Eppure, per quanto repentina e brutale, la violenza del film di Hill ha una sua motivazione, una sua ripugnante logica.
In Deliverance, ciò che accade al povero Bobby (Ned Beatty, all’epoca alla sua prima apparizione sullo schermo) è tanto spaventoso quanto insensato.

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Ed è questa insensatezza a fare di Deliverance un grande film dell’orrore.
È insensato lo stupro di Bobby.
È insensato il duplice omicidio di Mari e Phyllis in The Last House on the Left.
Sarà insensata la strage di Non Aprite quella Porta.
E sarà insensata la guerra tribale tra famiglie ne Le Colline Hanno gli Occhi.
Così come era del tutto insensata la sparatoria che chiudeva Easy Rider. Tanto per sottolineare dove si trovino le origini di tutta questa improvvisa mancanza di senso.
Qui tutto sarà sepolto dall’acqua. È la cosa migliore che può capitare a questa città”
Così dice un tassista a Jon Voight in una delle ultime scene del film, dando un significato molto sinistro alle linee di dialogo che invece si trovavano in testa a Deliverance, quando il personaggio di Burt Reynolds si lamentava della costruzione di una diga, destinata a cancellare il fiume e le sue rapide dalla faccia della terra.
Il bello di un’opera come Deliverance è che non pretende di fornire risposte o di dare allo spettatore dei punti fermi. E chi avesse ragione tra il tassista e Lewis, è ancora tutto da stabilire.

Ma quanto ci piace l’horror degli anni ’80?
Da morire, ovviamente.
Per il 1982 ho diversi gioiellini da proporvi: partiamo con The Entity di Sidney J. Furie, che spicca come una meravigliosa anomalia in quel periodo; andiamo avanti con Alone in the Dark, di Jack Sholder, che può vantare un cast da capogiro e una adorabile storia di psicopatici e manicomi; proseguiamo con The Slumber Party Massacre, di Amy Holden Jones, raro esempio di slasher diretto da una donna; concludiamo in bellezza con il mio Lucio e il suo Lo Squartatore di New York.
Ricordate (dato che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta) che potete votare per una quindicina di giorni e che, se scegliete il film di un determinato regista, poi non potrà più comparire nella rassegna.
Scegliete bene.

23 commenti

  1. Alessandro Cruciani · · Rispondi

    su due piedi io voto per Alone in the dark, anche se, a parte Fulci, mi mancano anche gli altri.

    1. Sono tutti e quattro ottimi prodotti. Sarà comunque divertente parlarne

  2. Grande orrore della mia infanzia: ricordo ancora il gelo che mi attanagliavable vene man mano che il film procedeva. Davvero un capolavoro di inquadrature, anche se l’ho visto quando la tv troncava il formato 16:9 e molti primi piani diventavano primissimi. Facevano ancora più paura😛
    Credo sia stata la prima volta che ho saputo di uno stupro maschile, e questo ha aggiunto una bella dose di paura a tutta a storia.
    (Sto provando a votare lo slasher femminile ma non sembra funzionare, riproverò dopo)

    1. Ma dici che wordpress ci sta trollando?

      1. Continua a non farmi votare la slasher donna: sarà maschilismo?😛

        1. WordPress, nota piattaforma misogina😀

  3. Io l’ho sempre considerato il padre dei film “Imboccare l’uscita sbagliata e ritrovarsi a Rednecklandia”. In pratica lo Zio di tutti i “Non aprite quella porta” del mondo. Una di quelle pellicole che fa paura davvero perchè ti costringe ad immedesimarti e pensare, ed io cosa farei?
    Titolone, gran pezzo, e poi John Boorman… Mito!😉 Cheers!

    1. Eh sì, il papà di tutte le vacanze intelligenti😀

  4. Hai detto bene. È un altro pezzo di storia del cinema e l’idea che il cuore profondo dell’ America e degli americani, yankee duri e puri è spiattellato senza mezzi termini, senza indulgenze ed aprirà un vago di Pandora che non ha più smesso d’ inquietare. Penso all’ altro polo eccelso di questa tematica, che è I guerrieri della palude silenziosa (e grazie c’è Hill dietro!) ma anche Wrong Turn…
    Per il sondaggio come sempre mi metti in difficoltà perché Fulci è Fulci ma è pure vero che di lui se n’è parlato abbondantemente. Scelgo cosi Entity che all’epoca mi aveva colpito non poco e mi sembra che non se ne sia scritto abbastanza.

  5. dinogargano · · Rispondi

    Film celeberrimo , stravisto ( io credo 10 volte o su di lì … ) , con sempre un fascino ambiguo dei Blockbuster nati per caso … bel post , al solito . Ho votato per Entity perché era un film furbo , con la giusta dose di sesso per attirare un pubblico non solo di genere . e perché mi era piaciuto anche il romanzo .
    Senza nulla togliere agli altri , soprattutto Alone in the dark , filmone da pauraa ..

  6. Eppure io continuo a preferire Southern Confort, probabilmente proprio perché ha una sua logica.
    Deliverance resta un pugno nello stomaco – soprattutto per la decostruzione (o si dovrebbe dire demolizione?) del personaggio (assolutamente insopportabile) di Burt Reynolds.
    Visto al cinema, in un cinema di seconda visione, sul confine degli anni ’80… eravamo ragazzini che si aspettavano un horror, ci servirono un piatto ben più indigesto.
    Ah, e Entity, naturalmente😉

    1. Io credo che Southern Comfort sia, da un punto di vista strettamente cinematografico, migliore di Deliverance. Forse perché preferisco lo stile di Hill a quello di Boorman.
      Però Deliverance ha, come dici tu, un valore storico assoluto.
      E poi sì, quella mancanza di logica fa da cortocircuito. È forse l’elemento più spaventoso.
      Ed è per questo che io credo che Southern Comfort sia un thriller, mentre Deliverance è un horror.

      1. Sì, concordo – anche se da Southern Confort discendono un sacco di horror veri e propri.
        Io credo che la differenza sostanziale fra Deliverance e Southern Confort sia che in Deliverance i protagonisti vengono “puniti” per ciò che sono, per come pensano, non per ciò che fanno… in Southern Confort i protagonisti vengono “puniti” per ciò che fanno, che è certamente un riflersso di ciò che sono, ma aggiunge un elemento razionale. Inoltre, ciò che sono, il modo di pensare, è ciò che salva i due sopravvissuti del film di Hill, mentre è ciò che dannai campeggiatori di Boorman.

    2. Ah e comunque sì, demolizione calza molto meglio di decostruzione😉

  7. Ho votato Entity: stupendo. Purtroppo non ho avuto modo di vedere alone in the dark e l’altro film. In tutto questo considero Lo squartatore di New York uno dei film più brutali e devastanti mai visti, sopratutto per l’amarissimo finale.

    Deliverance è magnifico. Quando lo vidi da ragazzino non mi piacque subito, ma rivisto in età più matura mi conquistò. Il duello iniziale tra banjo e chitarra fa già comprendere come per i gitanti sia un momento di relax, quasi un pittoresco incontro da narrare una volta tornati in città, è la sfida bestiale, crudele, di chi vede quegli intrusi come prede.
    Bella la tua idea che tutto cominci con Easy Rider….

    ps: Southern Comfort, del genere, rimane il mio preferito.

    1. Io credo che Easy Rider sia il primo film in cui il mito dell’America pura e incontaminata (che poi è una sorta di versione aggiornata della frontiera) si scontra con l’agghiacciante realtà di ciò che era e che è ancora, la sua provincia.
      Penso sia partito tutto da lì, da quella sparatoria improvvisa in mezzo a una strada.
      Lì finisce il sogno e comincia l’incubo.

  8. Deliverance l’ho visto 2 settimane fa,povero Ned Beatty,mi ho sorpreso anche la scena dove Jon Voight (padre di Angelina Jolie),guarda i denti del redneck ucciso per capire se era quello della violenza.dei Guerrieri della palude silenziosa ho preso spunto anche Cameron per Aliens .
    P.s Ma Ronny Cox muore sempre?

    1. Sì, quella è una scena molto forte…
      E Ronny Cox, poveraccio, è sempre destinato a fare una pessima fine

  9. Oh è stato un anno PER NIENTE fondamentale per il genere horror e triller il 1972 eh😄 ?

    Il mio voto va a Entity

    1. Ma ‘so uscite giusto un paio de cosette😀

  10. Oh! L’ ho visto proprio la settimana scorsa. Avevo deciso di vederlo giusto per la scena del Banjo, credendo che il resto mi avrebbe annoiiato a morte. Invece l’ ho amato, non credevo fosse una pellicola di tale portata.

    1. È un film molto serrato. Non ha praticamente tempi morti. Funziona benissimo anche più di 40 anni dopo😉

      1. Assolutamente vero: ci vuol sempre un bel pelo sullo stomaco come premessa per affrontare Deliverance, premessa che il tempo non ha minimamente intaccato.
        Anch’io voto per Entity (scelta non indolore, essendoci di mezzo anche Fulci, Sholder e il buon slasher della Jones)…

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