Ciclo Zia Tibia 2015: Grano Rosso Sangue

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Regia – Fritz Kiersch (1984)

Oggi ci occupiamo di un film che può essere definito in una sola maniera: brutto. Sì, so perfettamente che il termine è riduttivo, ma l’estetica di Children of the Corn è davvero pessima. Eppure c’è qualcosa, in questo strambo guazzabuglio di zoomate e primissimi piani su armi da taglio di plastica, che me lo fa amare, nonostante tutto. E forse questo qualcosa sta proprio nella sua estetica. Il ragionamento pare contorto, in effetti lo è anche, ma lasciate che mi spieghi.

Ho sempre pensato (e l’ho anche ribadito in svariate circostanze) che Stephen King dia il meglio di sé nella narrativa breve, ovvero quando è obbligato a controllarsi. I Figli del Grano è un racconto del 1977, pubblicato prima su Penthouse e poi nella raccolta A Volte Ritornano, dell’anno successivo. La storia è quella di una coppia in crisi che sta facendo un viaggio nella speranza di dare una sistemata a un matrimonio sempre più scricchiolante. Sono diretti in California ma, mentre guidano lungo una strada di campagna dispersa nel Nebraska, investono un ragazzino che si rivela essere già morto al momento dell’impatto. Nella speranza di trovare un posto di polizia o un telefono, i due caricano il cadavere nel bagagliaio e finiscono nella minuscola cittadina di Gatlin, per scoprire che tutti i bambini hanno massacrato i genitori e adesso governano da soli il paese, in nome del misterioso culto della divinità di Colui che cammina dietro ai filari.
In poche pagine, King costruisce un’atmosfera torrida e opprimente, regalandoci uno dei suoi racconti migliori.

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Un adattamento era inevitabile: A Volte Ritornano è una raccolta di racconti letteralmente saccheggiata dal cinema. Peccato che, come spesso accade quando si tratta di King, moltissime delle trasposizioni dei suoi lavori si basino su un grosso equivoco di fondo, ovvero l’illusione della sua scrittura cinematografica. Che è una fesseria, perché un buon 90% dell’immaginario kinghiano, su grande schermo, semplicemente non funziona. Pensate alle siepi di Shining e poi ridete con me.
Ma Come si Può Uccidere un Bambino è il punto di riferimento piuttosto ovvio, sia del racconto che del film: un’intera cittadina, isolata dal resto del mondo, dove i bambini hanno ucciso tutti gli adulti. King aggiunge il fattore fanatismo religioso e contestualizza i suoi ragazzini malvagi nell’America più profonda e abbandonata a se stessa, facendo scontrare la barbarie di una religiosità primitiva e violenta con la civiltà rappresentata dalla coppia di “stranieri” e facendo soccombere la civiltà dopo una breve, cruenta e inutile lotta.

La sceneggiatura del film cambia del tutto le carte in tavola: non più un matrimonio sull’orlo dello sfascio, ma due fidanzati che vanno, tutto sommato, d’accordo e il cui unico motivo di attrito è rappresentato dal fatto che lei vuole sposarsi e lui no.
Vengono poi introdotti i due personaggi dei bambini ribelli, con l’unica funzione di spiegare allo spettatore ciò che è accaduto a Gatlin, perché altrimenti da solo non ci sarebbe arrivato.
Fino alla scena dell’incidente d’auto, il film rimane comunque piuttosto fedele al racconto da cui è tratto: Kiersch piazza persino qualche inquadratura decente dei filari che circondano la statale deserta dove viaggia l’auto dei protagonisti, la radio smette di mandare in onda musica e dall’apparecchio escono solo voci di predicatori che promettono tormenti e dannazioni eterni. C’è anche una interessante sequenza onirica dove la luce si fa improvvisamente livida e si avverte un senso di minaccia incombente, molto simile a quello del racconto. E il flashback iniziale, con la strage di adulti, per quanto poco credibile, è efficace.
Solo che poi va tutto in vacca.

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Il film, di punto in bianco, si trasforma in uno strambo fuggi fuggi lungo il paesino, con scene di inseguimento girate coi piedi, un uso davvero ai limiti del sopportabile delle zoomate, pochissima violenza e quasi sempre fuori campo, e recitazione asinina da parte del cast di bambini demoniaci meno inquietante della storia del cinema. Si salva Linda Hamilton, qui a uno dei suoi primi ruoli da protagonista e a pochi mesi dal botto di Terminator che l’avrebbe consacrata star dei film d’azione.
Eppure, e qui torniamo all’inizio del post, Grano Rosso Sangue è un tentativo, per quanto maldestro, di affrancarsi dall’estetica anni ’80 per rispolverare quella del decennio precedente. Dalla fotografia polverosa, all’idea di narrare quasi tutta la vicenda in pieno sole (le parti notturne sono agghiaccianti, e non in senso buono), dalla gestione delle inquadrature che vorrebbero rimandare non solo a Serrador ma anche a tutta la filmografia sull’America rurale e selvaggia dei ’70, ogni elemento di Children of the Corn grida a gran voce survival horror e, per quanto il regista sia abbastanza incompetente, se non altro lo sforzo di ricostruire quel modo di fare cinema, sporco, essenziale, scevro da ogni forma di ironia, va notato e apprezzato.

Dispiace soprattutto per una sceneggiatura che sembra abbia voluto eliminare tutto ciò che c’era di pauroso nel racconto, finendo per remare contro l’impostazione estetica del film. Il lieto fine posticcio, la distruzione di Gatlin con tanto di uccisione di Colui che cammina dietro ai filari, rendono la vicenda anonima e distruggono in partenza un film che, in mano ad altri, poteva davvero essere una gran cosa.
Sarebbe il caso di farne un remake. Ci ha già pensato il canale tv Syfy nel 2009, ma non è cosa da tenere neppure in considerazione. Riesce a superare in peggio il suo predecessore, per quanto è raffazzonato e confuso, nonostante la tanto sbandierata fedeltà al racconto di King.

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Children of the Corn resta comunque un punto fermo delle mie estati infantili passate davanti alla tv. Ed è un successo inspiegabile di quegli anni. Costò 800.000 dollari e finì per incassarne 14 milioni, generando una saga estremamente longeva, nonché famosa per la sua qualità sempre più infima: otto seguiti, tre dei quali usciti addirittura in sala e gli altri direttamente in home video. Ne ho visti solo due e avrei voluto cavarmi gli occhi con un punteruolo pur di non dover essere sommersa da tonnellate e tonnellate di noia, cattiva recitazione, regia non pervenuta e colonne sonore oscillanti tra l’anonimo e il fastidioso.
A proposito, la colonna sonora del primo film è spesso fuori luogo e tendente a muoversi in direzione opposta alle scene. Ma non è affatto male, soprattutto il tema principale. Si fa ricordare.
Per me, Grano Rosso Sangue rimane un mistero insondabile. Come abbia fatto a rimanere così impresso nell’immaginario collettivo da essere ricordato da ogni appassionato di horror, io non lo so e non lo saprò mai.
Ma devo ammettere che, nonostante la sua arrogante bruttezza, lo rivedo ogni volta con piacere.

14 commenti

  1. Ogni appassionato di horror ha nel carnet dei film amati qualche oscenità. Io per esempio sono un estimatore di Non aprite quella porta IV

    1. Io, oltre a Grano Rosso Sangue, ho una passione viscerale per Un Gatto nel Cervello.

      1. Ma quando si cita Fulci non c’è “bruttezza” ma autorialità!

  2. Eppure non è un’idea originale di King.
    Nel 1974, lo sfortunato Tom Reamy esordì con una storia intitolata “Beyond the Cleft” che è a tutti gli effetti “Children of the Corn”, ma se possibile ancora più crudele, inquietante e orrifica.
    Reamy morì nel ’77 (attacco cardiaco, mentre stava scrivendo – il suo corpo venne trovato accasciato sulla macchina per scrivere, con sette pagine di una nuova storia rimasta, ovviamente, incompleta), e “Beyond the Cleft” venne poi ristampato in “San Diego Lightfoot Sue” (1979 – buona caccia), che raccoglie il grosso della produzione dell’autore.
    Ho sempre trovato curiose le similitudini – e ancor più le differenze – con la storia di King, della quale “Beyond the Cleft” sarebbe un eccellente prequel.

    1. Mi sembra che lo stesso KIng abbia ammesso il debito nei confronti di Reamy. Ma non ne sono del tutto sicura. Ma adesso, come dici tu, vado in caccia perché devo assolutamente leggerlo!

      1. Ne hanno alcune copie usate su Amazon France per cinque euro – un terzo di quanto ti chiedono in Italia.
        Non esiste versione elettronica.

  3. Ottima recensione di questo film condivido in blocco

  4. Concordo su tutta la linea, il film è un punto fermo, e anche il primo incontro con la futura madre del messia John Connor😉 Cheers!

    1. Ed è un gran bell’incontro!

  5. Ho visto sia questo che il remake della Syfy,ma non mi piacciono per niente ,tranne il bambino con faccia da vecchio che fa da capo(l’anno dopo in Legend di Scott) e Malachia,ti consiglio una partita ad Alan Wake.
    Come Guilty pleasure personale metto Quando Alice ruppè lo specchio di Fulci.

  6. Fra Moretta · · Rispondi

    Questo è un film a cui vorrei tanto riuscire ad affezionarmi ma non ci riesco. Ci sono anche un paio di cose che mi piacciono ma non riesco a rivalutarlo (e anche io ho il mio bel scheletro nell’armadio Killing Birds di Lattanzi).

    1. Argh! Killing Birds è una confessione di un certo rilievo😀
      Ma a ognuno il suo adorato guilty pleasure

  7. Ho parlato di Grano Rosso Sangue giusto qualche giorno fa e sono giunta alle tue stesse conclusioni (tranne per il fatto che io non lo rivedo con piacere alcuno!:D), anche riguardo all’indiscussa superiorità di King nei racconti sui romanzi, per cui sento di essere nel giusto.

  8. D’accordissimo anch’io sul King migliore quando breve…
    Il film?? Ultra classico adolescenziale… un po’ come ‘Unico indizio la luna piena’… che poi è sempre un King breve…

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