Skin Trade

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Regia – Ekachai Uekrongtham (2014)

Strambo periodo per il cinema d’azione, questo. Le vecchie glorie vengono rispolverate a tutto spiano, e anche attori un tempo considerati “rispettabili”, se di una certa età, si buttano sul genere. E tuttavia, l’action puro vaga in un limbo dove i professionisti seri lavorano in silenzio e poi, a sorpresa, tirano fuori Skin Trade. Che sembra un fondo di magazzino di un paio di decenni fa, trovato per caso, restaurato e dato poi in pasto al pubblico. Se non fosse per le rughe sul volto, sempre bellissimo, di Dolph Lundgren, l’illusione sarebbe completa.
Un film a cavallo tra gli anni ’80 e gli anni ’90, scritto e diretto con quei criteri, nonostante il regista sia di provenienza orientale e faccia parte di un’altra generazione, dove ci si mena senza sosta per 96 minuti e le cose saltano in aria grazie all’ausilio di esperti artificieri, e non della computer grafica. Dove i cazzottoni danno l’impressione che gli attori si stiano facendo male davvero e dove la violenza non si limita a essere suggerita per non impressionare le platee di virgulti, abituati ai supereroi che non versano una goccia di sangue, ma è mostrata a tutto campo, e non c’è pietà per nessuno.
Non un’operazione revisionista e nostalgica come può essere I Mercenari. Solo un action old school, volutamente fuori del suo tempo, fatto con passione per un genere che sta gradualmente perdendo le caratteristiche che lo hanno reso tale. Insomma, una piccola bomba, anche se difettosa in più ambiti, ma a cui alla fine ci si sente di perdonare ogni svarione, ogni dialogo un po’ stantio, ogni faciloneria, perché si capisce di aver di fronte un prodotto con un cuore grande così.

Si menano

Si menano

Lundgren è un poliziotto sulle tracce di una organizzazione criminale serba, capitanata da quella faccia da angioletto di Ron Perlman, la cui principale fonte di guadagno è il traffico internazionale di giovani donne. Quando un carico di “merce” arriva a New York, Dolph è lì pronto per arrestare i cattivi. Ma, durante l’operazione, uccide il figlio di Perlman, che finisce in carcere ed esce subito dopo, grazie ai suoi potenti agganci politici.
A Lundgren danno fuoco a casa e uccidono moglie e figlia. Lui si incazza quel tanto che basta da uscire dall’ospedale, armarsi di tutto punto, dirigersi al ristorante punto di ritrovo della mafia serba e fare una strage. Sì, poi fa saltare tutto per aria e si allontana con l’esplosione alle spalle.
E qui comincia il film. Non sto scherzando: quello che vi ho raccontato è solo l’antefatto, risolto in una quindicina di minuti. Da lì in poi Dolph, pieno di cicatrici e bruciature, si invola in un tour di sterminio tra Thailandia, Cambogia e Laos, ammazzando tutto ciò che si muove ed è coinvolto nel traffico umano. Nel mentre, si picchia selvaggiamente con Tony Jaa prima che il piccoletto diventi suo prezioso alleato.
C’è spazio anche per: una scena di botte da orbi tra lo stesso Jaa e un Michael Jai White in forma smagliante e bicipiti che esplodono sotto il completo elegante da agente dell’FBI, un inseguimento che vede Lundgren in moto e Jaa a piedi e scatenato nel tirar calci e saltellare sui muri, elicotteri che precipitano in un tripudio di scintille e fuoco, Dolph col lanciarazzi, Dolph con il fucile a pompa, Dolph che maneggia armi da taglio, Peter Weller e Cary-Horoyuki Tagawa in comparsate di lusso e il gancio per un seguito che, se non lo fanno, protesto vivamente e mi incazzo come Dolph.

Si rimenano

Si rimenano

La sceneggiatura, scritta tra gli altri dallo stesso Lundgren, è classica che più classica non si può ed estremamente lineare. Segue lo schema più tipico della vendetta di un uomo disperato che non ha più niente da perdere perché gli è stato tolto tutto. Se c’è un cliché, Skin Trade lo sfrutta senza vergogna alcuna: i cattivi sono dei bastardi privi di scrupoli o sfumature, l’eroe è una macchina da guerra che non si ferma di fronte a niente, l’agente thailandese integerrimo, di punto in bianco, si imbarca in un’impresa sporca e illegale, perché capisce che la giustizia è dalla parte di Lundgren, anche se lo sta cercando la polizia di mezzo mondo; c’è il traditore ed è esattamente chi ti aspetti che sia; ci sono gli scagnozzi, viscidi e disgustosi; ogni passaggio della trama è strutturato apposta per non sorprendere, ma per essere riconosciuto come parte integrante di una mitologia iniziata con l’action americano degli anni ’80 e mai veramente tramontata. E forse è lecito sperare che non tramonti mai, almeno fino a quando ci sarà un Lundgren pronto a rimetterla in scena senza cambiare una virgola o aggiornare anche il minimo dettaglio.
E va benissimo così: non è necessario apportare modifiche e migliorie, non si tratta di ridefinire un genere o di rivoluzionarlo, ma di ripercorrerne tutte le tappe, producendo la giusta e doverosa esaltazione in un pubblico che ancora chiede questo tipo di cose.

Forse, ecco, una personalità maggiore dietro la macchina da presa avrebbe giovato. Le scene d’azione sono ben gestite e quelle di combattimento sono un buon compromesso tra i virtuosismi coreografici all’orientale e la predilezione per il dettaglio e il close-up della mazzata in faccia che è invece appannaggio del cinema statunitense. Uekrongtham è bravo anche a non abusare della macchina a mano e a rendere sempre molto chiaro il centro dell’azione. Avendo a disposizione gente che sa fare il suo mestiere, quando si tratta di mostrare Lundgren, Jaa e White che menano le mani, si permette anche qualche ben campo lungo d’ampio respiro.
E tuttavia, il regista sembra uno che ha imparato da svariati modelli a svolgere un buon compito. Non c’è mai la zampata, l’inquadratura che si ricorda con amore, e il film si regge sulle performance dei suoi picchiator… ehm… protagonisti.

Fanno gli scemi

Fanno gli scemi

Ma, a dire la verità, non ce ne frega più di tanto, non se possiamo assistere a un’ora e mezza di botte quasi senza soluzione di continuità. E botte di ottima fattura. Credo sia la prima volta in cui le potenzialità di Jaa vengono sfruttate in maniera decente in un film americano, non come in Fast & Furious dove al massimo gli facevano fare due mossettine e due zompetti perché gli avversari non erano all’altezza.
Certo, farlo recitare in inglese non è stata l’idea del secolo. Perdoniamogli anche questa e andiamo avanti, che ne vale comunque la pena.
La sequenza migliore? Lo scontro tra Jaa e Lundgren, dove il primo è troppo impressionante per essere il vero e il secondo, ogni volta che tira un cazzotto, pensi che stia per decapitare il piccoletto come fece Jason nella celeberrima scena di Venerdì XIII a Manhattan. Ma meritano anche il confronto finale Perlman/Lundgren e i calcioni di White.
Dolph, è importante che tu scriva subito subito un seguito. E potresti anche arrischiarti a dirigerlo, sai?
Ne vedremo delle belle. Lunga vita a Dolph Lundgren.

15 commenti

  1. Da malato fan marziale non mi trovo d’accordo: sono scene di combattimento drasticamente al di sotto della qualità di Dolph (che ci ha abituato a maggiori dosi di autoironia) e mostruosamente infamanti per Tony Jaa, che dimostra ormai di essere totalmente finito. L’uso costante e regolare di controfigure e cavi segna la morte artistica di Tony, che mai come in questo film combatte malissimo e pochissimo.
    Grande cast ma tutti in parti minuscole e inutili: se invece di fare venti minuti di inseguimento nel mercato thailandese (che ci ricorda ben altra mitica sequenza di “Ong-bak”) avessero speso qualche minuto in più da dedicare a Perlman, White o Weller sarebbe stato molto meglio.
    Per fortuna Dolph sforna film a manetta ed è in grado di fare di meglio: dispiace per Toni, che è riuscito a distruggersi la carriera in tempi record…
    Chiudo con Michael Jai White: se pensi al granitico “Falcon Rising” (2014) capisci quanto qui il povero attore sia stato usato come una bistecca in un ristorante vegano😀

    1. Aspetta però: questo non è un film marziale, ma un film d’azione e quindi ha altri obiettivi. Si menano come ci si mena nei film americani. È, a tutti gli effetti, un film americano. E infatti Jaa è sfruttato in maniera “decente”, non ottimale.
      Si tratta di un action vecchia scuola. Fosse stato un film incentrato sulle arti marziali, sarebbe stato molto diverso.

      1. Be’, da un regista geniale come Uekrongtham, che ha saputo inserire spettacolari sequenze marziali in “Beautiful Boxer”, che è invece un film drammatico sull’integrazione e l’identità sessuale, da un ex idolo marziale come Jaa, con l’aggiunta di White e Dolph – che non sfigura mai, sebbene non sia un attore marziale – è lecito aspettarsi qualcosa di più del solito action come ce ne sono a valanghe, e come ne escono a frotte girati in location economiche in giro per il mondo.
        E’ come chiamare Schwarzenegger a fare una commedia e poi aspettarsi che faccia ridere senza menare… ah no, aspetta, esempio sbagliato😀

        1. Sì, ma è un regista orientale prestato agli Stati Uniti, che dirige una storia non sua (di Lundgren) e, secondo me, se l’è cavata egregiamente. A me è parso un action anni ’80 precipitato qui per caso. E quindi no, non è un action come se ne vedono tanti, perché è fatto con criteri molto diversi rispetto agli action contemporanei.

  2. Come spesso accade mi incuriosicono i film di cui parli, ma non se ne trova traccia nè con sottotitoli, nè (figuriamoci) per un’uscita italiana. Come farò?🙂

    1. Io l’ho visto senza subbi, però sono quasi sicura che in italiano si possano trovare. Non so come li abbiano tradotti, ma come supporto per comprendere, possono tornare utili🙂

  3. Eh, mi sa che ti sbagli. Manco i sub da soli ci sono. Vabbè, pazienza.

  4. Mi riservo di leggere il tuo commento tra qualche giorno, perchè “Scambiapelle” è tra le mie prossime visioni imminenti, “Le faremo sapere”, nel dubbio… grande Dolph! Mito e Icona😉 Ci rileggiamo al prossimo passaggio…. Cheers!

    1. E lo sai come si chiama il suo personaggio in questo film? Cassidy!

  5. Skin Trade è anche un titolo di una canzone dei Duran Duran(più anni ’80 di cosi).
    Quindi manca solo la rapina al supermercato è il collega che muore a 3 giorni dalla pensione.
    Per il genere dell’ action sperò in John Hyams ,ottimo regista.

    1. Anche David Ayer e Antoine Fuqua, tra i “giovani” sono molto bravi.

  6. Helldorado · · Rispondi

    Avevo letto la recensione sui 400calci e mi ha incuriosito parecchio. La tua ottima recensione ha triplicato la curiosità!😀

    1. Ai 400calci è piaciuto meno di quanto non sia piaciuto a me. Però io sono un’innamorata cronica di Lundgren e mi sono lasciata prendere dall’entusiasmo😀

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Beh, dopo tutti questi anni Lundgren ha ancora una presenza scenica di tutto rispetto😉 anche quando – diversamente da Skin Trade – in scena ci sta poco e senza avere la possibilità di sfruttare al meglio un personaggio già conosciuto al pubblico, come nei due Universal Soldier di John Hyams: pur avendo uno spazio tale da ridurlo (a voler essere generosi) a poco più di una comparsa, l’ho trovato ancora il miglior sergente Scott che ci sia in circolazione…

  7. per una volta mi trovo d’accordo con Lucius: Lundgren ha sfornato B-movie decisamente migliori nella sua vita e Jaaa è veramente crollato, peccato, che i primi film addirittura facevano gridare al nuovo Bruce Lee

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