Speciale Abissi: Kon-Tiki, un Guest Post

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Questo è un guest post di Davide Mana su uno dei film più belli del 2012. Io non sono mai riuscita a scrivere niente a proposito di Kon-Tiki, ma Davide è la persona adatta per narrare di questa epopea sulla superficie dell’oceano. Buona lettura. 

A novanta minuti dall’inizio di Kon-Tiki, il film del 2012 diretto da Joachim Rønning e Espen Sandberg, la macchina da presa arretra, allargando il campo, per mostrarci la zattera Kon-Tiki sperduta in mezzo ad un oceano vastissimo e deserto. Il movimento continua, la cinepresa sale attraverso le nuvole fino al margine dell’atmosfera, si volta a guardare il sole che si affaccia all’orlo del mondo, ruota per catturare una panoramica della Via Lattea, inquadra la luna e poi torna a precipitare verso l’oceano, e verso i sei uomini a bordo della Kon-Tiki.
Non è la prima volta che la regia di Kon-Tiki si sofferma sulla vastità dell’oceano, ma è qui, a novanta minuti dall’inizio, che la vastità dell’oceano viene messa direttamente in relazione con la vastità del pianeta, del sistema solare, dell’universo. E i sei a bordo della Kon-Tiki sono come astronauti, sospesi nel nulla.
È qui, a novanta minuti dall’inizio, che il significato della spedizione della Kon-Tiki ci viene spiegato in tutta la sua portata e potenza.

Ma cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando.
Tra il 1937 ed il 1947, l’esploratore norvegese Thor Heyerdhal (classe 1914) aveva sviluppato una teoria “eretica”, che era stata anche alla base della sua tesi di laurea – l’ipotesi che la Polinesia fosse stata colonizzata non da popolazioni provenienti dall’Asia, attraverso progressivi passaggi di isola in isola, ma dal Sud America, in un’unico viaggio di 5000 miglia, seguendo le correnti e i venti dominanti – come narrato nella leggenda del re Tiki.
Gli avevano detto che era una sciocchezza.
L’origine asiatica delle popolazioni polinesiane era una verità indiscussa e indiscutibile.
Heyerdhal allora costruì una zattera di legno di balsa, seguendo le descrizioni fatte dai conquistadores spagnoli, e si imbarcò con altre cinque persone, salpando dalla costa del Perù per andare in Polinesia.
Dissero loro che era una maniera complicata per suicidarsi.
Cento e uno giorni dopo essere salpati, i sei della Kon-Tiki arrivarono in Polinesia.
Oggi chiamano certe cose “archeologia sperimentale”.
Durante la traversata, Heyerdhal e soci raccolsero dati e fecero esperimenti, e filmarono anche un documentario, usando una singola cinepresa portatile da 16mm; il documentario vinse l’Oscar nella sua categoria nel 1951 e costituisce, insieme con il volume Kon-Tiki dello stesso Heyerdhal, la base del film del 2012.
Che è, come si suol dire, “basato su una storia vera”.

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Ora, mi prendo un paio di paragrafi per raccontarne un’altra, di storia vera.
Tra il 1965 ed il 1975 la RAI produsse – con un budget modesto – una trasmissione televisiva intitolata “Avventura”. Ideato da Bruno Modugno con la collaborazione di Sergio Dionisi, il programma aveva in redazione anche William Azzella e Mino Damato.
“Avventura” era parte della programmazione della TV dei Ragazzi – ed era quindi diretto ad un pubblico di teenagers.
Nelle 90 puntate della trasmissione, vennero presentati documentari sull’esplorazione degli oceani (Cousteau, Quilici, Majorca, i progetti di stazione sottomarina nel golfo del Messico), sull’esplorazione spaziale (dalle capsule Mercury allo Skylab), archeologia (da Tutankhamon a Stonehenge passando per gli Etruschi) e storia antica, nuove tecnologie e misteri (non mancarono gli episodi sull’esp e sull’esoterismo), terremoti, vulcani e maremoti, dinosauri, oltre a decine di servizi sull’Africa, l’Asia…
Il tutto con un linguaggio giornalistico serio e senza sensazionalismi, che non parlava al pubblico come se fosse composto da una schiera di minorati.
Era un serio programma per ragazzi – che si apriva con Joe Cocker che faceva una cover dei Beatles.
E io vidi il documentario di Heyerdhal quando venne proposto da Avventura.
Doveva essere il 1973, ed io avevo più o meno sei anni.
Ci torneremo.

Il documentario del 1951 è più reale di qualunque reality show vi abbiano mai offerto in visione – sei uomini su una zattera di pochi metri quadrati, alla deriva nell’oceano, senza un vero controllo sulla navigazione. Esploratori in un ambiente vasto, e sconosciuto.
È nella lista di scoperte ed osservazioni fatte dai sei della Kon-Tiki che cominciamo a scorgere un segno dell’importanza di questa missione e, parallelamente, un segno di quanto fosse sconosciuto l’ambiente dell’oceano aperto in quegli anni.
Heyerdhal e i suoi compagni, viaggiando lenti e senza motori, sono aperti alla visita della fauna marina – a cominciare dal corteggio di squali interessati agli scarti della cucina della Kon-Tiki a un branco di balene incuriosite dallo strano natante.
La tensione della scoperta rimane tuttavia schiacciata dal senso di meraviglia e dalla rilassatezza dei sei esploratori – uomini che hanno abbracciato l’avventura, facendone una attività quotidiana.
E se il documentario ha un po’ i toni enfatici dell’impresa istituzionale – fatto curioso, visto che Heyerdhal lavorò come indipendente, e ci fu ben poco di istituzionale nella sua impresa – questi vengono chiaramente stemperati dal senso di rivalsa di un uomo che ha dimostrato contro tutto e contro tutti di avere ragione, di aver avuto una intuizione corretta.

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La rilassatezza e l’istituzionalità dei resoconti della spedizione Kon-Tiki crearono in effetti l’unico serio problema agli sceneggiatori del film del 2012 – la quasi totale assenza di tensione fra i protagonisti rischiava di rendere blanda (o inesistente) l’azione.
Per ovviare a questa mancanza, il personaggio di Herman Watzinger, l’ingegnere che aveva contribuito al design della Kon-Tiki, venne opportunamente drammatizzato, diventando con le sue (inventate) insicurezze il motore di alcuni conflitti.
La cosa piacque pochissimo a sua figlia, che chiese delle scuse ufficiali, che puntualmente ottenne.

Per il resto, il film ci mostra l’evoluzione della spedizione, dalla prima intuizione, nel 1937 (mentre Heyerdhal e la moglie vivevano fra i nativi dell’isola polinesiana di Fatu Hiva) fino all’arrivo della Kon-Tiki in Polinesia, e rimane molto aderente ai documenti ufficiali.
E per quanto il cast sia solidissimo, è l’oceano ad essere al centro dell’attenzione per quasi tutta la durata della pellicola.
In questo senso, l’uso degli effetti speciali – Kon-Tiki è il film più costoso mai prodotto in Norvegia – rimane assolutamente magistrale. Non ci sono effettacci, esplosioni, capitomboli o palesi violazioni delle leggi della fisica per far sorridere gli adolescenti in sala. La tecnologia viene utilizzata per rendere la realtà – i pesci fluorescenti, le tempeste improvvise, gli squali (memorabile la sequenza dello squalo-balena).
Anche il più ridicolo ed implausibile degli incidenti – la perdita dell’antenna radio a causa del sabotaggio da parte di un pappagallo – è accaduto veramente. Così come il fatto che per errore i sei della Kon-Tiki mangiarono il repellente per squali e gettarono in acqua la zuppa di pomodoro liofilizzata.
Per il resto, ci sono sei uomini che devono confrontarsi con quella che i maestri zen definiscono “la vastità del vuoto”.
Ed è un altro movimento di macchina ingannevolmente semplice che ci introduce per la prima volta al nulla – quando appena salpati, con una panoramica a 360 gradi, vediamo attraverso gli occhi di Heyerdhal (che non sapeva nuotare) acqua in ogni direzione, e nient’altro che acqua.

Sei uomini per 101 giorni in mezzo al nulla su una zattera.
Per dimostrare una teoria che – alla prova dei fatti – risulterà poi errata: oggi gli studi sul DNA ci confermano l’origine asiatica delle popolazioni polinesiane, ma con un margine percentuale di contributi Sud Americani.
Heyerdhal (che morì nel 2002) aveva probabilmente ragione, ma solo in parte.
Ecco, forse, chissà, un blockbuster all’americana ce l’avrebbe messa, la nota a pié pagina che fu tutto invano, per accrescere il pathos della pellicola e sottolineare come la scienza sia nulla in confronto a… bah, a qualunque cosa passi per la testa degli sceneggiatori di Hollywood e che non sia la scienza.
Kon-Tiki però è un film europeo, e si chiude con la stanca, esausta soddisfazione dei nostri eroi che finalmente mettono piede sulal terra ferma.
E nessuno, anche alla luce dei recenti studi sul DNA, si sognerebbe mai di dire che fu tutto invano.

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Perché su quella zattera, nel bel mezzo del Pacifico meridionale, c’eravamo tutti.
C’erano Thor Heyerdhal, Erik Hesselberg, Bengt Danielsson, Knut Hugland, Torsten Raabi e Herman Wetzinger.
C’erano tutti coloro che, nell’estate del 1947, seguirono quell’impresa attraverso quelle erratiche trasmissioni radio, e sui giornali.
Quelli che videro il documentario al cinema.
Gli esploratori e gli avventurieri, gi acquanauti e gli astronauti, ma anche i viaggiatori da poltrona e i ragazzini delle scuole.
Tutti, giù giù fino al soggiorno di casa mia, e la vecchia Zenith in bianco e nero, nel 1973.
Noi eravamo là.
E il film di Rønning e Sandberg prova a farci sentire la stessa emozione, lo stesso senso di partecipazione.
Lo stesso senso di esserci.
Di essere noi come loro.

E io mi domando, seriamente, cosa possa portare a casa, vedendo questa pellicola, chi è cresciuto con una TV che parla agli adulti come se fossero bambini, con film facili-facili in cui nel momento in cui l’attenzione cala parte una nuova esplosione.
Perché nonostante tutto, Kon-Tiki non è un film che giochi sull’effetto nostalgia.
E non è un film col messaggio scritto bello chiaro e ribadito con un bel dialogo “significativo” a dieci minuti dalla fine.
Non ne ha bisogno.
O per lo meno non ne ha avuto con me – ma io sono cresciuto con una TV che parlava ai bambini come se fossero (giovani) adulti.
Io avevo “Avventura”.
Piango chi ha solo “Amici”.

7 commenti

  1. Questo mi manca completamente, ma sembra davvero una cosa che potrei apprezzare, grazie per la dritta e per l’ottima recensione😉 Cheers!

  2. Grazie per l’ospitalità.
    Uso questo commento per segnalare che il volume di Heyerdhal, intitolato Kon-Tiki è disponibile sia in italiano (ma solo in cartaceo) che in inglese (e in formato Kindle la versione enhanced, con link e materiali aggiuntivi, viene meno di una pizza).
    Si tratta di unalettura davvero divertente e sorprendente.

  3. […] rapidissimo post per informarvi che se volete leggere il mio post di oggi, dovete andare sul blog della mia amica Lucia, che oggi mi ospita in […]

  4. Letto il libro in gioventù, e non ha ancora smesso di farmi sognare. Grazie, Davide.E grazie anche a Lucia.

  5. E’ personalmente una delle recensioni ed editoriali più belli che secondo me tu abbia scritto in assoluto.
    A dimostrazione che hai un talento PURO nel raccontare un film e farci vivere le emozioni che ti da ma anche l’emozione che hanno chi lo gira

  6. Io avevo “Avventura”.
    Piango chi ha solo “Amici”
    Come ti capisco

  7. Giuseppe · · Rispondi

    Per quella TV che sapeva parlare di “Avventura” a bambini e ragazzi rispettando la loro intelligenza (per quanto possa sembrare incredibile dirlo oggi, era proprio la RAI), ci sono passato anch’io. E non posso che complimentarmi con Davide – autore di questa appassionata recensione di Kon-Tiki – per averla giustamente ricordata…

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