The Nightmare

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Regia – Rodney Ascher (2015)

 Non è stato facile, per me, affrontare la visione di questo documentario. Da che ho memoria, soffro di paralisi del sonno e le classifico tra le esperienze più terrorizzanti della mia vita. A volte ho il sospetto di essermi avvicinata, da bambina, ai film dell’orrore proprio per cercare una ragione di quello che mi accadeva poco prima di addormentarmi. O poco prima di essere completamente sveglia.
Non si tratta di incubi, perché in quei momenti il tuo cervello è vigile. È il tuo corpo che dorme ancora e non può muoversi. Non riesci a urlare, a stento puoi aprire gli occhi. Ma è meglio non aprirli perché poi vedi le ombre.
Qualcuno ti parla, con una voce minacciosa che pare uscita dritta da Nightmare on Elm Street.
Qualcosa ti si siede accanto (o proprio addosso) e ti tocca. Ti tira via le coperte. A volte ti graffia, ti fa anche male.
E tutto questo, per un lungo periodo, mi succedeva ogni notte. Poi, in concomitanza con l’inizio delle mie scorribande in bicicletta, gli episodi sono diminuiti, fino a farsi sporadici. Ogni tanto si verificano ancora, con minore violenza. Le allucinazioni quasi non si sono ripresentate e mi limito a starmene immobile, con un ronzio nelle orecchie e una sensazione di ostilità diffusa nell’aria, convinta che nei paraggi ci sia qualcuno che vuole ferirmi.
Ovviamente si tratta di un disturbo del sonno piuttosto comune e diffuso e non esiste alcuna presenza che ci mette le mani addosso e ci sussurra nell’orecchio. Ma il saperlo non rende affatto le paralisi del sonno meno debilitanti da un punto di vista fisico e psicologico.

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Non ho citato a casaccio la creatura prediletta di Craven: il film del 1984 è in effetti vagamente ispirato a dei fatti accaduti davvero a chi soffriva questo disturbo e, come dicono anche molti dei soggetti intervistati nel documentario di Ascher, alcune visioni messe in scena da Wes Craven riescono a riprodurre in maniera molto fedele lo stato indotto dalla paralisi del sonno. Dopotutto, si sperimenta una sorta di incubo vigile e, quando ti prende in forma acuta, può anche succedere che tu sia convinto di star per morire. Proprio come i ragazzini perseguitati dall’Uomo Nero di Elm Street.
Tutto questo per dire che non si tratta di una materia del tutto sconosciuta al cinema, sebbene non sia mai stata affrontata in maniera così diretta come in The Nigthmare, opera seconda del regista di Room 237, un docu-drama molto peculiare, perché non vuole essere né un’analisi scientifica delle paralisi del sonno né tantomeno vuole suggerire un’ipotesi soprannaturale come spiegazione di questa patologia. Ascher si limita a intervistare un gruppo di persone che ne soffrono e a ricostruire le loro esperienze così come gli vengono raccontate, senza però mai intervenire direttamente. È anche un prodotto ibrido, in quanto può essere considerato solo in parte un documentario e un buona percentuale di minutaggio è dedicata alla messa in scena degli “incubi” dei protagonisti e quindi alla finzione, perché lo sappiamo tutti che, per quanto ci si possa appellare alla veridicità dei fatti, una volta che si piazza una macchina da presa in un ambiente, si chiamano degli attori a interpretare dei ruoli e si scelgono le angolazioni di ripresa e, in seguito, i tagli da montare, siamo nel campo della fiction.
Horror fiction, se vogliamo essere precisi. Realizzata per spaventare il pubblico. Non si tratta di ricostruzioni asettiche come potremmo vederle in qualche programma televisivo di dubbio gusto. Ascher utilizza musica, effetti speciali, dosa la tensione e non lesina neanche trucchetti tipici del cinema horror, come i jump scares con annessa apparizione improvvisa. The Nightmare è un film horror a tutti gli effetti, col bonus di essere ancorato a una realtà per molti aspetti misteriosa e poco conosciuta.

In modo molto simile, ma più cinematografico e incisivo a quanto già fatto in un altro documentario già analizzato da queste parti, My Amityville Horror, The Nightmare rifiuta di dare giudizi oggettivi sulle esperienze degli intervistati e lascia che sia ognuno di loro a trarre le proprie conclusioni: c’è quello convinto di essere stato visitato dagli alieni e quello che vede lo stato di dormiveglia come una porta aperta su altre dimension; una donna è sicura che nella sua camera da letto sia in corso una battaglia tre le forze del bene (rappresentate dal fantasma di sua madre) e le forze del male; un’altra  si è convertita al cristianesimo quando una notte ha scacciato i demoni che la tormentavano invocando Gesù; un’altra ancora semplicemente accetta il disturbo come un’alterazione di coscienza con cui è obbligata a convivere.

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Che, se ci pensate, è lo stesso procedimento di Room 237: lì c’erano le teorie del complotto legate a Shining, qui ci sono delle persone che devono trovare un modo per venire a patti con qualcosa che li tormenta a un livello tale da impedirgli quasi di vivere. E in entrambi i casi, c’è un autore che non dà giudizi. Eppure, se il montaggio di Room 237 lasciava intendere una certa presa di distanza tra Ascher e i complottisti (e anche una sottile ironia), qui le cose si fanno un po’ più complesse, perché il regista sembra essere partecipe del terrore degli intervistati e, allo stesso tempo, lo sfrutta e lo spettacolarizza per evocare negli spettatori delle sensazioni simili a quelle provate durante un episodio di paralisi e quindi far sperimentare loro, in parte, quel terrore impotente che  chi si è trovato a combattere con un disturbo simile conosce bene.
Non so se The Nightmare sia efficace, da questo punto di vista. Dovrebbe dirmelo qualcuno che lo ha visto senza avere la più pallida idea di cosa fosse una paralisi del sonno. Come ho scritto all’inizio, per me non è stata una passeggiata affrontare il film e, puntuale come una cartella esattoriale, la notte dopo la visione, è arrivata una bella paralisi a salutarmi, neanche fosse una vecchia amica che non frequentavo da un po’.
Certe cose se ne stanno in un angolo per anni e poi tornano a morderti. C’è poco da fare.
E il mio caso, in confronto a quelli narrati in The Nightmare, è lievissimo. Le allucinazioni ricostruite nel film farebbero uscire di testa anche la persona più equilibrata del mondo. E non c’è alcun rimedio. Non c’è una fine e non se ne esce in nessun modo. Vorrei che fosse chiaro questo punto. Ci si può solo fare l’abitudine, o inventare una qualsiasi spiegazione, anche la meno plausibile, che possa aiutarti a non vivere nella paura costante di metterti a dormire.

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Ecco che allora diventa comprensibile aggrapparsi a tutto ciò che appare in grado di fornire uno straccio di senso a un disturbo le cui origini sono ancora tutte da definire.
Ed è un argomento perfetto per un film dell’orrore. Un tema che ha generato, nel corso dei secoli, una vera e propria mitologia, in ogni parte del mondo e in ogni cultura. In fondo, non esiste momento in cui siamo più fragili e indifesi di quello che precede il sonno e può capitare che l’irrazionalità, in certi frangenti, prenda il sopravvento.
E infatti, l’inquadratura più spaventosa di The Nightmare non riguarda gli svariati uomini ombra che si affacciano alle porte, o si chinano sui letti per minacciare di morte i malcapitati di turno. L’attimo in cui il film fa davvero venire i brividi è quasi subliminale, si trova durante un’intervista. Un ragazzo sta parlando del suo primo ricordo, di quando delle figure molto simili alla classica iconografia dell’extraterrestre, venivano a trovarlo nel suo lettino e gli facevano il solletico ai piedi, ridendo. E, mentre racconta, si guarda di continuo alle spalle, per controllare che non ci sia nessuno. Dura pochi secondi, ma è un momento di terrore puro, che manda in cortocircuito la razionalità e rende molto sottile il confine tra realtà e allucinazione.
Ciò che ogni buon horror dovrebbe fare.

13 commenti

  1. Splendida recensione ed è stato emozionante leggere del tuo “incubus”, tema che mi spaventa (per fortuna non ne ho mai sofferto!) ma che mi affascina a livello cine-letterario.
    Grazie per la chicca😉

  2. bradipo · · Rispondi

    io forse ne ho sofferto un paio di volte in tutto ma senza “visioni collaterali” ma ho trovato questo film spaventoso lo stesso…

  3. VittorioT · · Rispondi

    M’ispira decisamente.
    Ogni tanto, è capitato anche a me, è stato abbastansa sconvolgente😀

  4. Il Bradipo mi aveva già snocciolato questa chicca, spero di vederlo il prima possibile, la tua (bellissima) recensione ha alimentato la scimmia sulla mia spalla😉 Smettila di lanciargli banane, che poi mi morde la capoccia😉 Cheers!

  5. Ho sentito che la mancanza di sodio nel cervello causa allucinazioni.

  6. io, sono il caso inverso, da quando ricordo (dall’età di 3 o 4 anni) ho sporadici episodi di sonnambulismo. da piccola mi svegliavo semplicemente in piedi, frustata perché nel sogno non riuscivo a chiudere, aprire o passare per spazi che nella realtà non c’erano. Da adulta mi è capitato di ritrovarmi col cellulare in mano su cui avevo già digitato un numero completo (che in effetti avrei dovuto chiamare il giorno seguente), svegliata dal tut tut; di vedere completamente piegate e in ordine cose che la sera precedente avevo lasciato sparpagliate in giro. La cosa più stressante è che chiedi ai medici e ti rispondono “tranquilla, non è un disturbo grave”: molto bello questo post

  7. Mamma mia, che incubo >< credo proprio sia quello di cui soffre mio padre: a volte la notte lo si sente gemere parole incomprensibili, e al risveglio racconta di avere la sensazione che qualcuno (una specie di monaco incappucciato) lo immobilizzi al letto… e per lui è evidentemente un'esperienza angosciante, perché cerca sempre di gridare e liberarsi ma senza riuscirci.
    Alla luce delle tue spiegazioni è una cosa veramente da brividi! Titolo interessante comunque, me lo segno. Grazie!😉

  8. Giuseppe · · Rispondi

    Sembra un documentario bello inquietante, aiutato in questo anche dal lasciare gli intervistati liberi nell’interpretazione delle loro terrificanti esperienze di paralisi del sonno. Molto sporadicamente e in una forma – diciamo così – “accettabile”, per fortuna, credo di averne sofferto anch’io…

  9. Ok, questo è SICURAMENTE uno di quegli horror che NON MI FAREBBERO DORMIRE per un bel pò, anche se lo guardassi a mezzogiorno in punto.

  10. Oddio, perché non ero a conoscenza di questa perla? Recupererò al più presto (e ti sarò grata a vita)! p.s.: in chiusura hai reso perfettamente l’idea della paura che hai provato e che fa provare quel momento del film, non so se si può dire ma è un perfetto esempio di “meta-horror”😀

    – Fran

  11. anche io soffro di questa cosa. In modo decisamente lieve e sporadico, però è bruttissimo quel senso di paralisi, volersi muovere, urlare e non riuscire a farlo

  12. […] di Insidious firmata da James Wan. Fermo restando – come ricorda la cara Lucia Patrizi sul suo blog – che anche col più purista dei documentari, dal momento in cui viene operata una scelta […]

  13. L’ho visto tutto d’un fiato e vorrei non averlo mai fatto. il film è così dettagliato che mi ha portato in dietro alla mia esperienza. Da allora faccio fatica ad addormentarmi per il terrore di rivivere quelle esperienze,

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