Cinema Atomico 5: Panic in Year Zero!

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Regia – Ray Milland (1962)

ANCHE SE IL FILM È VECCHIOTTO, SEGNALO COMUNQUE LA PRESENZA DI SPOILER

Se parliamo di AIP (American International Pictures) il primo nome che dovrebbe venirvi in mente è quello di Roger Corman, regista di punta della casa di produzione famosa per i suoi B movie, girati con due lire, rivolti soprattutto a un pubblico adolescenziale e distribuiti di solito nei drive in americani in double feature. AIP, per molti spettatori, significa essenzialmente horror e, in particolare, il ciclo dei film basati sulle opere di Poe.
In realtà, le produzioni AIP non si limitarono a quello. In un certo senso, semplificando una storia complessa, possiamo affermare che abbiano inventato loro l’exploitation, a partire dai film sulla delinquenza giovanile nati dopo il successo di Gioventù Bruciata, passando per quelli sulle corse automobilistiche, o i famigerati party beach movies. Figuriamoci se non gli veniva in mente di speculare su una delle paranoie più diffuse dell’epoca: quella della guerra atomica.
Ma la AIP, pur nella povertà di mezzi, è sempre stata in grado di realizzare ottime pellicole, che hanno, per un motivo o per l’altro, lasciato il segno nell’immaginario collettivo. Tanto per fare un esempio, quel gioiello de L’Ultimo Uomo della Terra (ancora oggi, miglior trasposizione del romanzo di Matheson) è roba loro. Non dico che, nella massa sterminata di titoli prodotti, non ci siano tante solenni puttanate. È sempre così, quando si parla di film fatti per capitalizzare in fretta. Eppure, gran parte del cinema indipendente americano ha le  radici ben piantate nella storia della AIP e fare finta di non capirlo è soltanto indice di profonda ignoranza.

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Il segreto del successo della AIP era quello di procedere come una grande factory: stessi registi, stessi tecnici, stessi attori riciclati su vari set. E non si parla di attori di poco conto: Vincent Price, Peter Lorre, Ray Milland, ebbero tutti e in svariate occasioni, a che fare con la AIP.
Nel caso di Milland, non solo in veste di attore, ma anche di regista.
Panic in Year Zero! è una classica produzione AIP a basso costo, con Milland sia davanti che dietro la macchina da presa. Un film che affronta il tema dell’apocalisse atomica da una prospettiva un po’ diversa rispetto alle altre pellicole trattate in questa rubrica. Prospettiva che sarebbe poi diventata, col passare degli anni, la più abusata, quella survivalista.

I Baldwin sono una famiglia composta da madre, padre e due figli adolescenti, in procinto di partire per le vacanze a bordo della loro roulotte. Mentre si allontanano da Los Angeles, vedono alcuni lampi nel cielo. Il segnale della radio diventa all’improvviso troppo disturbato, e poi cessa del tutto, lasciando posto a scariche di statica. Quando finalmente i Baldwin trovano un telefono pubblico lungo la strada, l’apparecchio è isolato. Riescono a captare una trasmissione governativa che li informa di quanto avvenuto: l’Unione Sovietica ha attaccato gli Stati Uniti, Los Angeles è stata rasa al suolo e molte altre città americane hanno fatto la stessa fine.
Questo è solo l’antefatto del film, liquidato poi in sì e no una decina di minuti di montato. Motivi di budget hanno ovviamente impedito a Milland di dilungarsi sugli effetti della bomba. Niente panorami di città devastate, uno striminzito funghetto atomico disegnato sul cielo e il racconto degli avvenimenti affidato del tutto alla radio.
Panic in Year Zero! è un film minimalista soprattutto perché non può permettersi di essere altro. Ma, e qui le cose si fanno parecchio interessanti, dà per scontata una cosa fino a ora del tutto assente nei film presi in esame: il crollo della società, che avviene in un lampo. Non appena le notizie iniziano a circolare, la strada su cui viaggiano i Baldwin diventa una giungla di auto in fuga che superano la roulotte con manovre azzardate, neanche fosse Death Race.
Harry Baldwin, capo famiglia previdente e pronto a tutto per mettere al sicuro i suoi, si prepara a combattere, nonostante le rimostranze della moglie, ancora aggrappata alle vestigia di un vivere civile diventate obsolete nello spazio di un battito di ciglia.

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Come in tutte le produzioni AIP, non c’è tempo per le spiegazioni, la trasformazione dell’America in una terra di nessuno abitata da predoni, teppisti e banditi è un dato di fatto. Si devono quindi raccattare provviste e armi e rifugiarsi in un luogo isolato.
La prima parte del film è quindi un road movie alla ricerca di un posto sicuro dove nascondersi, mentre la seconda ci mostra i Baldwin che vivono in una caverna nei boschi, razionando il cibo, cacciando cervi, piazzando trappole per conigli e vedendosela con dei loschi figuri, già incontrati in precedenza lungo la strada e installatisi in una fattoria poco distante da loro.
Panic in Year Zero! è un’opera molto ambigua, come ambiguo è il suo protagonista.
In una scena, Harry sta facendo rifornimento a un distributore e il benzinaio gli chiede una cifra spropositata per un pieno, con la scusa che la benzina è (di già, dopo poche ore) diventata merce rara e preziosa. Harry lo stende con un cazzotto e poi tira fuori le banconote dal portafogli e le sistema sotto un vaso.
Ma siamo appena all’inizio del film e più tardi, il signor Baldwin non si farà scrupoli nel dare fuoco a un’autostrada (e a svariate macchine) pur di bloccare il traffico e permettere alla sua auto un passaggio sicuro verso le campagne circostanti. Tra le altre cose, questa è una sequenza magistrale, per come Milland gestisce la povertà di mezzi e la concilia con le esigenze di spettacolarizzazione. Tutto il film è un esempio di regia “economica” e tuttavia solida. Panic in Year Zero! sembra costato molto di più di quanto non si sia effettivamente speso per girarlo. E il merito va tutto a Milland.

Si può cercare di sopravvivere alla caduta della civiltà senza parteciparne? Senza diventare come i criminali che aggrediscono la figlia minore dei Baldwin, causandole un trauma che si porterà dietro per il resto della sua vita? E ancora, una volta superato il limite dell’uccisione di un proprio simile, si può ancora tornare indietro?
In queste domande è situata l’ambiguità del film: la differenza tra Harry e i cattivi sta tutta nelle motivazioni alla base del loro agire. I cattivi agiscono per il proprio tornaconto personale, Harry per mantenere in vita se stesso e la propria famiglia.
Ed è evidente, guardando il film con attenzione, che tutta la simpatia dello spettatore sia dirottata da regista e sceneggiatori verso il protagonista e che le obiezioni mosse da sua moglie vadano palesemente a vuoto in (quasi) tutte le occasioni.
Insomma, per farla breve, è un esempio, anche se più riuscito e dignitoso di altri, di idiot plot portato alle più estreme conseguenze: sono tutti selvaggi, tranne il protagonista. Quelli che non sono selvaggi, sono troppo stupidi per rendersi conto di quello che sta succedendo davvero, come la moglie e la figlia del protagonista, mentre il figlio si adegua di buon grado, addirittura esagerando, e venendo rimproverato dal padre perché sparare addosso alla gente non deve piacergli, ma deve essere un dovere da sbrigare e niente altro.

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Si parla di cinema commerciale, fatto per cavalcare le paure di un’epoca, e non solo quelle legate a un eventuale conflitto nucleare: nella raffigurazione dei giovani teppisti con cui si scontrano più volte i Baldwin, Panic in Year Zero! contrappone la famiglia americana tipo con i giovani sbandati che in quel periodo si stavano cominciando a rivoltare contro i loro stessi padri. E il figlio maschio di Harry serve proprio da contraltare a questo ritratto così fosco della gioventù americana: è obbediente, è servizievole e si adegua alle idee paterne, ma è descritto in maniera tale da risultare simpatico (fa battute in continuazione, è sveglio, conquista il cuore della bella di turno) al pubblico adolescenziale cui il film era rivolto.
Eppure, proprio perché così figlio, in ogni aspetto, della propria epoca e della mentalità che in quel periodo era maggioritaria, il film riesce ancora adesso a suscitare un paio di brividi e qualche momento di sana inquietudine.
Forse era una delle prime volte, al cinema, in cui gli americani, dopo aver subito un attacco dal nemico esterno per eccellenza, furono obbligati a confrontarsi anche col nemico interno, con loro stessi, la loro parte peggiore.

Piccola curiosità: Panic in Year Zero! è la fonte di ispirazione di una bellissima canzone degli Steely Dan.
Buon ascolto.

5 commenti

  1. Oh! il cinema Atomico😉 Questo titolo mi manca, anche se ne avevo sentito parlare, probailmente mi ricordavo la canzone omonima😉 Cheers!

  2. A me faceva pensare a una canzone di Donald Fagen del’83 New Frontier,in pratica è lo stampo di molti film futuri e pensare che in Fallout 3 dopo aver rubato una forchetta una vecchina si è messa a spararmi addosso!!

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Quest’interessante (e ambiguo) Milland atomico non credo di averlo mai visto… rimedierò!

    1. Devi! Perché è AIP al 100% e poi è ancora divertentissimo, e con un ritmo della Madonna😉

  4. Non ricevendo riscontro ai vari contatti tentati il mese scorso via Google, Facebook ed e-mail, in relazione alla recensione su “Dark City”, scrivo qui per chiedere cortesemente risposta in quelle sedi. Prego di fornirci un cenno anche qualora non interessata alla partecipazione in TdC 4, in modo da poter in quel caso archiviare il contatto senza disturbare ulteriormente. Se invece i nostri messaggi non fossero giunti, li rimanderemmo volentieri all’indirizzo vorrai indicarci. Ringraziandoti, cordialmente, MdF.

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