Musarañas

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Regia – Juanfer Andrés, Esteban Roel (2014)

Era da un po’ che non parlavamo di cinema spagnolo. Quasi un anno, in effetti, dai tempi di Las Brujas de Zugarramurdi (arrivato nei nostri cinema solo qualche settimana fa, con il consueto ritardo). C’entra sempre Alex de la Iglesia, ma in veste di produttore insieme alla moglie Carolina Bang (presente anche in un piccolo ruolo), mentre alla regia ci sono due esordienti che, grazie proprio alla produzione di lusso, possono permettersi un cast d’eccezione: Macarena Gómez, Luis Tosar, Hugo Silva, tutte vecchie conoscenze di chi ama e segue il cinema spagnolo di genere da qualche anno a questa parte. Soprattutto la Gómez è ormai la musa dell’horror iberico per eccellenza e diventa più brava e inquietante a ogni film, grazie a una recitazione misuratissima, ma molto intensa, che coinvolge ogni muscolo del suo corpo tutto nervi e occhi giganti, una fisicità che, come dice anche il Bradipo nella sua recensione, ricorda molto quella di Bette Davis.
Musarañas è l’ennesimo colpo andato a segno da una cinematografia estremamente vitale, che si è sempre mossa in completa autonomia rispetto ai colossi americani, sebbene abbia iniziato a esprimere le proprie potenzialità grazie a una coppia di autori statunitensi sbarcati in Spagna una quindicina d’anni fa, Brian Yuzna e Stuart Gordon. Non sono molti a ricordare, infatti, che Dagon è un film spagnolo. E, guarda caso, tra i protagonisti c’era la Gómez, nel ruolo di una donna con i tentacoli al posto delle gambe. A partire quindi dall’esperienza della Filmax, in Spagna si è cominciato a produrre horror e thriller a raffica, fino ad arrivare a un perfezionamento nello stile e a una precisa identità nazionale delle storie, che rendono il cinema di genere spagnolo un’esperienza unica in ambito europeo, e forse mondiale.

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 Musarañas è un horror “da camera” ambientato in epoca franchista, gli anni ’50 per essere precisi. Un’ambientazione che vive esclusivamente negli interni dell’appartamento dove si svolge tutto il film e che ha l’unica funzione di rendere l’atmosfera ancora più opprimente e senza via d’uscita di quanto già non lo sia.
Al centro della storia, due sorelle: Montse, la maggiore, impossibilitata a uscire di casa a causa di un’agorafobia in forma acutissima, e la minore, di cui non sapremo mai il nome, che invece lavora fuori dalle quattro mura domestiche ed è sempre più insofferente alla convivenza forzata con la sorella, una donna molto rigida, quasi soggiogata da una religiosità primitiva e punitiva, e che sta progressivamente scivolando nella follia.
A far precipitare una situazione già precaria sarà l’arrivo di un vicino di casa, Carlos, caduto dalle scale, soccorso da Montse e che ora si ritrova con una gamba rotta nella stanza degli ospiti, senza che nessuno, neanche un medico, sappia della sua presenza. Viene infatti dato per scomparso.
A Carlos, almeno all’inizio, tutto questo fa anche comodo, per una serie di ragioni che non posso spoilerare. Ma, mentre passano i giorni, la sua gamba peggiora, il comportamento di Montse diventa sempre più instabile e la morfina non è più sufficiente e la degenza del poveraccio assume i tratti di una vera e propria prigionia.

Capisco che molti, pensando alla situazione “donna pazza tiene prigioniero il maschio per cui ha un’infatuazione”, abbiano fatto il riferimento pavloviano a Misery. Ma vi posso assicurare che, per quanto lo spunto possa sembrare simile, Musarañas si muove in tutti altri territori. Siamo nell’ambito del gotico puro e semplice e, se proprio devo accostare Musarañas a un’opera letteraria, allora lo accosto alla Jackson di Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello, che con il film di Andrés e Roel condivide il clima di staticità apparente, che è in realtà preparazione a violentissimi smottamenti emotivi, una vita “perbene”, che fa da paravento a un campionario di nevrosi, orrori, sensi di colpa atavici e traumi rimossi.
Montse non è un semplice villain, è una figura con cui lo spettatore si identifica, che teme, ma che in un certo senso riesce a comprendere e ad amare. Merito non solo della prova impressionante della Gómez, ma anche di una scrittura capace di fornire a ogni personaggio motivazioni profonde, spessore e umanità.

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Ho sempre amato i film “statici”, girati in ambienti chiusi e indirizzati allo scoperchiamento di segreti sepolti da anni di omissioni e ipocrisia istituzionalizzata. Nel caso di Musarañas, questi segreti vivono tra le intercapedini dei muri, sono nascosti negli angoli più riposti della casa, che è diventata, nel corso degli anni, quasi una creatura fatta di carne, un mostro che tiene prigioniera Montse, bambina distrutta dal dolore prima, e poi donna con un carico di silenzi e omissioni troppo duro da sopportare.
Eppure il ruolo della casa è ambiguo, ambivalente: è un rifugio, perché al di fuori di essa, Montse non saprebbe vivere. E la figura del padre scomparso, interpretato da Luis Tosar, le appare in continuazione a ricordarle il suo fallimento in quanto essere umano, il suo destino di solitudine, una condizione che si fa sempre più prossima mentre la sorella minore cresce e desidera invece evadere da quei corridoi soffocanti, dalle pareti tappezzate di simbologia religiosa, dagli scoppi d’ira di Montse, che forse però ha solo paura di perderla, dopo averla accudita e protetta per anni, anche dal suo stesso passato e dalla sconvolgente verità che dietro a esso si cela.

Tuttavia non è solo Montse a nascondere le cose. Non c’è un  personaggio, in questo film, che dica la verità. Mente persino la cattiva coscienza della protagonista, beffarda e crudele. È sulle menzogne per salvare delle apparenze sempre più fragili che si innesta la deflagrazione di violenza che chiude il film.
Menzogne, lo dicevamo prima, istituzionalizzate.
Menzogne derivate dall’oppressione.
Donne obbligate a essere spettri chiusi in casa. E ad accudire padri terribili, sostituendosi alle loro madri. E si finisce per credere che l’oppressione sia giusta e meritata.
E quindi ci si punisce fino a impazzire.

Siamo quindi, per complessità e spessore, anni luce distanti da Misery. Andrés e Roel vanno terribilmente a fondo nella psiche di Montse, così a fondo che si rischia di restarci invischiati, in quella psiche. D’altra parte, la Gómez è a tal punto, anche lei, sprofondata nel ruolo, da occupare ogni porzione dello schermo con una presenza scenica enorme.
E noi non possiamo fare a meno di amarla. La reazione dello spettatore, vedendo Montse degenerare a ogni inquadratura non è: “Speriamo non faccia niente di male a nessuno”, ma “Ti prego, non farti ancora del male”.
E quando mi dipingi un “cattivo” in questo modo, io non posso fare altro che applaudire.

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Storia locale e personaggi universali. Penso sia questa la marcia in più del cinema di genere spagnolo, ciò che lo rende esportabile in ogni parte del mondo, senza però mai snaturarsi. Oltre, naturalmente, a poter contare su un gruppo di registi, giovani e meno giovani, validi dal punto di vista tecnico e narrativo. E su dei produttori coraggiosi, che non si preoccupano di portare nelle sale dei film che costringono il pubblico a guardare alla parte più cupa e tragica della propria storia, anche e soprattutto attraverso il genere.
E poi hanno anche degli attori straordinari. Col tempo, sono stati capaci di costruire un sistema produttivo autonomo e stabile. E sfornano almeno tre o quattro ottime pellicole di genere ogni anni.
Che devo dire, beati loro…

Da leggere anche la recensione di Marco.

6 commenti

  1. Ne avevo letto anche dal Bradipo e mi pare interessante. Sempre in ambito spagnolo hai visto “Poseso” di Sam?Horror comedy realizzata in stop motion. Un gran casino ma interessantissima. Te la consiglio.

  2. bradipo · · Rispondi

    Grazie per la citazione,veramente gran pezzo il tuo mi ci riconosco al 100 %….

  3. Lo sto recuperando, piano piano. Al di là del titolo assurdo, che prima di leggerne benissimo, mi ha fatto venire in mente quella trashata anni ’50 di The Killer Shrews, è vero che gli iberici al 90% sono una garanzia. Non vedo l’ora di guardarlo!

  4. Giuseppe · · Rispondi

    Un gran bel cast con la magnifica Gómez in testa, alle prese con un altro horror domestico anni dopo quello di Balaguerò… là vittima, e qui “carnefice” oppressa oltre i limiti. Di nuovo una vittima, quindi, non certo una malvagia consapevole per la quale – da spettatori – non proveremmo la minima empatia… Promette bene, direi!

  5. Devi vedere assolutamente “Coherence”, di J.W. Byrkit (2013), che ho recensito recentemente da me. In fatto di “staticità” è praticamente composto da otto personaggi che parlano intorno a un tavolo in una stanza. Ma è ugualmente, maggiormente inquietante. A presto 🙂

  6. sei già la terza o quarta che ne parla bene, lo cercherò ❤

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