1922: La Stregoneria attraverso i Secoli

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Regia – Benjamin Christensen

Se pensiamo all’epoca del muto, dobbiamo metterci in testa che si è trattato di un momento di grandissima libertà creativa, soprattutto in Europa. Ne abbiamo già parlato ai tempi de Il Golem: era in ambito europeo (a essere più specifici, nord-europeo) che stava nascendo il linguaggio del cinema fantastico. Cinema che trova sempre terreno fertile dove si ha la possibilità di scatenarsi, senza censure o restrizioni di sorta.
Haxan è un film molto bizzarro, anche per gli standard attuali. Estremamente innovativo per la sua struttura che parte dal documentario e poi va ad anticipare sia il futuro mondo movie che la mera exploitation, si pone come un tentativo di ricostruire la storia della stregoneria nel Medio Evo, stabilendo una connessione tra i casi di possessione demoniaca e la malattia mentale. Solo che poi deraglia in un immaginario delirante e visionario, che sconfina nell’horror puro.
Roba da far impallidire Rob Zombie e le sue streghe di Salem.
Ma anche fonte di ispirazione per opere molto più nobili, come I Diavoli di Ken Russel.

Mettere in scena il film costò a Christensen anni di ricerche e di riprese. L’intento era sicuramente quello di realizzare un’opera divulgativa. E in effetti Haxan comincia in maniera molto seria: le didascalie ci spiegano come la superstizione e le credenze in esseri soprannaturali e maligni facciano parte di tutte le epoche e le culture. Nei primi minuti si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un libro di testo animato. Si passa dalle raffigurazioni di creature demoniache nell’antico Egitto, alla descrizione particolareggiata della visione dell’universo medievale. Le prime avvisaglie di qualcosa di molto strano giungono all’occhio dello spettatore con una riproduzione meccanica dei tormenti dell’inferno, ricostruiti nei dettagli più macabri e scabrosi.
E da lì, Christensen passa alla drammatizzazione. E comincia uno dei film più allucinanti mai girati. Un film che si diverte a confondere realtà e finzione con una modernità che ha dell’incredibile e che da un lato prosegue nella sua analisi “scientifica” del fenomeno della stregoneria e mantiene un’apparenza seriosa ed edificante, dall’altro sfrutta consapevolmente tutti i mezzi ai quei tempi a disposizione della macchina cinema per disgustare e terrorizzare chi guarda, senza risparmiare niente e nessuno.

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Il pretesto per mettere in scena le fantasmagoriche visioni di Christensen è il processo per stregoneria a un’anziana donna, torturata dagli inquisitori per estorcerle una confessione. Quando il dolore diventa insopportabile, la presunta strega ammette di aver partecipato a dei sabba, insieme ad altre donne de villaggio (tutte poi coinvolte nel processo) e lo racconta nei minimi particolari: profanazione di ogni tipo di simbolo religioso, neonati cotti in pentola, parti di mostruose creature, accoppiamenti col demonio (interpretato dallo stesso Christensen che, in una scena successiva, farà anche la parte di Cristo), le streghe in fila per baciare il deretano del diavolo, nudità a profusione, oscenità come se piovesse e qualsiasi forma di turpitudine la vostra mente possa concepire, sono presenti nella famosa sequenza del sabba.
Ed è un pezzo di cinema che, da solo, basterebbe a fare de La Stregoneria attraverso i Secoli un’opera d’arte. Non tanto per il coraggio di mettere in scena una follia del genere negli anni ’20. Christensen ebbe sì problemi con la censura danese, ma erano altri tempi e, grazie al fatto che il film fosse etichettato come documentario, molte cose vennero lasciate passare senza troppi tagli. Non è solo un fatto di audacia, è un fatto di creazione pura.
Dovete pensare che era la prima volta, nella storia, che si realizzava una sequenza simile e non esistevano i riferimenti che abbiamo noi oggi, con tanti decenni di raffigurazioni filmiche di stregoneria e possessioni sul groppone. Christensen era un pioniere e aveva a disposizione solo fonti storiche e pittoriche per nutrire la sua immaginazione. Tutto ciò che vediamo è frutto di una mente visionaria in forma smagliante e di un comparto tecnico che dovette inventare meccanismi fino a quel momento del tutto inediti.

Solo per far volare le streghe sui tetti della cittadina dove è ambientato il processo, il regista e il suo direttore della fotografia (Jonah Ankerstjerne) dovettero costruire un modellino del paese in scala e metterlo su un tavolo girevole che si muoveva spinto da una ventina di persone. In seguito, filmarono le streghe su fondo nero a cavallo delle loro scope. Ma c’era il problema di dare l’illusione del volo, quasi impossibile dati i costumi pesantissimi che le comparse avevano addosso. Christenesen allora portò nel teatro di posa la turbina di un aereo.
Ecco come si giravano i film intellettuali negli anni ’20.

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Dopo l’impazzimento totale del sabba, Haxan prende un ritmo più normale e si concentra su un altro tipo di orrore, quello della superstizione dei monaci preposti all’annientamento della congrega di streghe, mostrandoli in tutte le loro perversione e malvagità. In confronto alla descrizione particolareggiata dei metodi di interrogatorio e degli strumenti di tortura, il sabba della scena precedente è una festicciola per bambini.
L’influenza dell’espressionismo è chiara nel modo in cui Christensen deforma i volti degli inquisitori, che ci appaiono come dei mostri assetati di sangue. Primi piani strettissimi su bocche sdentate, ventri obesi, espressioni vacue. Ci viene sbattuto in faccia il brutto in ogni sua forma e quella dei monaci sembra quasi un’immagine speculare del sabba che, viene più volte ribadito, non è mai accaduto veramente, ma è un’invenzione delle vittime per porre fine alle loro sofferenze. Sono gli inquisitori, insomma, che hanno dato vita al sabba, sono loro ad aver permesso al male di incarnarsi e diventare reale.
E questo, negli ’20, era molto più audace rispetto a qualche nudo integrale femminile.

Le successive sequenze ambientate in un convento, dove tutte le suore vengono possedute dal demonio e prendono a calci crocifissi, sputano sui bambinelli e chiedono ai preti di essere messe al rogo, servono da gancio a Christensen per comporre il suo parallelo tra stregoneria e isteria, inserendo anche un segmento ambientato in tempi recenti, dove i sintomi di una giovane donna affetta da un grave disturbo mentale vengono comparati alle manifestazioni di magia nera che scatenavano i processi per stregoneria secoli prima.
La conclusione con l’inquadratura dei roghi che va in dissolvenza sul totale di una clinica per malattie mentali toglie qualunque dubbio sugli intenti di Christensen: da allora a oggi, non è poi cambiato molto.

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Rimane ancora da risolvere una questione controversa che, dall’uscita di Haxan, non ha mai mancato di sollevare polemiche: può essere, questo film, considerato il precursore di roba come The Faces of Death, e tutta quella ridda di falsi documentari, tipici degli anni ’70 che, con intenti puramente exploitativi, nascondevano dietro la parola documentario un bieco sfruttamento di drammi e tragedie per attirare il pubblico?
È innegabile che, fatte le debite proporzioni, questa componente ci sia anche in Haxan. Ma più che per lucrare sulla morbosità degli spettatori, la scusa del documentario storico serviva a esprimersi in maniera del tutto libera da condizionamenti.
Haxan ha di sicuro anticipato molti sottogeneri del cinema dell’orrore contemporaneo e possiede, ancora oggi, una potenza visiva e una carica rivoluzionaria che appartengono solo a lui e che i suoi vari epigoni possono solo sognare. E questi elementi sono dovuti a due fattori: il primo, ne abbiamo già discusso, è di natura estetica. Haxan è un film che ha superato dei limiti non solo morali, ma anche tecnici e formali.
Il secondo è l’empatia nei confronti delle vittime dei roghi e delle torture, che è sincera, sentita, del tutto autentica e trasoforma Haxan in un violento atto d’accusa nei confronti della religione organizzata e del modo in cui essa sfrutta la superstizione popolare piegandola a suo vantaggio e facendone una pedina nella sua ricerca continua del potere.

Arriva il 1932 e si vanno a toccare pezzi di cuore. Questa volta mi limito a un elenco di titoli: sono così famosi e importanti, tutti, che ogni commento sarebbe superfluo. Scegliete bene.
Freaks, di Todd Browning; Wampyr di Carl Theodor Dreyer; The Old Dark House, di James Whale; White Zombie, di Victor Halperin.

11 commenti

  1. bradipo · · Rispondi

    non lo conoscevo…e mi hai messo una voglia di trovarlo incoercibile….

    1. È un’esperienza, te lo assicuro.

  2. Quanto è dura la scelta oggi Sorellina! Dovrò pensarci ben bene. La matrice espressionista è già di per sé un marchio di garanzia. L’ho visto una sola volta a un festival ed era stata, come tu dici, un’ esperienza estetica. Ci ricolleghiamo al discorso fatto per Mad Max. Ci si dimentica a volte che il cinema racconta attraverso immagini in movimento. L’avevano capito allora un po’ meno tanti oggi!

    1. Con il muto c’erano solo le immagini e per questo dovevano avere una forza espressiva assoluta. Poi, col tempo, questa cosa è un po’ andata perduta.
      Ed è per questo che adoro MAD MAX: è praticamente privo di dialoghi

  3. Ho votato il gotico Whale. I primi due titoli mi sembravano fin troppo scontati. Mi ha stupito però vedere che pochissimi hanno scelto Wampyr che è un gioiello!

  4. I film muti per me sono un esperienza unica, hanno formato la mia (e non solo direi) capacità di apprezzare il cinema per la sua principale qualità, narrazione per immagini in movimento.
    Inoltre i film Horror muti… fanno strizza, ma una strizza che levati😉
    Questo mi manca, ti ringrazio per la dritta e vado per il recupero. Sono indeciso sul film, mi piacerebbe vederti scrivere qualcosa su Wampyr, anche se Freaks è uno dei miei film preferiti di sempre😉 Cheers!

  5. Fra Moretta · · Rispondi

    Mi hai fatto venire voglia di rivederlo,ne apprezzo parecchio la messa in scena folle e visionaria eppure rigorosa del materiale descritto in testi e tinte medievali senza cercare di mediarne gli aspetti più crudi, dubito che oggi in molti lo farebbero.

  6. Giuseppe · · Rispondi

    Descrivi un titolo veramente interessante, visionario, esplicito ed “eccessivo” ma in modo mirato… senz’altro, mirato in modo molto diverso rispetto a The Faces of Death e truci mondo movies vari: dove Christensen condanna (e la potenza delle immagini è funzionale a questo) Climati, Jacopetti, Morra e compagnia si limitano a mettere in scena disgusto e ripugnanza fini a sé stessi. Un fraintendimento, quindi, anche di quell’unica componente che – sempre facendo le debite proporzioni, ovvio – hanno effettivamente in comune con Haxan…
    P.S. Ha possibilità quasi nulle di vincere, vedo, ma voterò lo stesso per Wampyr.

  7. Ho scelto Freaks. Perché lo amo.
    Di questo film invece avevo sempre e solo sentito parlare ma adesso hai rinfocolato (per rimanere in tema!) la mia curiosità!

  8. Rivisto più volte, un classico assoluto !

  9. Film FANTASTICO.
    In alcuni punti compete tranquillamente con certe produzioni Horror serie di oggi.
    Il mio voto a Wampyr

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