ll Film del Secolo

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Regia – George Miller (2015)

Ho sentito spesso dire che i registi responsabili della diffusione e dello sviluppo del cinema indipendente (quello da guerriglia) a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 non sarebbero in grado di destreggiarsi con grandi budget, perché incapaci di reggere alla pressione che un investimento di milioni di dollari comporta.
Non è un’affermazione del tutto falsa e sicuramente Miller, sul set di un qualunque cinecomic Marvel o DC, se ne andrebbe dopo due giorni, mandando a fare in culo tutti quanti, per essere sostituito dal primo galoppino dei rispettivi studios senza neanche un ripensamento.
Ed è il motivo per cui tendo a rigettare la nozione di blockbuster d’autore.
Bisogna però partire proprio dal termine blockbuster, o da come questa tipologia di film si è evoluta nel corso degli anni, fino a diventare una formula cui ci si deve a tutti i costi adeguare. Come voi sapete, non ho nulla contro i blockbuster, credo sia molto complicato girarli, e che sia ancora più difficile farlo attenendosi alle loro regole (la più famosa delle quali è il PG13), senza per questo perdere del tutto la propria personalità.
Il cinema ci ha infatti abituati a dover scegliere tra un prodotto realizzato con ingenti quantità di denaro, ma sottoposto a un processo di omologazione più evidente in alcuni casi, meno evidente in altri, e un pugno di opere fatte con tre lire ma anche con tanta libertà creativa.
E ci voleva proprio un regista che si è formato negli anni ’70 e il cui nome è legato a un’estetica rivoluzionaria, per dimostrarci che c’è una terza via, che si possono sfruttare tutti i mezzi dati da un budget imponente (150 milioni di dollari, tanti, ma sempre un centinaio in meno rispetto al secondo capitolo degli Avengers) e fare, detto senza troppi giri di parole, il cavolo che si vuole. Con un atteggiamento di strafottenza assoluta che sembra quasi una sfida alla Hollywood dominata da ragazzini che cincischiano con la computer graphica e poi non conoscono i più elementari rudimenti della messa in scena.
MAD MAX: FURY ROAD (il cui titolo va sempre scritto in maiuscolo) rappresenta la più dirompente novità cinematografica degli ultimi 20 anni. In pratica, è il film del secolo. E io rido come una pazza esaltata al pensiero che dietro la macchina da presa c’è un signore nato nel 1945.

 

Ride anche Joe Dante

Ride anche Joe Dante

Ci si poteva aspettare un film nostalgico, una di quelle cose fatte solo per i fan della vecchia saga che, magari, sul momento divertono, ma poi ti mettono addosso una tristezza infinita, una specie di viale delle rimembranze citazionista, girato con la patina “sporca”, con un linguaggio rimasto ancorato a mezzo secolo fa. E invece Miller ha preso quella famosa estetica rivoluzionaria di cui parlavamo prima, un’estetica che lui ha inventato, e l’ha rivoltata completamente, per creare un’opera d’arte (sì, ho detto arte) totale.
Avete presente il Cinema? Ecco, qualche mese fa dicevamo che il Cinema era agonizzante e destinato a sparire.
Miller lo è andato a trovare sul suo letto di morte, ce lo ha fatto scendere a calci nel culo e lo ha fatto risorgere. Ma non come uno zombie. No, come se fosse un bambino appena nato, come se MAD MAX: FURY ROAD fosse la prima pietra su cui edificare da capo la storia del Cinema.
Non so se riesco a descrivere l’estasi dei primi minuti del film, quando mi sono ritrovata in apnea, con l’adrenalina a mille e il cuore impazzito, ancora prima che il titolo facesse la sua comparsa sullo schermo. La sensazione di venire travolta dalle immagini, dalla sola forza delle immagini. Una potenza di fuoco che, letteralmente, tramortisce e lascia attoniti, incapaci di formulare anche un solo pensiero coerente. E no, non è spegnimento del cervello, è rapimento.
Come diavolo ci è riuscito?
Che poi la risposta è persino semplice, in teoria. È metterla in pratica che è complicato.
Si tratta di tornare al nucleo originario del Cinema stesso. Si tratta di spogliarlo di tutto ciò che non è Cinema ed è quindi superfluo. Si tratta di tornare all’azione. Tutto il Cinema è cinema d’azione. Si grida azione quando si inizia una ripresa. E MAD MAX: FURY ROAD è Cinema scalmanato e in moto perpetuo. È illusione di folle anarchia, di caos primordiale, dove invece ogni dettaglio, anche quello all’apparenza più insignificante, è studiato e pensato al millimetro. Ma ciò che conta è la percezione dello spettatore. E questo studio, questa preparazione sono impossibili da percepire. Sembra di assistere all’eruzione spontanea e simultanea di un centinaio di vulcani. Sembra che il film si faccia da solo, come un processo naturale.
MAD MAX: FURY ROAD è vivo, respira, ti aggredisce e ti calpesta. È esperienza sensoriale che coinvolge ogni più piccola parte di te. E quando esci dalla sala, sei stupito di non esserti sporcato di benzina, di non aver riportato alcuna ferita, di non avere la sabbia tra i capelli e di non sentire le ustioni del fuoco sulla pelle.
L’illusione è così perfetta che prima di tornare a distinguere realtà e finzione scenica, ci vogliono un paio di giorni. E si continua a vivere nel film anche se è terminato.
Davvero, credetemi: io una cosa del genere non l’ho mai vista in vita mia.

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Perché Miller è, ed è sempre stato, un regista essenziale, che scarnifica le sue storie e, sotto la ricchezza dei costumi, la coreografia orchestrata a livello quasi sinfonico delle scene d’azione, la grandiosità titanica del suo immaginario (solo suo, ricordiamolo ancora una volta), mira a ridurre all’osso la narrazione, lasciando che a parlare sia, appunto, il movimento.
E anche qui, in FURY ROAD, le parole si impoveriscono, perdono di senso, il vocabolario è striminzito perché striminzito è l’universo in cui si muovono (ripetizione voluta) i personaggi: la lingua serve a esprimere i bisogni basilari di acqua, benzina, armi, riproduzione. Il risultato è che MAD MAX: FURY ROAD è un film quasi del tutto privo di dialoghi. Un lungo inseguimento di 120 minuti che non possiede nulla del cinema d’intrattenimento a cui siamo abituati e per cui andrebbe coniato qualche neologismo per darne una definizione soddisfacente. È il film che, tra un paio di secoli, le generazioni giovani studieranno quando dovranno imparare a dirigere un set e a mettere in scena un qualcosa che abbia forma, sostanza, anima e corpo.

Perché se si trattasse solo di una maestosa resa visiva, delle esplosioni dal vero, delle macchine sfasciate senza CGI, degli stunt ai limiti del possibile, del design dei veicoli, della musica, del montaggio di scena, suono ed effetti, staremmo qui a parlare di un film sicuramente grosso, ma non della bomba nucleare che ha spazzato via tutto ciò che è stato fatto prima e si pone come punto di riferimento insuperabile per ciò che verrà dopo.
MAD MAX: FURY ROAD non è solo un film bello da vedere (da lacrime agli occhi), è anche un film importante per i suoi contenuti, per la sua arroganza nel rifiutare qualsiasi forma di pacificazione nel dare al pubblico ciò che vuole. MAD MAX: FURY ROAD non dà al pubblico ciò che vuole, dà al pubblico ciò che vuole il suo autore. È un’opera autoriale in tutto e per tutto, è una creatura di Miller e non potrebbe appartenere a nessun’altro.

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Dall’esperienza del cinema da battaglia degli anni ’70 e ’80 mutua infatti una insaziabile voglia di comunicare, una visione lucida e rabbiosa del mondo, rigurgitata in visioni di polvere, sangue e metallo cromato.
Quello che Miller mette in campo e fa strabordare dallo schermo è un mondo dove gli uomini sono solo carne da macello, figli allevati e cresciuti con il solo scopo di morire in battaglia, a cui viene fatta la promessa di vaghe resurrezioni (“Io vivo, io muoio, io vivo ancora”) dopo eroici sacrifici in nome di uno spietato dittatore.
Le donne, al contrario sono o vacche da mungere o incubatrici dove allevare quegli stessi figli dalla vita breve e dalla morte violenta.
E sarà un gruppo di donne, guidate dall’Imperatrice Furiosa (Charlize Theron) e con Max (Tom Hardy) come casuale ed estemporaneo appoggio, a ribellarsi all’incubo in cui l’umanità è precipitata.
Non più solo sopravvivenza, quindi. Ma ricostruzione a partire dalla collaborazione paritaria.
Non è neanche una metafora. È una dichiarazione.
Non penso che MAD MAX: FURY ROAD sia un manifesto del femminismo. Penso sia un film che abbia, tra le sue varie componenti, anche quella femminista. Ma, ed è questa la vera, grande vittoria politica dell’opera di Miller, è una componente che viene data per scontata.
Miller pone la questione come dato acquisito: o si combatte insieme o la si dà vinta a chi ha ucciso il mondo.
È un nucleo di speranza, dolcezza se vogliamo, di profonda empatia e sì, anche di amore, che pulsa tra i motori, le chitarre lanciafiamme, la blindocisterna lanciata a rotta di collo nel deserto rovente e tutte le morti disseminate in ogni istante di film.
E il personaggio chiave di Nux (Nicholas Hoult, che è eccezionale, ma io lo dicevo dai tempi di Warm Bodies) si fa portavoce di questo nucleo etico e sentimentale. Ci dice che possiamo ancora cambiare, che possiamo persino scegliere come morire e decidere chi dovrà essere il testimone della nostra morte.
MAD MAX: FURY ROAD è il film del secolo, perché è un’opera universale: parla a tutti, ma non sente affatto la necessità di accontentare tutti.
Come del resto, tutti i grandi film d’autore.

Solita lista di link utili per approfondire
Articolo di Hell

Lo Speciale di Fabrizio

Articolo di Erica

Articolo de La Bara Volante

27 commenti

  1. Analisi perfetta, durante la visione a tratti ci si dimentica anche di respirare. Temo però che rimarrà una pietra sulla quale nessuno riuscirà a costruire nulla, una specie di esaltante mostro senza progenie. O magari il bello è proprio questo.

    1. Sì, hai ragione anche tu: potrebbe restare unico e irripetibile. Però io, sotto sotto, spero diventi una lezione per i registi action che verranno.
      Insomma, se io avessi vent’anni e volessi fare il regista, credo che prenderei questo film come punto di riferimento

  2. L’ho visto ieri e devo ancora metabolizzarlo. Probabilmente anche rivederlo.
    Concordo totalmente con la tua analisi e aggiungo un paio di cose che mi sono rimaste impresse.
    Come dici giustamente tu praticamente non ci sono dialoghi. E aggiungerei che non ci sono quasi neppure storia né personaggi. E’ come se tutto fosse schizzato con tratti brevi e veloci per dipingere, invece, con una cura da miniaturista tutto il contesto. E’ quasi il ribaltamento totale di ciò che vediamo normalmente al cinema. E quello che è incredibile e sconcertante è che funziona. Funziona perfettamente perché in questo film non senti la mancanza di nulla. Tutto è perfetto e bilanciato. Tutto sta al posto giusto ed assolve il suo ruolo in maniera impeccabile,
    L’altra cosa che mi ha sconvolta sono i colori. C’è una netta contrapposizione tra i colori caldi e terrigni del deserto e del giorno rispetto ai colori freddi (quasi un bianco e nero ma tendente al blu) della notte. Questo passaggio di colori è sconcertante. Perché è incisivo e profondo ed improvviso. In un certo senso è accecante ma, anche in questo caso, al contrario. Nel senso che l’occhio non sopporta la freddezza dei colori notturni, ne viene quasi ferito. Ed è meraviglioso.

    P.s. Senza fare spoiler (ma tu che hai visto capirai) la scena che vede protagonista una delle madri in cui Miller prima ti spaventa, poi ti rassicura ed, infine, ti distrugge è una delle cose più belle portate sullo schermo!

    1. Tu pensa che io l’ho visto domenica scorsa e ho dovuto pensarci una settimana prima di poter scrivere qualcosa di sensato…
      E stasera comunque torno a vederlo perché alcuni dettagli mi sono sfuggiti.
      È vero, lo stacco fotografico tra giorno e notte è impressionante, così violento che ti acceca. Però tutto il film è così.
      E quella scena di cui parli mi ha fatto piangere, sul serio.

  3. Il commento di Joe Dante è la pietra tombale su questo capolavoro. Concordo con te fin dal titolo, è un film che se ne sbatte delle regole moderne su come si dovrebbero fare i film d’azione e quelli ad alto Budget, ha un ritmo indivaolato, se ne sbatte di affannarsi a presentare il suo protagonista al nuovo pubblico, in generale se ne sbatte di tutto. Pensavo che George Miller avesse dato tutto, e si fosse semplicemente trasferito su altri generi, nulla da dire, meglio che continuare a volteggiare sulel glorie passate… Invece è tornato, alla GRANDISSIMA, guadagnandosi l’accesso al Valhalla cinematografico. Lo trovi commentato anche dalla mie parti se ti va, mi fa piacere vedere che non sono il solo ad aver tirato la leva del NOS dell’entusiasmo parlando di questo film😉 Cheers!

    1. Ho letto la tua recensione e l’ho linkata in fondo al post😉

  4. Attendevo con ansia la tua recensione. Paragonandola ad altre e anche alla mia noto con piacere che ci sono dei punti fondamentali che sono comuni a tutte le analisi fatte. Segno che Miller voleva proprio dire quelle cose. Tra un paio di giorni posterò la seconda parte e spero di chiudere il cerchio… Comunque ho una voglia folle di rivedermelo.

    1. Io ci torno stasera… e penso che ci tornerò anche una terza volta!
      E aspetto con ansia la seconda parte del tuo speciale

      1. Cercherò di essere all’altezza

  5. “Miller pone la questione come dato acquisito: o si combatte insieme o la si dà vinta a chi ha ucciso il mondo.”

    Con questo metti pure a tacere quelle polemiche nonsense UvsD, DvsU, credo.

    1. Le polemiche assurde di chi non ha nulla da fare nella vita

  6. Mala Spina · · Rispondi

    Completamente d’accordo. Tra l’altro anche a me Holt era piaciuto in Warm Bodies (forse per quella faccia strana e l’espressione sperduta).
    Quando sono uscita dal cinema non riuscivo a capacitarmi che fossero già passate due ore. Incredibile. Azione allo stato puro.

    1. Warm Bodies è un ottimo film, almeno secondo la mia modesta opinione.
      Hoult qui si conferma un attore molto capace e versatile.
      E il film, vabbè… io ho esaurito le parole e passo direttamente agli schiamazzi😀

  7. Aggiungo una cosa: il modo in cui film dettaglia mondo e temi, ovvero senza fermare assolutamente l’azione, senza didascalie, senza spiegoni. Ti dissemina i particolare qua e là, sta a te poi completare il quadro ed estrapolare i sottotesti.

    1. Giustissimo: non ti spiega nulla, eppure è tutto perfettamente chiaro dall’inizio alla fine. E non solo per chi conosce la mitologia di Mad Max, per tutti.

      1. Basta solo aver la minima voglia. Leggo di gente che “uffa però è poco approfonditoooo, che sono le sacche di sangueeeee…”, per dire. Fai due conti: incroci su incroci successivi della progenia di un albino, spesso albini a loro volta, vedrai che i problemi di anemia non sono improbabili. Ecco che chi ha un organismo in forma diventa “donatore universale”. Per alcuni, ci sarebbe voluto un dialogo/spiegone. Miller ti dà tutti gli indizi per capirlo in un minuto. Se non ci arrivi… Ed è tutto così.

  8. Giuseppe · · Rispondi

    Ottima recensione capace di farti sentire direttamente dentro al film, in tutte le sue componenti (protagonista, direi, prima ancora che spettatore)😉
    Ammetto di aver avuto, ai tempi, qualche perplessità solo sulla scelta di affidare a Tom Hardy il ruolo che fu di Mel Gibson: anche per un buon attore come Hardy, questa mi sembrava un’eredità ingombrante da gestire. E invece il suo Max se la sa cavare come l’illustre predecessore…

    1. Ti dirò: Tom Hardy è un Max perfetto. Per quanto riguarda la fisicità pura e semplice, addirittura superiore al pur ottimo Gibson.

  9. Lorenzo · · Rispondi

    Brava Lucia,
    Buon giorno!
    Ora prova a immaginare cosa potresti fare col tuo talento.
    Tu meriti tutto l’incoraggiamento non richiesto che – anche se con paura di essere presi per matti – uno può avere il coraggio di darti.
    Una delle forme più alte di creatività è la semplice conoscenza di sé, che non dipende da quanto tecnicamente e culturalmente sei preparata, perché è intima e autentica autostima e non ‘divismo’ ostentato superficialmente.
    Tu sei nata per fare ciò che stai facendo. Questo ti rende automaticamente una regina nel campo della critica
    E’ ciò che ami, e che ami con una modalità NON COMUNE, che ti rende una fuoriclasse.
    Ci si accorge pian piano, leggendo le tue recensioni, che si concentrano tutte – in maniera sottile – su una critica al ‘divismo’ “di chi crede di potersi permettere tutto senza però averne i mezzi”,
    Ora il tuo difetto è questo: TU NON RITIENI DI POTERTI DIRE di essere un genio della critica, finché non ne hai dato prova. Il problema è che così facendo priverai il mondo di ciò che faresti se tu fossi consapevole di essere già una che è “un genio” della critica.
    Sei una regina NON SOLO perché sei esperta di cinema ma è l’amore che hai per ciò che fai, ed è il tuo rispetto per il lavoro degli altri che fa di te una regina. Sei una eccezionale critica.
    PER ESSERE CONSAPEVOLI del proprio valore non occorrono prove. Si può essere consapevoli di essere dei geni nel cinema, pur senza aver mai preso una cinepresa in mano: è la passione. Il “darne la prova” è per gli altri, non per se stessi, altrimenti nessuno oserebbe nemmeno iniziare.
    L’Atteggiamento da divo è una cosa, altra cosa è la possibilità di sentirsi magnificamente PIENI DI SE’, come dei bambini. Fa attenzione. Essere un Divo [e non Atteggiarsi a tale] è SPERIMENTARE, andare oltre. E’ essenziale per la crescita della persona, dell’arte, del cinema…
    Sarebbe bello vedere di te il ruolo che meriti. Non sto ovviamente parlando [solo] di un maggior successo col pubblico – che è già notevole, mi sembra – ma di successo in senso più ampio.

    Con affetto.

  10. Bè, anche la tua recensione è “blindocisterna lanciata a rotta di collo nel deserto rovente” che spinge chi non ha ancora visto il film, come il sottoscritto, ad andarlo a vedere. Mio figli (14 anni e mezzo) ne è rimasto affascinato: e quando un adolescente è affascinato da un film, ciò è un segnale già notevole di per sè, una spia. Complimenti, ormai superflui, per il fluire sempre appassionato, passionale, “rovente”, appunto, delle tue parole. Spero un giorno di incontrarti di persona🙂

    1. Allora confermi ciò che ho detto: è un film universale. Se un ragazzo di 14 anni che magari non ha mai avuto a che fare con la saga di Mad Max lo ha apprezzato, vuol dire che è davvero capace di arrivare a chiunque🙂

  11. Domani saprai quel che ne penso❤
    ho avuto molto da fare ma ho finalmente quasi finito di scrivere la recensione❤

  12. Visto solo ieri con colpevole ritardo… I-M-M-E-N-S-O!!!
    Non so da dove partire e cmq è già stato detto tutto, il commento di Dante (purtroppo genio incompreso) dice tutto e mi fa pensare a cosa scrivere…
    Wan nemmeno dopo altri 20 capitoli (e ci arriviamo, sicuro…) di F&F riuscirebbe a dirigere 5 minuti come la scena iniziale prima dei titoli… coreografia assolutamente perfetta, direzione degli attori al top, ritmo, claustrofobia… vabbè, chi l’ha vista, sa!!!
    J. J. Abrams dovrebbe apprendere come girare un capolavoro senza fare fan service, ok che ST e SW sono best seller moooooolto più noti di MM, ma quando ho visto che l’iconica V8 veniva distrutta e che il protagonista non la recupera nemmeno nel finale… genuflessione dovuta!!! Ma come dicevi tu, Lucia, Miller da al pubblico ciò che Miller vuole (ed ecco, sempre detto da te, perché non potrebbe dirigere un cine comics ma… meglio così, no??).

    1. Meglio così, assolutamente. Nelle strettoie del blockbuster PG13 non ci potrebbe mai stare, uno come lui.
      E, nonostante a me piacciano i blockbuster e non rinneghi nulla di quanto ho sempre affermato, il livello è tutt’altro.

  13. Già…
    Inoltre dimenticavo… ha anche evitato l’effetto nostalgia con la comparsata di Gibson…

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