Il Racconto dei Racconti

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Regia – Matteo Garrone (2015)

Chi mi conosce bene sa che a me del cinema italiano non frega proprio niente, non in senso patriottico o nazionalista. Non mi interessa esultare come allo stadio quando un film italiano è bello o se ottiene riconoscimenti all’estero. Sono solo contenta se vengono prodotti buoni film, a prescindere dal fatto che siano italiani, americani o di qualunque paese vi venga in mente. Non ho alcun intento celebrativo nei confronti di Garrone. Mi preme, semmai, che in questo paese si facciano film, perché vuol dire che ci sono persone che lavorano e che siano film il più diversificati possibile, sempre perché così si dà lavoro a professionalità un po’ messe da parte. Tipo chi cura gli effetti speciali dal vero.

Ora, Il Racconto dei Racconti, più che un film italiano di cui andare orgogliosi senza alcun motivo reale, è un film internazionale. Regista, sceneggiatori, montatore e maestranze varie italiani, cast di ottimi interpreti provenienti da svariati paesi, direttore della fotografia polacco, compositore francese e produzione di respiro europeo. Non si tratta proprio di cinemino della nostra parrocchietta.
Però potrebbe segnare una svolta nel modo in cui il cinema viene considerato in questo grigio paese. Se il film dovesse avere successo, s’intende. Cosa ancora tutta da stabilire. Gli incassi non lo stanno proprio premiando e la critica nostrana, con la sua solita lungimiranza, non riesce a comprenderlo a fondo. La critica internazionale invece grida al miracolo. Presto anche i nostri si adegueranno, specie se Il Racconto dei Racconti dovesse vincere qualcosa al festival di Cannes.

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Vedete, qui da noi ti perdonano il fantasy solo se
a) Sei un autore conclamato.
b) Becchi qualche premio importante, così si può iniziare il triste circo dei vari: “Abbiamo vinto” o “Ha vinto l’Italia”.
In fondo, il meccanismo è lo stesso dei mondiali di calcio.
Quindi è tutto da vedere se Garrone sarà mai perdonato per aver osato abbandonare il realismo e gettarsi anima e corpo nel fiabesco.
Eppure, a ben guardare, Reality aveva dei forti elementi favolistici. O almeno surreali. Ma, essendo così ancorato a una squallida realtà dei nostri tempi, non li si è voluti notare e, quando li si è notati, li si è anche presi per punti deboli di un film che ne era in realtà privo.
Con Il Racconto dei Racconti, Garrone molla gli ormeggi che lo tenevano ancorato alla contemporaneità e si va a perdere nell’universo barocco di Basile, fatto di reami incantati, draghi albini acquatici, pipistrelli giganti, bestie strane e orchi spietati.
Ci vuole coraggio, in questo posto, per fare un film così.
E, ve lo dico adesso, semmai a qualcuno dovesse venire in mente di salire sul carro del vincitore quando e se sarà: non ve lo meritate, un film così, voi che avete ammazzato il cinema di questo paese e lo avete soffocato, facendo sparire con la violenza ogni piccolo accenno di immaginazione almeno trent’anni fa e ora vi svegliate affermando, con l’ignoranza arrogante dei somari, che Garrone ha inventato il fantasy italiano.
Il fantasy italiano è sempre esistito. Fino a quando qualcuno non lo ha decapitato. Qualcuno che oggi, sulle colonne del solito Internazionale, critica Il Racconto dei Racconti perché non si capisce dove vuole andare a parare. Come se non fosse sufficiente, per narrare una storia, l’atto stesso del raccontare, limpido, libero, selvaggio e, proprio per questo, denso di significati senza dover per forza andare a parare da qualche parte.

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Ma poi, è davvero un fantasy Il Racconto dei Racconti?
Dipende da quanto è elastica la vostra concezione di fantasy. Certo che se si ferma a Game of Thrones, e cercate di incastrare il film di Garrone negli schemi tipici di un prodotto televisivo seriale, è molto probabile che vi esploda il cervello.
Perché qui siamo su tutt’altro livello e, davvero, con Martin (ma anche con Peter Jackson, per quei poveretti che si aspettavano un Signore degli Anelli italiano) non ci azzecca proprio niente.
La grandiosità di un’opera come Il Racconto dei Racconti sta infatti nel suo non assomigliare affatto a ciò che ci offre oggi il mercato cinematografico in ambito fantasy. Se devo proprio trovare un termine di paragone contemporaneo, accosterei il film alla produzione casalinga di Del Toro. Non solo perché Garrone chiama direttamente in causa, in una scena, Il Labirinto del Fauno, ma perché ritorna quel modo di affrontare il magico e il mostruoso come parti integranti del vissuto e non come anomalie. C’è però da dire che, essendo quelle di Garrone fiabe del ‘600, è anche un’attitudine propria del testo di riferimento e dell’impianto favolistico in generale, dove il soprannaturale viene accettato senza battere ciglio, in quanto perfettamente inserito nella realtà dei protagonisti.
Ed è forse questo a non essere del tutto compreso dell’opera di Garrone: è situata in un universo cinematografico dove i draghi marini, semplicemente, esistono e non servono giustificazioni per il loro essere nel mondo. E la magia non ha la funzione di risolvere i problemi, o di essere un trucco per lo sceneggiatore quando non è in grado di togliere d’impaccio i suoi personaggi. È il reale a essere magico e tanto vi deve bastare.

E allora possiamo tranquillamente chiamare fantasy Il Racconto dei Racconti, nonostante questa definizione non vada bene nel salotto buono della critica. Ma è fantasy perché è ambientato in un mondo che somiglia al nostro di qualche secolo fa, ma non è e non sarà mai il nostro. Un mondo che è metafora del nostro o ne rappresenta un’immagine riflessa dalla lente distorta del meraviglioso.
E il termine meraviglioso non ha sempre un’accezione positiva, lo sappiamo bene.
I tre reami dove si svolgono le tre storie (vagamente intrecciate tra loro per mezzo di funerali, matrimoni e incoronazioni) sono luoghi in cui Garrone fa convivere bellezza assoluta e assoluto orrore, spesso nello spazio di una sola inquadratura.
Riesce a farlo grazie a una regia diversa da quella a cui ci ha abituati, sempre spettacolare, ma meno invadente, meno arrogante, se vogliamo, che fa della staticità pittorica il suo punto di forza. E quindi, mettersi a fare paragoni con la tv è davvero da pezzenti. O da chi è talmente assuefatto al linguaggio televisivo (imperante in alcuni casi, e soprattutto in certo cinema di genere, anche su grande schermo), da aver smarrito l’abitudine a un linguaggio cinematografico di ampio respiro, dove gli elementi che concorrono alla composizione dell’inquadratura seguono geometrie ben precise, studiate e volute. E non è mai la frenesia del ritmo a comandare, ma le scelte estetiche e narrative, spesso indistinguibili le une dalle altre.

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Se vivessimo in un mondo migliore, Il Racconto dei Racconti diventerebbe un paradigma. O potrebbe riaprire il discorso interrotto ormai più di trent’anni fa.
Ed è strano, vedete, per un’appassionata di cinema fantastico come la sottoscritta, rendersi conto che la prima volta in cui ho avuto la fortuna di vedere in sala un film fantastico diretto da un regista italiano, è stata giovedì scorso in 36 anni di età.
Solo che, fino a quando continueremo a chiederci dove vogliono andare a parare i film, non ci sarà spazio da noi per operazioni di questo tipo.
Il rischio, elevatissimo, che corre Il Racconto dei Racconti, è quello di scontentare tutti: un pubblico imbarbarito che non comprende un modo di fare cinema più raffinato della norma, e una critica il cui unico interesse è, ancora, andare alla ricerca dei sottotesti sociali in un film di genere.
Anche rifiutare a prescindere che questo sia un film di genere non aiuta.

È un film che nasce per intrattenere, ve ne siete accorti?
Lo fa con la magnificenza visiva, con la potenza delle storie selezionate tra le cinquanta originali di Basile, con degli effetti speciali incredibili (e dal vero, realizzati dall’italiana Makinarium), con delle location che sembrano davvero appartenere a un reame incantato e che invece sono tutti posti sparsi per l’Italia, e con i suoi personaggi.
Soprattutto quelli femminili, aggiungerei.
E non è un film delicato, non è mai sottile. È un’opera viscerale, piena di sangue, carnale e violenta.
Intrattiene, forse perché irretisce e cattura. Ti fa entrare in un mondo parallelo, edificato dall’immaginazione.
Più fantasy di così…

Per una recensione più colta della mia, vi rimando all’ottimo pezzo del mio amico Nicola.

43 commenti

  1. Lo ammetto non ero molto convinto su questo film, ma ne state parlanto tutti bene, mi toccherà vederlo per forza, anche perchè rischia di potermi piacere sul serio 😉 Cheers!

  2. bradipo · · Rispondi

    Condivido il tuo discorso sulla miopia della critica italiana che bolla come brutto tutto quello che non capisce , spero di vedere a breve questo film, Garrone per me è regista come ce ne sono pochi al mondo, sono un suo grande fan…e spero che questo film abbia successo, almeno possiamo sperare di aprire altre strade al cinema italiano…

    1. Io spero solo che vinca a Cannes, così tutti si accoderanno in massa a esaltarlo perché “ha vinto l’Italia”

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Già… certo che sarebbe triste dover contare sul sostegno “patriottico” di chi il genere non se lo è mai cagato nemmeno di striscio (e che stenterebbe a capire davvero – ancor prima che apprezzare – un Garrone svincolato da Gomorra o Reality), ma ben venga anche questo, se così si riuscirà a riaccendere per bene l’immaginario del nostro cinema. Senza farsi domande senza senso su “dove si vuol andare a parare”: si sta dimostrando che il fantastico di casa nostra non solo non è morto ma può avere un richiamo internazionale, per la miseria, ancora non basta? O proprio non ci arrivano a capirlo? 😦

        1. Quello che mi ferisce un po’ è che rischia di avere un richiamo esclusivamente internazionale…

          1. Giuseppe · ·

            Sì, purtroppo quel rischio in effetti c’è…

  3. trabucco · · Rispondi

    Garrone mi piace molto, questo film non riesco a farmi venire voglia di andarlo a vedere, non so bene perchè, immagino sia semplicemente perchè temo di annoiarmi. Vorrei solo fare una piccola obiezione a questo bel pezzo, e cioè che dato che la critica ufficiale e polverosa non convince ormai da tempo nessuno a entrare in sala, forse se Il racconto dei racconti non farà gli incassi sperati sarà più che altro per la – eventuale – miopia degli spettatori (mi pare sia uscito in un gran numero di cinema, recensioni positive se ne sono lette, insomma il lancio c’è stato).

    1. Ma infatti io non me la prendo solo con la critica. In questo paese c’è una miscela micidiale di critica miope e pubblico barbaro

  4. Farò parte del pubblico imbarbarito? Può darsi. Io le beghe della critica e dell’ambiente culturale italiano le ignoro volutamente, però, è chiaro, desideravo che questo film avesse successo. Perché non ne posso più del fantasy alla Peter Jackson, o dei vampiri alla Twilight, o della soap fatta di sesso potere soldi stile Game of Thrones. Garrone diceva che non gliene fregava dei critici paludati e che voleva piacere alla gente. Benissimo, ma è davvero così?

    Mi limito a dire che se un film non mi prende, non me lo posso negare, e sebbene alcune trovate di questa pellicola siano belle visivamente, meravigliose nella loro stranezza e insolite rispetto a un cinema dove spesso l’originalità manca, l’insieme non mi trasmette un gran che. E a tratti mi è pure parso recitato male, freddo, troppo teatrale. Non voglio spiegare a nessuno come si fa cinema, visto che non sono un acculturato, ma una trama, qualcosa da dire, qualche tema che prenda l’emozione dello spettatore sono elementi cui si dovrebbe rinunciare a cuor leggero.

    1. Ma non ha rinunciato a nessuna di queste cose: la trama c’è, anzi, ce ne sono ben tre, qualcosa da dire anche, c’è tutto un discorso sulle passioni distorte che si fanno brama e ossessione, riscontrabile in tutti e tre gli episodi. C’è inoltre lo stesso senso del meraviglioso che dovrebbe essere il nucleo di ogni racconto fantastico.
      E tutte queste cose ci sono e come.

      1. trabucco · · Rispondi

        D’accordo, mi hai convinto, ci vado (ci sto andando).

      2. trabucco · · Rispondi

        Avevi ragione 🙂

        1. Sono felicissima che ti sia piaciuto 🙂

  5. Con questo tuo articolo hai anticipato toni e temi di un mio articolo di domani, anche se l’argomento è un altro e la conclusione apparentemente opposta (ma, in realtà, no. Affatto).
    Più che altro hai tirato fuori il nome che è subito venuto in mente anche a me guardando il film di Garrone. Guillermo Del Toro è anche a mio avviso il riferimento principale dell’universo visivo di Garrone in questo film. Se ignorassimo il nome del regista e la sua storia potremmo quasi pensare ad un suo diretto allievo.
    Comunque il film è bellissimo. Io voglio una pulce da crescere. E sto ancora piangendo tanto per l’orco.

  6. Probabile diverrà un cult all’estero finalmente qualcuno che si occupa del folklore nostrano,anch’io vivo nel fantastico fuori dalla porta dl mio appartamento ci sono vecchie coni capelli scoloriti e visi grotteschi che bisbigliano……..

    1. Sì, io questo mi auguro, che sarà apprezzato fuori dai nostri confini…

  7. tullipan · · Rispondi

    è bello sentire un commento positivo entusiasta e sincero, per ora ho letto apprezzamenti di comodo (in vista del possibile premio) o stroncature.
    cerco di vederlo al più presto!

    1. Io amo molto Garrone, credo che sia l’unico, vero “genio” del cinema italiano. Con questo film ha dimostrato di sapersi muovere anche in registri narrativi che non aveva mai esplorato. Si è messo in discussione, ha rischiato e ha tirato fuori qualcosa di ottimo.

  8. Devo dire che, a causa del trailer, mi sento incerto verso questo film. Le immagini mostrate nel trailer sono bellissime ma il taglio (sia a livello di montaggio che di musica) mi sembra gridare “Oh mondo! Guarda come noi italiani siamo bravi a fare le cose poetichEH, altEH e delicatEH!” che è un atteggiamento del nostro cinema, figlio del “ogni film deve andare a parare in una allegoria/metafora/impegno del sarcazzo”, che mi provoca l’ulcera.

    Però sto sentendo parlarne bene da chi l’ha visto (e grazie di aver aggiunto a questa lista la tua voce), quindi mi sa che era il trailer ch’era fatto male. Gli darò una possibilità 🙂

    1. In realtà di ricerca del poetico all’italiana non ce n’è affatto. Ecco, non è un film che usa la scusa del fantasy per parlare d’altro. Si tratta di un fantasy che non si vergogna di essere tale.

  9. Mi rincuori sorellina. Ci speravo in questo film. Davvero. Perché Garrone è un signor registra e dai che quando diventi bravo, da noi rischi e se ti butti sul fantastico rischi dirci volte di più. Il primo paragone che mio è venuto in mente è stato il Gillian del Barone di Münchausen e qualcosa de la Storia Infinita. Prossima visione. Sicuro. Lo davano in multisala domenica ma avevo una missione: Miller.

    1. Sì, è vero, c’è Gilliam, ma c’è anche Greenaway e c’è molto cinema fantasy dei decenni scorsi. Pochissima roba recente, al contrario. E forse per questo funziona così bene.

      1. Greenaway è un altro gigante che si è perso un po’ di vista…

  10. Ok già volevo vederlo, ora mi hai convinto al 100%

    1. Corri, precipitati al cinema!

  11. Ho letto entrambe le rece, la tua e quella dell”amico acculturato” , non mi starò a dilungare troppo sul film dato che ne ho parlato da me da adoratore del testo originario che per altro possiedo in prima edizione italiana. Condivido il discorso sul contesto cultural/cinematografico che fate ma non basta il coraggio per una narrazione a livello di scrittura del film parecchio(ma parecchio) trasandata. Se ti interessa ,gradirei un tuo commento dopo la tua lettura della mia analisi barocca.

    1. Sì, ho letto, però sinceramente non vedo dove la narrazione sia sciatta a livello di scrittura. E non lo dici con esattezza neanche tu. Perché paragonare un testo del ‘600 alla sua versione cinematografica del 2015 non mi sembra troppo corretto, ecco. Era ovvio che ne sarebbe uscita una versione adattata ai tempi e ai gusti moderni, ma comunque radicata nel folclore.
      E a me sembra che l’operazione sia andata in porto, a prescindere dal coraggio.

    2. Però, ecco, ora che Silly mi ci ha fatto pensare, perché io sono troppo scema per capire, quelle virgolette mi sanno un po’ di presa per il culo di una persona di cui ho grande stima. E non è una cosa che mi faccia piacere leggere

    3. Nick Ignoro · · Rispondi

      Presumo di essere “l’amico acculturato” di cui sopra. Sono molto contento del fatto che tu possieda la rarissima copia in due tomi con annotazione crociana a seguito, però anche io faccio fatica a capire: dov’è la scrittura trasandata di cui parli? E perché il film mancherebbe di coerenza stilistica, e quali sarebbero i difetti interpretativi e scenografici? Perché l’ho letta ma mica ho capito, e si che sarei “acculturato”. Un abbraccio, ciao.

      1. Giocher · · Rispondi

        Sono dispiaciutissimo che tu abbia capito male sia quello che ho scritto qui che da me…1)Perchè le virgolette utilizzate servono a citare la tua definizione, che mettevo in evidenza per sottolinearne l’ironia che sembrava trasparire dall’utilizzo che ne facevi tu, tra l’altro…. 2) Sono stato invece piuttosto chiaro(e qui rispondo ad entrambi) nel fare un esempio immediato e collegato al fantasy, nella mia recensione..Dev’essere che vi è sfuggito, distratti dall’utilizzo pirla che faccio della sintassi…Eppure stava proprio lì al centro del tutto ,dove spiego che IRdR parte come una sequenza di un altro film (ISdA)molto famoso,e si sviluppa come se si trasformasse in un altro film molto famoso della stessa collana(LH)…A prescindere, nel parlare di “scrittura cinematografica” speravo fosse ovvio che non mi riferivo certo alla sceneggiatura, ma che, riferendomi al regista, indicavo l’intera architettura dell’opera e come ha scelto di edificarla.

        P.S. ti è sfuggito pure che ho esattamente affermato il contrario, rispetto alla scrittura di Basile, su quello che mi aspettassi al cinema.

        1. No, io questo l’ho capito… Quello che non comprendo è come il paragone con il signore degli anelli (che non ha, secondo me, alcun senso) potrebbe spiegare la debolezza dell’architettura dell’opera.
          Perché io non ho mai visto nulla di così distante da ISdA come il film di Garrone e non riesco neanche a vedere strutture simili.
          Non è proprio chiaro, o forse sono io che non capisco, dove fallirebbe Garrone nello stile e nella messa in scena. Perché non c’è una sola inquadratura del film che non sia esteticamente valida

          1. Giocher · ·

            Vedi? Hai letto ma non hai capito, io ero certo di sapere cosa ho scritto. Probabile tu debba rileggere, per capire che ti sei fermata ai titoli e non agli esempi.Comunque lasciamo perdere…Ho bell’e capito dove si va a parare.Grazie comunque.

          2. Stai sottilmente insinuando che non so leggere?

          3. Almeno questa recensione è scritta correttamente al punto da essere comprensibile.

        2. Nick Ignoro · · Rispondi

          Non ho mai visto nessun riferimento al signore degli anelli nell’impostazione narrativa, men che meno allo hobbit, né all’inizio e nemmeno nel prosieguo. Siamo su due mondi totalmente differenti, e non solo nell’ambito fantasy-cinematografico, ma proprio per impostazione autoriale, per ritmo, per svolgimento, per tematiche.
          (Per inciso: non me la prendo per l’acculturato tra virgolette, qualunque cosa volesse significare. Però ironia per ironia mi sembrava un peccato non intervenire allo stesso modo ed essere sottile, anche perché solo così posso dirmi “sottile”, il tessuto adiposo non me lo permetterebbe in altri casi. Mi avessi insultato la mamma, ecco, forse partivano i machete, ma nel caso penso proprio che sarei venuto a prenderti sottocasa col trattore.)

  12. Comunque l’amico acculturato messo tra virgolette, con saccente spocchia proveniente da chissà quale pianeta, è realmente acculturato (con la differenza che non se ne fa un vanto).

  13. Film imperfetto, sbilenco, con qualche lungaggine e alcune scene chiuse un po’ frettolosamente. Però è un film di una bellezza assoluta, che conferma il meraviglioso talento visionario di Garrone. Una partenza lenta e ipnotica, e un crescendo devastante di umorismo, sangue e cattiveria beffarda.
    Ovviamente un film italiano che non è un film comico demente, una commedia su quarantenni borghesi in crisi o un dramma sociale sulle badanti rumene getta nel panico pubblico e critica.
    Ciao

  14. Fra i primi meriti di Garrone: l’aver scelto come direttore della fotografia Peter Suschitzky, collaboratore di David Cronenberg da Inseparabili in poi – e quell’ “occhio” si vede eccome.
    Cito – perché la condivido in pieno – la recensione sinceramente entusiastica di The Guardian: “ci sono dentro Ovidio e la Bella e La Bestia e Hansel e Gretel. I Racconti Immorali di Walerian Borowczyk, Excalibur di John Boorman e In Compagnia dei Lupi di Neil Jordan. Ma anche Il Sacro Graal dei Monthy Python e … Shrek.”
    E’ davvero un film meraviglioso, perché in ogni momento ispira meraviglia.

  15. Detto sinceramente, non mi andava molto di vederlo. Poi, però, hai nominato Il labirinto del fauno…

    1. Sì, viene citato direttamente in una sequenza in particolare…

  16. Filobor7 · · Rispondi

    Io, proprio dalla collaborazione con suschitzky, ci vedo, estremizzando, un film alla cronenberg un po’ terrone(con tutto il positivo che sottende questo termine), inoltre ho adorato il suo essere in antitesi alle così dette favole dark Disney, il suo essere lontano dal buonismo, anzi è la quint’essenza del becero, l’esaltazione delle bassezze dell’uomo, dei suoi vizi, dei suoi egoismi(Gomorra non è così lontana…).
    Bellissimo e non solo visivamente, chi dice che non emoziona ha un cuore di pietra, la scena finale tra il bruto e la principessa è un tourbillon di colpi al cuore…
    Guillermo del Toro non lo avevo valutato ma in effetti il film da te citato(il labirinto del fauno) non era lontano da questa poetica.
    Bellissima critica.

  17. Secondo me è proprio un film da sostenere acriticamente, da andare a vedere due volte al cinema anche se non è piaciuto. Perché ogni euro di incasso in più per ‘Il racconto dei racconti’ è un ceffone a chi si ostina a girare film sulle coppie di quarantenni in crisi. E se non lo si va a vedere poi non ci si potrà più permettere di lamentarsi dei film suddetti.

    1. E infatti ha incassato poco, come volevasi dimostrare…

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