Alléluia

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Regia – Fabrice Du Weltz (2014)

Guardare un film di Du Weltz è sempre un’esperienza estenuante. E non solo da un punto di vista emotivo. Esci che sei stanco fisicamente, come se avessi percorso un centinaio di chilometri in bici e il tuo unico desiderio fosse quello di sdraiarti su un letto e dormire per le prossime dodici ore. Non so se sia un pregio o un difetto. Per me è un pregio, perché riuscire a creare un tipo di cinema così potente da far questo effetto allo spettatore è una cosa che riesce a pochi. Però comprendo anche la reazione opposta, ovvero il rifiuto. Persino io, che lo amo molto, devo prenderlo a piccole dosi, il buon Fabrice. Per esempio, sono riuscita a sottopormi a una seconda visione di quello che ritengo il suo capolavoro, Vinyan, solo dopo sei anni dalla prima.
Ciò che significa che rivedrò Alléluia nel 2019. Sempre se avrò il fegato di rivederlo.
Non è un problema di violenza. Sì, certo, è un film violento, ma non è quello il problema. Alléluia scava a fondo e senza pudori o reticenze in una serie di dinamiche teoricamente amorose, ma che in pratica con l’amore hanno pochissimo a che vedere e, pur utilizzando una vicenda estrema (anche se ispirata a fatti reali), parla di noi, di come viviamo i nostri rapporti nel quotidiano. Dicendoci tante cose brutte.
Non è quindi una love story Alléluia, ma il suo esatto opposto.
Cerchiamo di procedere con ordine, anche se non è facilissimo.

Du Welz e Lola Dueñas sul set

Du Welz e Lola Dueñas sul set

Gloria (Lola Dueñas) è una mamma single che lavora all’obitorio. Un’amica la convince a rispondere a un annuncio su un sito internet di appuntamenti e conosce Michel (Laurent Lucas, volto noto nel cinema di Du Weltz). Tra i due scoppia subito una grande passione e Gloria sembra rifiorire. L ‘avevamo vista così depressa e dimessa nelle prime scene del film, che ora è quasi una persona nuova. Ma Michel non è di certo il principe azzurro. Con una scusa, le chiede dei soldi e sparisce. A quel punto Gloria cerca Michel armata di una sua fotografia in vari locali notturni fino a quando non lo trova (mentre è impegnato a sedurre un’altra donna) e non gli propone di diventare sua complice. Si fingono fratello e sorella e, mentre Michel vorrebbe semplicemente continuare il suo “lavoro”, ovvero spillare denaro a signore sole e di mezza età, Gloria non sopporta che lui abbia rapporti con altre e, accecata da una gelosia morbosa, uccide la sua prima vittima dopo averla spiata fare sesso con Michel.
Il film è diviso in quattro atti, ognuno dei quali dedicato a una donna, una vittima della coppia. Il primo di questi porta proprio il nome di Gloria e segna la sua trasformazione da vittima remissiva in spietata carnefice. Anche Michel subisce una trasformazione. All’inizio credevamo che fosse lui l’elemento dominante tra i due e Du Weltz ci aveva illuso di portarci su strade già note, magari dipingendo una figura femminile disposta a tutto pur di avere accanto l’uomo che ama.
E invece no. La situazione è infinitamente più complicata (e sgradevole) di così.
Michel subisce i delitti di Gloria, in uno schema ripetitivo che è forse il punto più debole del film, ma è comunque essenziale per comprendere a fondo la psicologia di entrambi i personaggi. E lo schema è sempre identico a se stesso: Michel promette a Gloria che troverà un modo diverso per attuare le loro truffe ai danni delle benestanti signore, ma non resiste alla tentazione di sedurle, e quindi di esercitare potere su di loro. Al contrario Gloria sa benissimo che Michel non sarà in grado di mantenere la sua promessa e aspetta solo che la infranga per poi poter sfogare la sua furia omicida.
Un gioco delle parti basato soprattutto sull’esercizio del proprio potere sull’altro. Ecco la nozione di amore secondo la coppia assassina protagonista di Alléluia. Un amore che fa diventare il prossimo un semplice oggetto da utilizzare a nostro piacimento. E che questo prossimo sia una povera donna a cui spillare quattrini e da strangolare senza alcuna pietà, per poi sghignazzare sul cadavere ancora fresco (o cantare una canzone, succede anche questo) o la persona a cui siamo legati e che diciamo di amare (in un modo che nessuno potrà mai capire, mi raccomando), non fa alcuna differenza.

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Du Weltz, che è bastardo fino al midollo, ti fa seguire per 93 minuti la sordida vita di due personaggi nei confronti dei quali si può provare soltanto orrore. O pietà, se si è particolarmente ben disposti. Azzera completamente i fattori empatia e fascinazione, evitando con estrema cura qualsiasi spettacolarizzazione dell’atto criminale o qualunque forma di indulgenza con i suoi protagonisti. E, come già aveva fatto in Calvaire (altra opera sull’amore distorto, perverso e mal indirizzato) sottolinea il brutto, l’osceno, lo sgraziato. Il grande seduttore Michel è un omuncolo di mezza età, il volto segnato dalle rughe (evidenziate in continuazione da primi piani strettissimi), che celebra squallidi riti magici per far cadere le donne ai suoi piedi. E Gloria è niente di più e niente di meno di un predatore con gli occhi vuoti da squalo bianco.
Entrambi esistono in funzione dell’altro e si nutrono delle energie vitali dell’altro per sopravvivere. Come individui distinti e separati, semplicemente, non ci sono. Non hanno senso. Sono una gigantesca assenza.
E insieme, tutto ciò che sanno fare è uccidere e poi sghignazzare.
Ed è duro da digerire un film così. Come ho detto in apertura, si esce sfiancati e privi di energie.
Perché, grazie a una regia dove ogni inquadratura è pensata e a un montaggio dove ogni stacco è frutto di un pensiero ben preciso, Du Weltz ti fa entrare dentro l’anima oscura di Michel e Gloria.
Piuttosto ovvio parlare dei primi piani e dei giochi di sguardi. O dei due momenti di follia pura costituiti dalla rottura della barriera che separa il pubblico dal film prima, con la canzone cantata da Gloria, e dal parossismo tribale davanti al fuoco poi. Sono cose evidenti, anche forse didascaliche, se vogliamo.
Du Weltz è veramente enorme nel dirigere i suoi due attori. E loro lo sono altrettanto nel seguirlo. Spesso mi domando come deve essere per un attore interpretare dei personaggi così. Non tanto la fatica, quanto l’abisso in cui ti fanno sprofondare. Se io ho sofferto nel vedere Michel e Gloria, che diavolo si può provare a essere Michel o Gloria, anche solo per poche settimane?

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Contribuisce ad aumentare la sporcizia e la desolazione del tutto la scelta di Du Weltz di girare in pellicola, e in 16mm come se non bastasse. Ed è strano guardare quelle immagini così sgranate, così poco definite e tuttavia trovarle bellissime. Non ho alcuna intenzione di fare l’apologia della pellicola a scapito del digitale. Il digitale ha tanti di quei vantaggi, non solo economici, ma anche di natura artistica che è inutile contrapporre i due formati. Eppure una storia così poteva essere raccontata solo in questo modo, dandoti l’illusione di assistere a una specie di cronaca amatoriale e poi stordendoti con attimi di puro cinema.
Non è il film migliore di Du Weltz, Alléluia. Gli preferisco la gelida perfezione di Vinyan, che manteneva un equilibrio molto intelligente tra il punto di vista cerebrale della macchina da presa e la violenta emotività dei personaggi. Alléluia è un assalto, è una belva feroce e risulta meno controllata in sede di sceneggiatura. Ma tutta quella furia non era semplice comprimerla in una storia coerente.
Siamo sempre di fronte a uno dei più importanti registi del cinema (horror?) contemporaneo. Ben tornato, signor Du Weltz. Un po’ ti odio, ma mi eri mancato.

19 commenti

  1. Dal titolo sembra una biografia sulla vita di Leonard Cohen😉 Non lo conoscevo questo titolo e non credo di aver visto nessun film di Du Weltz, ne ho appena imparata un’altra, gracias!😉

    1. Eh, Du Weltz è un pazzo furioso e scatenato.
      Se vedi Calvaire, poi non torni più indietro😀

  2. Subito segnato tra quelli da recuperare!

    1. Se ti è piaciuto Calvaire, non puoi perderti questo

      1. Calvaire sì. Molto e poi sai che ho una passione per i cuginetti d’oltralpe… Sai che lo vedrei bene a dirigere un’adattamento di Masche?

        1. Ne verrebbe fuori una cosa malatissima, ma anche molto bella

  3. bradipo · · Rispondi

    È il film che stavo vedendo quando il computer ha deciso di non volerne più sapere di me e del cinema…sarà un segno del destino? Spero di recuperare nel weekend

    1. Ecco. Forse il tuo pc ti ha voluto preservare😀

  4. valu2009 · · Rispondi

    Io amo Du Weltz, è uno dei pochi registi davvero meritevoli di essere seguiti: fa pochi film, ma quando li fa ti squassa dentro (e mi ricorda un altro regista che adoro alla follia, anche lui non proprio prolifico, ovvero Agustì Villaronga). Calvaire mi aveva lasciato senza fiato, letteralmente, mai come per quel film si potrebbe spendere la sin troppo abusata locuzione di “pugno nello stomaco”, un film di una potenza strepitosa che è stato ficcato nel calderone della new wave horror francofona, quella inaugurata da Haute Tension di Aja insomma, ma che secondo me va decisamente oltre. E si è infatti visto con Vinyan, qui la parola chiave è disagio e morte, i colori sono lividi ed è una roba viscida fino al midollo, nera come la pece: se il black metal fosse un film, allora sarebbe Vinyan. Quindi Alléluia, che ho visto poco tempo fa, e che mi ha come sempre squassato. Sono d’accordo che dei tre film sia forse il meno riuscito (ma forse, perchè i film di Du Weltz ti crescono dentro come un cancro), proprio per quella ripetitività e schematicità che rischia di diventare noia, ma visto che il belga è un furbacchione noi ci fidiamo e sappiamo che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto apposta. Bella recensione, hai detto tutto tu benissimo, io a questo sarei solo curioso di sapere il rapporto (ossessione?) del regista con la religione visto che – a partire dal titolo, o dal nome della protagonista, ma del resto anche Calvaire sta da quelle parti – c’è sempre quel rosario in mano a Michel. Amen.

    1. Sì, il rapporto con la religione di Du Weltz è molto forte, ma è anche piuttosto criptico. Ed è forse più “spiegato” in Calvaire che qui. Sarebbe interessante davvero farci due chiacchiere e capire. Perché uno può interpretare quanto vuole, ma per quanto mi riguarda, resta un aspetto misterioso.

  5. Tante gente sto assieme per interesse .nel film è solo un caso più estremo………..

  6. sembra un bel film e anche la trama è ben fatta.
    lo cercherò.

  7. Giuseppe · · Rispondi

    Film davvero “sporco” – nel senso più esteso del termine – e bello difficile, vedo! Se Calvaire è un qualcosa che difficilmente si dimentica, mi sa tanto che Alléluia ha tutte le carte in regola per seguirlo a ruota. Con l’azzeccato 16mm di Du Weltz che ben si adatta alla storia e due prove attoriali sicuramente molto coraggiose (perché continuo a credere ci voglia una buona dose di fegato, oltre a una professionalità di ferro, per calarsi in certi personaggi)…

    1. Sì, non è per niente facile. Anzi, direi che è proprio ostico e respingente. E va benissimo così: dopotutto, parliamo di Du Weltz. E ci piace proprio per questo😉

  8. Blissard · · Rispondi

    Non sapevo fosse uscito. Grazie alla tua segnalazione l’ho recuperato e visto l’altroieri, con le aspettative a mille (Calvaire è a mio parere uno degli horror più significativi degli ultimi 15 anni, e Vinyan è incompiuto ma affascinantissimo).
    Devo dire che mi è piaciuto moltissimo l’apparato registico/visuale, ma ho riscontrato lo stesso difetto che avevo riscontrato a suo tempo in Vinyan: se Calvaire riesce a sopperire il fatto di non avere una trama intesa in senso convenzionale, Vinyan e Alleluia falliscono in tal senso, e soffrono la presenza di tempi morti.

    1. Forse Alléluia un minimo fallisce, ma non tanto per i tempi morti, quanto per la struttura che è molto ripetitiva. Certo, sarebbe stato complicato rendere la vita dei due personaggi senza quella struttura e quindi non so se lo vedo come un difetto o no. Devo ancora elaborare.
      Su Vinyan, non saprei: io credo dipenda da noi e da cosa percepiamo come tempi morti, perché io, sinceramente, non ne ho percepito neanche uno.

  9. hai fatto centro, il film è estenuante, le scene di violenza durano quanto dieci film coreani messi insieme. Non so se sia un pregio o un dieftto questa radicalità, l’ho messo a decantare nel retropensiero per almeno due settimane

    1. Io credo sia entrambe le cose. Oddio, sto diventando così cerchiobottista che spavento anche me stessa. 😀
      Mi spiego: la radicalità può essere percepita come un pregio o come un difetto a seconda del tipo di radicalità che uno digerisce.
      Per me la radicalità di Du Weltz è un pregio. Stessa cosa non posso affermare a proposito di altri registi radicali. Non saprei, io questo film non lo consiglierei a cuor leggero eppure penso che ogni amante del cinema dovrebbe vederlo.

  10. Dopo Calvaire ho giurato a me stessa che non avrei più visto film di Du Welz.Poi ho visto Vinyan e ho giurato che bla bla bla. Mi guarderò anche questo senza giurare, tanto so già che mi farà star male.

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