Found

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Regia – Scott Schirmer (2012)

Se esiste un sotto genere dell’horror che preferisco al di sopra di tutti gli altri, è quello dedicato al coming of age. Ma, proprio perché lo apprezzo così tanto, sono anche molto selettiva nei suoi confronti. Non è un genere facile e non basta mettersi lì a imitare King per tirarne fuori qualcosa di davvero buono. Anche perché la direzione presa da King per raccontare storie sul passaggio all’età adulta in chiave horror non è l’unica possibile. Non esiste solo una prospettiva venata di dolcezza e nostalgia. Esistono modi di crescere più brutali e traumatici, come per esempio, quello raccontato (su carta e su pellicola) in The Girl Next Door.
Ecco, se c’è un film a cui in parte è possibile accostare Found, esordio ufficiale in un lungometraggio del giovane regista Schirmer, è proprio The Girl Next Door. Non perché abbiano una trama simile, ma perché affrontano simili tematiche: l’incontro di un ragazzino di dodici anni con la violenza e, soprattutto, il suo atteggiamento e le sue scelte di fronte a essa.
Altro film con cui viene subito istintivo il paragone è Matinee, il gioiellino di Joe Dante (ne parleremo presto in maniera approfondita, giuro) su cinema e bomba atomica. Perché Found ha dalla sua una fortissima componente metacinematografica, che lo colloca in una particolare categoria dei coming of age horror, quella basata sui bambini appassionati di cinema horror e affini.
Insomma, alla sua opera prima, Schirmer si butta su un terreno scivoloso, abusato ai massimi livelli, a forte rischio stereotipo e banalizzazione: metacinema e passaggio repentino all’età adulta. Peggio di così c’è solo lo slasher autoreferenziale.
Però state tranquilli: Schirmer ha fatto un lavorone.

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Found è tratto dall’omonimo romanzo di Todd Rigney e ci racconta la storia del dodicenne Martin, appassionato di film horror, e della sua scoperta dell’hobby del fratello maggiore Steve, che sarebbe ammazzare la gente, soprattutto donne, soprattutto di colore, tagliare la testa alle proprie vittime e poi tenerla per qualche giorno in una borsa da bowling nascosta nell’armadio della sua stanza.
Martin è il ritratto perfetto del bravo bambino: prende bei voti a scuola, è sempre tranquillo, ha un buon rapporto con i genitori, anche se la sua fissazione per l’horror (sta anche disegnando un fumetto) li preoccupa un pochino. Ma tanto, si dicono, crescendo gli passerà.
Invece si preoccupano meno del fatto che Martin sia oggetto costante di crudeli dispetti e angherie di ogni tipo da parte dei suoi coetanei. E che persino il suo unico amico dopo un po’ preferisca mettersi dalla parte dei carnefici e iniziare a chiamarlo “checca” a ripetizione.
Stanco di subire, Martin porta il suo amico nella camera del fratello e gli mostra la testa staccata di fresco di uno dei bulli della scuola.
Ora Steve sa che il fratellino è a conoscenza delle sue abitudini e il rapporto tra i due cambia, fino a sfociare in qualcosa di molto brutto, inaspettato e doloroso.

La realtà vissuta da Martin, nel corso della sua vita quotidiana, non è affatto piacevole. È naturale per lui rifugiarsi nel mondo macabro ma tutto sommato rassicurante dei film dell’orrore. E non solo: l’horror è anche l’ambito dove il ragazzo esprime la propria creatività, lavorando a un fumetto dove due supereroi dispensano giustizia a colpi di machete.
Si nota che quella per il cinema dell’orrore e tutto ciò che gli gravita intorno, è una passione trasmessagli dal fratello maggiore, nei cui confronti Martin ha sviluppato una vera e propria venerazione. E non potrebbe essere altrimenti. È l’unico che lo ascolta, che lo protegge, che lo consiglia quando torna a casa dopo essere stato preso a pugni. Per questo, sulle prime, il fatto che Steve sia un serial killer sembra non disturbarlo più di tanto. L’uccisione del suo compagno di scuola prepotente e cattivo (anche lui di colore, è un dettaglio importante, su cui dovremo tornare) non fa che rinsaldare il legame tra i due fratelli. Steve ha nei confronti di Martin un atteggiamento minaccioso e protettivo. Lo rassicura che mai e poi mai gli farà del male, ma lo intimidisce, sfrutta le sue debolezze e le sue paure, lo manipola per averlo dalla sua parte e, soprattutto, per non farlo parlare.

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E fin qui, niente di nuovo. Abbiamo un personaggio che uccide prendendo spunto da uno slasher, un bambino che è testimone silenzioso, in parte affascinato, in parte disgustato, delle sue gesta, i sobborghi americani come ambientazione, dei genitori che ci provano a essere partecipi, ma sbagliano quasi ogni mossa e i film dell’orrore come evasione da una vita grigia e frustrante.
Interessante è il modo in cui il regista mescola tutti questi elementi classici.
Prima di tutto l’epoca della vicenda: non viene esplicitamente detto, ma è evidente che si tratta dei primi anni ’90. L’era dell’horror pre-Scream, insomma. Lo si nota non solo dall’assenza dei cellulari e dei computer, o dall’uso sistematico dei vecchi VHS, ma anche dalle numerose locandine appese nelle due stanze dei ragazzi, nessuna delle quali ha una data superiore al ’91.
La datazione è importante e non per gli ovvi motivi citazionisti, pur presenti. Si tratta di inserire i personaggi in un momento in cui il cinema dell’orrore non era ancora viziato da quella consapevolezza che avrebbe portato a riconoscerne ogni meccanismo e a replicarlo all’infinito.
Martin si immerge nell’horror con un atteggiamento ingenuo. Di totale fiducia. Assistere al film a cui si è ispirato il fratello e rendersi conto che il muro tra realtà e finzione è stato abbattuto, acquista  quindi una valenza traumatica di grande impatto. Tanto più che noi spettatori, forzati al punto di vista di Martin, non vediamo  mai, in campo, un omicidio compiuto da Steve. Vediamo solo spezzoni del film e, credetemi, ci basta e ci avanza, perché Schirmer calca parecchio la mano e costruisce delle sequenze ad alto tasso di gore, perversione e morbosità. Dato che, in quel momento noi “siamo” Martin, non riusciamo a percepire quelle scene come fittizie. Anche per noi spettatori viene a sgretolarsi la divisione tra realtà e fiction. E subiamo il suo stesso trauma.
Questo è metacinema. Anche nella sua forma più raffinata.

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Sono i negri, vedi, sono dappertutto, infestano ogni cosa, come dice papà: il centro commerciale, la chiesa, persino il governo. Non posso sopportarlo“. Così risponde Steve quando Martin gli chiede perché uccide la gente.
Fosse solo un interessante quanto sterile esercizio di riflessione sul cinema horror, non penso che ci troveremmo qui a parlare di Found.
L’horror, o meglio, il tramutarsi della vita di un bambino appassionato di film dell’orrore in un film dell’orrore, è in realtà un pretesto per scavare a fondo in alcune dinamiche sociali e familiari che, si vede, al regista stanno molto a cuore.
Soprattutto, Schirmer (e di sicuro il romanziere prima di lui) mostra interesse nel cercare di determinare le nostre influenze e la nostra capacità di scegliere, nonostante queste siano pesanti, invadenti, a volte soffocanti.
Martin, scisso tra ciò che il fratello cerca di “insegnargli” e ciò che lui stesso percepisce e sente come giusto, si troverà davanti a una scelta difficilissima e compiuta in totale solitudine. Dopotutto, in un ambiente dominato dal razzismo, dove l’insulto più usato è “checca”, dove l’alternativa a questo inferno è costituita dal dare di matto e decapitare persone (non a caso, devono essere quegli stessi “negri” tanto odiati da papà), un ragazzo come Martin, avulso da certe dinamiche, come può crescere?
Appunto. Non vuole crescere. Lo dice chiaramente la sua voce fuori campo all’inizio del film.
Ma gli tocca per forza. E allora brucia i suoi disegni, si scontra con il mondo degli adulti come se fosse un treno in corsa e la sua vita si trasforma nell’unica cosa in cui può trasformarsi: un film dell’orrore.
Non è così per tutti?

24 commenti

  1. Riassumendo “Must See”.

    1. Sì, avendo il dono della sintesi che lei possiede e io no❤

      1. Okay ecco a lei❤

  2. Tematica ghiotta e poi le storie anni ’90 hanno quel gusto nostalgico dei miei vent’anni che me le rendono particolarmente care.

    1. Sì, qui c’è una strana miscela di repulsione e nostalgia. E funziona. Come bonus, il film distribuisce una bella dose di cazzottoni nello stomaco. E ha un finale doloroso, ma molto coerente.
      Peccato che non ci siano sottotitoli in italiano

  3. Trama e immagini mi hanno messo un bel brividozzo addosso. Come ha detto il sommo Lupia, un must see. E chi sono io per tirarmi indietro?😀

    1. Assolutamente must see. E di brividi ne scorreranno tanti. Found è un film che fa paura sul serio. Ho ancora un bel senso di disagio e sporcizia addosso.

  4. Ma da noi usci mai? Ho visto che è del 2012 ma non ho rintracciato una data di uscita nelle sale. In ogni caso lo cerco. Fosse solo per la terza foto che hai messo!

    1. Non uscì e mai uscirà. Il film è del 2012 ma ha avuto una distribuzione solo nel 2014. E, a tutt’oggi, non esistono sottotitoli validi, neanche in inglese. Spero che prima o poi qualcuno lo sottotitoli in italiano, perché merita davvero.

      1. Quindi uno se lo può vedere solo in lingua originale e stop. Ottimo…

        1. Purtroppo per il momento sì. Io ho dovuto vederlo due volte per capire tutto. Ma ne è valsa la pena😉

  5. Guarda, ho smesso di leggere dopo il tuo paragone a “Matinee” di Joe Dante (Occhi a forma di cuore!) vado a cercarmi il film e poi ripasso, grazie per il consiglio, sei un pozzo di San Patrizio di titoli fighi😉 Cheers!

    1. Siamo qui per questo!😀
      Se non hai problemi a vedere i film senza sottotitoli, lo trovi facilmente😉

  6. Fra Moretta · · Rispondi

    Uno dei piccoli capolavori degli ultimi anni. La parte relativa ai problemi del protagonista con i bulli o i suoi genitori mi ha ricordato problemi simili che avevo anche io alla stessa età e vedere questo genere di situazioni trattate senza ipocrisia mi ha fatto piacere.

    1. Sì, quella parte è resa benissimo e ha ricordato anche a me alcuni episodi poco piacevoli della mia infanzia.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Già, chissà perché l’horror fittizio veniva considerato capace di far più danni della violenza – fisica, psicologica, REALE – perpetrata da bulletti vigliacchi e bastardi che, salvo (troppo) rari casi, veniva considerata alla stregua di una “ragazzata”…😦
        Qui non siamo proprio per niente dalle parti di Stand by Me (bulli permettendo): troppo duro, sgradevole e intelligentemente macabro per essere distribuito da noi. Spero almeno che dei buoni sottotitoli inglesi arrivino quanto prima, mi accontenterei…

  7. Sto cercando di trovare il tempo per finire di vederlo anch’io e scriverci. Mi hai anticipato, come al solito, accidenti!🙂

  8. Mammamia… credo ci vorrà un bel po’ di tempo per scrostarmi di dosso il malessere che mi ha provocato l’ultima parte del film. E anche il senso di colpa per aver quasi simpatizzato per Steve quando prende le difende del suo fratellino. Ma penso che proprio qui stia la bravura del regista: sedurti con l’illusione che le uccisioni siano frutto dell’idealismo, seppur perverso, di un vendicatore dei più deboli per poi buttarti addosso, come una secchiata di acqua gelata, la realtà: non esistono motivazioni “nobili” per queste azioni che son solo figlie della follia. É vero, un padre assente e razzista e una madre che cerca rifugio nella fede alla propria inadeguatezza non sono certo un terreno fertile su cui crescere. Ma se fossero solo queste le ragioni che portano ad uccidere brutalmente esseri umani, per quanto stronzi, credo ci saremmo già estinti da un pezzo. Ho avuto piuttosto l’impressione che Steve sia un catalizzatore di rabbia e odio e paure inespresse o represse a stento da chi gli sta intorno: risucchia e trasforma in azioni il razzismo del padre ma anche l’incapacità di Marty di reagire contro i suoi persecutori. Steve è il male nel senso più genuino del termine mentre Marty è la vittima più sola che abbia mai visto: è triste il modo con cui si aggrappa al fratello e finisce per giustificarne le azioni ed è straziante quando si accorge che Steve non è diverso dagli altri, e che, anzi, è proprio lui a tradirlo nel modo più brutale. La lucida riflessione conclusiva, nell’ultima sconvolgente scena è agghiacciante: un bambino che diventa adulto nel giro di una notte vivendo sulla sua pelle un incubo dal quale, probabilmente non uscirà mai più.
    Complimenti signor Scott Schirmer per aver realizzato uno degli horror più empatici che mi sia mai capitato di vedere.
    Di grande effetto anche la fotografia e le ambientazioni, di cui quella dei vagoni di una ferrovia abbandonata, trasformati da non si sa chi in Stanza delle Meraviglie/Tunnel degli Orrori, è magistrale e così piena di allusioni che meriterebbe una trattazione a parte.
    Mi ha dato fastidio invece il sonoro che in alcuni momenti finiva per sovrastare il parlato, già difficilino da capire (ho dovuto mettere dei subs in spagnolo!)
    Scusa la lungaggine di questo commento ma c’erano troppe cose che mi giravano nella testa da due giorni questa parte e avevo il bisogno di parlarne.
    Grazie per avermi fatto conoscere questo capolavoro, a breve farò una seconda visione, senza sottotitoli, perché ho l’impressione che ci siano un’infinità di cose che mi sono sfuggite.

    1. Io ho dovuto vederlo due volte, perché alcuni dialoghi erano incomprensibili. Mi sono messa lì, andando avanti e indietro, fermandomi più volte, aiutandomi con un file di sottotitoli in inglese, ma fuori synch e quindi inutilizzabile. Ma alla fine sono riuscita a comprendere più o meno tutto ed è stato devastante anche per me.
      Da star male per giorni. È un film che non offre risposte semplici, molto ambiguo, che ti intrappola e poi ti obbliga a venire a patti con la tua morale. Insomma, ti fa fare lo stesso percorso di crescita traumatica di Martin. A me, in molti punti, ha ricordato la poetica di Ketchum. Ora vorrei leggere il romanzo.

  9. ops, il lunghissimo commento sopra è mio, mi è partito in automatico l’accesso con un account vecchio come il cucco🙂

  10. eh sì, i riferimenti a Ketchum sono inevitabilim, ma mi ha ricordato anche i bambini di L’estate nera di Remo Guerrini, che in fatto di coming of age traumatici non scherza.
    Piuttosto, lo sapevi che che hanno fatto il film di Headless?

    http://www.fangoria.com/new/exclusive-big-batch-of-photos-from-found-follow-up-headless-premiere-news/

    1. Oddio! Sapevo che c’era l’intenzione di farlo, ma non avevo idea fossero arrivati addirittura a girarlo sul serio!

    2. Ecco, solo il trailer mi ha ammazzato

  11. ed è già reperibile!!! Stavo giusto meditando cosa guardare questa sera.

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