Proto Slasher: Reazione a Catena

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Regia – Mario Bava (1971)

I discorsi sulla paternità di un determinato genere sono spesso estremamente sterili. E sì, è una cosa che abbiamo già detto parlando del Giallo italiano. Che quella determinata categoria di film sia invenzione attribuibile quasi interamente a Mario Bava, penso sia una verità indiscussa e che nessuno abbia la faccia tosta di metterla in dubbio. Perché il Giallo ha una storia, se paragonata con quella del suo cugino di secondo grado slasher, molto lineare. Al contrario, lo slasher è figlio di innumerevoli autori, di innumerevoli influenze di natura non per forza cinematografica. E il suo sviluppo non segue una linea retta, ma si muove un po’ a zig zag, risucchiando spunti ovunque, come un gigantesco aspirapolvere che raccolga spazzatura in una casa non pulita da secoli. Ci si trova dentro di tutto.
Eppure alcuni frammenti saranno più grandi rispetto ad altri. E uno di questi frammenti, forse il più ingombrante insieme a Psycho e a Black Christmas, è proprio Reazione a Catena.
Insomma, non vorrei trasformarmi in una fan girl priva di spirito critico, ma c’è il forte sospetto che Bava, oltre al Giallo, si sia anche inventato lo slasher o che, almeno, sia stato il primo a metterne in scena gli elementi essenziali.
No, non è questione dell’ormai celeberrimo omicidio dei due amanti impalati, plagiato in seguito nel secondo film di Venerdì XIII. Sarebbe davvero superficiale voler ridurre la portata di un’opera come Reazione a Catena a quella singola scena. L’uso che ne è stato fatto in seguito è semmai indicativo di come quei volponi di Miner e Cunningham avessero ben chiari in mente i modelli di riferimento del genere.
Non si tratta neanche di voler fare del patriottismo. Non c’è molto da essere fieri di un paese che non riconosce i suoi talenti. Per cui no, non mi sentirete mai affermare che “noi” siamo stati dei pionieri in molti aspetti del cinema di genere. Non esiste nessun “noi”. Esistevano solo degli ottimi professionisti (in alcuni casi addirittura geniali) trattati alla stregua di bassa manovalanza, buona al massimo per piacere alle masse ineducate che i grandi intellettuali de noantri si erano auto incaricati di istruire.
Si tratta di celebrare i meriti di un regista che per il cinema dell’orrore ha fatto tantissimo. E a livello globale, non in questo putrido stagno.

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Bava è sempre stato umile ai limiti dell’autolesionismo nei confronti del proprio lavoro. Reazione a Catena è uno dei pochi film di cui si è sempre dichiarato soddisfatto. E non è difficile stabilirne i motivi. In quest’opera molto personale e, all’epoca, diversa da qualunque cosa fosse mai stato fatto in Italia, si ritrovano, organizzati in maniera coerente, tutti i tratti peculiari della sua poetica.
È il film più pessimista e lucido nel fotografare un’umanità avida e priva di qualunque valore, esposta come sempre da Bava al pubblico ludibrio, alla stregua di un entomologo con la sua collezione di insetti. C’è persino un entomologo tra i personaggi, che passa le sue giornate a catturare e poi a infilzare i coleotteri della baia dove il film si svolge.
Ma, e cerchiamo di fare molta attenzione a questo punto, il pessimismo di Bava non è mai scivolato in un comodo atteggiamento cinico. E c’è una differenza sostanziale tra le due cose. Bava si limitava a prendere atto, con dolente distacco, dello sfacelo che aveva intorno. Non ne ha mai partecipato e non ha mai ammiccato soddisfatto al pubblico, per farlo sentire giustificato o assolto. Ed è importante, perché è l’abisso che separa un macellaio del cinema da un grande autore.

Reazione a Catena è solo apparentemente un Giallo. Ricalca lo schema di base del genere e lo usa per andare in una direzione inedita. Elimina infatti, in partenza, la trama investigativa, da sempre elemento fondante degli altri film appartenenti al filone. Che si trattasse di poliziotti o di investigatori improvvisati (come in molte pellicole argentiane), lo spazio dato alla ricerca e scoperta dell’assassino aveva un forte peso specifico all’interno del Giallo all’italiana. In Reazione a Catena non solo viene cancellata ogni traccia di autorità costituita, ma i personaggi stessi non sembrano affatto interessati a indagare. La classica struttura del Giallo si tramuta quindi in un pretesto per mettere in scena un tutti contro tutti selvaggio e privo di freni, data l’assenza di una figura preposta a portare l’ordine. E ciò che si scatena nella “baia di sangue” del titolo internazionale è caos puro e semplice, dove non ci sono colpevoli, ma nessuno è davvero innocente.

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È quindi inutile, guardando Reazione a Catena, domandarsi chi sia effettivamente l’autore dei delitti che scandiscono l’incedere del film. È forse inutile parlare anche di una trama vera e propria. Siamo di fronte a uno spettacolo di miseria morale e di decadenza assolute, da cui non si salva neanche un personaggio.
Già questo potrebbe bastare per sottolineare quanto il lavoro di Bava sia stato determinante per indicare la strada allo slasher, il genere punitivo per eccellenza. Ma Reazione a Catena agiva, anni prima che lo slasher nascesse, a un livello più profondo. Non c’era il killer mascherato dispensatore di orribili castighi. C’era un ammazzarsi l’un l’altro per futili motivi, implicante una condanna completa di ogni comportamento mostrato in campo. Persone orribili che uccidono persone altrettanto orribili, in un teatrino della crudeltà che si faceva addirittura satira sociale raffinatissima.
Lo slasher ha pescato gli aspetti più evidenti e semplici dell’opera di Bava. Non è mai riuscito a replicarne le implicazioni profonde. E, in questo senso, Reazione a Catena rimane un prodotto unico. Non esiste un film che gli assomigli davvero. Esistono solo film che lo hanno copiato.

Entrando nel dettaglio, lo slasher ha ripreso da Reazione a Catena prima di tutto l’ambientazione: sistemi chiusi e autosufficienti, perfetti per inscenare un assedio, luoghi in cui spostarsi da un punto all’altro è semplice e veloce (non possiamo mai sapere dove si trovi l’assassino, potrebbe essere ovunque)  e dove gli eventi si svolgono molto rapidamente, spesso nello spazio di una sola giornata. Se ci pensate, quasi tutti gli slasher seguono questo schema. La Crystal Lake di Venerdì XIII è quasi una replica esatta della Baia di Reazione a Catena. Ma anche Haddonfield ha le stesse caratteristiche, sebbene meno esplicite.
C’è poi la natura stessa degli omicidi. La cui resa estetica non ha molto in comune con il classico Giallo. Il Giallo è un genere sadico. Lo è a partire proprio da Sei Donne per l’Assassino (la stufa, l’armatura). L’attenzione è posta sul grado di sofferenza inflitta dall’assassino alle sue vittime. Reazione a Catena non è così. Ogni delitto è sì brutale, ma avviene in un lampo, quasi a sottolineare la distanza e l’indifferenza del killer dalle sue vittime. E negli slasher, nonostante la violenza e nonostante la ferocia dei vari uomini neri protagonisti, uno degli elementi che contraddistingue i vari Michael e Jason è proprio l’indifferenza nei confronti delle persone che uccidono. Carne da macello e niente altro. Proprio come, per esempio, i ragazzi (forse prima volta che compaiono degli adolescenti festaioli e vacanzieri in un prodotto di questo tipo. Segnate sul taccuino dei debiti a Mario Bava) che casualmente si ritrovano sulla scena della mattanza e vengono fatti fuori uno dietro l’altro, neanche fossero (di nuovo) insetti.

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E tuttavia, anche qui, le strade di Reazione a Catena e degli slasher che ne hanno preso spunto divergono su un punto sostanziale: le motivazioni. I killer degli slasher uccidono per svariati motivi, dal gusto di uccidere fine a se stesso, ai traumi infantili, passando per improbabili vendette, ossessioni puritane e grossi problemi di identità sessuale. Poi sì, con l’avanzare dei seguiti, queste motivazioni si riducono a pretesti e si arriva a giocare col soprannaturale in più casi. Ma, alla base, c’è un bel campionario di patologie mentali.
Bava sembra mutuare dal Giallo il denaro come causa principale degli omicidi. Ma poi, per usare un gergo strettamente tecnico, se ne fotte e fa partire l’effetto domino (o la reazione a catena) scaturito dal primo atto violento. Un effetto inarrestabile e privo di vere e proprie motivazioni. La trama sull’eredità è piuttosto e credo volutamente, debole. Ma la si perde per strada molto presto. C’è una generica avidità che accomuna i personaggi e che serve come filo conduttore. Da un certo punto in poi, si uccide quasi per inerzia, perché non esistono alternative se non la violenza. È in questo vuoto che si innesta il finale shock del film, dove la reazione a catena termina per noi spettatori, ma continua oltre lo schermo. E la violenza appare come un qualcosa destinato a infettare il mondo intero.

18 commenti

  1. Siamo in vena di pietre miliari stamattina 😉 Ottimo film, ottimo commento, a volte in questo strambo paese a forma di scarpa, ci dimentichiamo di aver avuto uno come Marione Bava, che per quanto mi riguarda è tra i migliori di sempre. Mi hai fatto tornare la voglia di vedermi il film… Cheers! 😉

    1. Eh sì, avendo deciso di parlare dei proto slasher, questo non potevo farmelo mancare.
      Non solo ce ne dimentichiamo, ma anche quando era vivo, lo abbiamo sistematicamente ignorato.
      Perché siamo delle scarpe a nostra volta

  2. Da noi derisi e dagli altri copiati di Bava ho visto solo Diabolick e Blastfighter,e del figlio La casa dell’orco(Sabrina Ferilli coi ciglioni),settimana scorsa mi sono riguardato La casa delle finestre che ridono di Avat(capolavoro)i.l’unico che fatto film di genere negli ultimi tempi e Zampaglione(almeno gli hanno fatti uscire al cinema),e altri non godono dei fondi che danno ad Argento per fare schifezze(ah la mantide) di cui ho visto un pezzo Del fantasma dell’opera(Bleah!!).
    Un saluto Lucia

    1. Oddio, Lamberto non è proprio all’altezza del padre. Anche se il suo Demoni è sempre una delizia da vedere

  3. Daniele Volpi · · Rispondi

    Considerando quanto già abilmente sviscerato sopra dalla nostra padrona di casa, “ecologia di un delitto” (altro nome della pellicola, ne ha visti passare un’infinità…) sembra piuttosto un noir molto, molto pesante e complesso, psicologicamente parlando.

    Non è importante sapere chi, ma perché, quali sono le motivazioni che spingono al massacro (fondamentalmente il denaro e l’evitare di essere scoperti) ed il film si snoda in una sorta di ricerca naturalistica sui vari personaggi che sfilano davanti agli spettatori…
    Ricerca che dimostra quanto nera e abbietta possa essere l’anima dell’umanità.

    Per non parlare dell’intuizione finale del regista che ‘punisce’ i sopravvissuti in maniera magistrale!

    Decisamente “il” proto-slasher per eccellenza.

    Pace profonda nell’onda che corre

    1. Io ho sempre pensato che horror e noir fossero due generi gemelli. O che almeno arrivassero quasi alle stesse conclusioni

  4. Alessandro Cruciani · · Rispondi

    splendido e folgorante. Questa fu la mia impressione quando lo vidi per la prima volta anni fa. Dovrei rigustarmelo, ma ho sempre troppo poco tempo 🙂

    1. Splendido e folgorante sono esattamente gli aggettivi adatti per descrivere questo film 😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E questo tuo eccellente post – che a Marione nostro sarebbe di sicuro piaciuto – è adatto a ricordare questo film esattamente come merita di essere ricordato 😉
        Un grande Bava cruento e raffinato allo stesso tempo, capace davvero di una satira sociale al sangue… mi chiedo quanti, all’epoca, avessero non dico apprezzato ma anche solo capito davvero quest’aspetto.

        1. Sicuramente pochi intellettuali, tutti presi a contare omicidi e seni esposti…
          Ma che ci vogliamo fare, purtroppo le cose sono andate così. L’importante è che questi film siano rimasti a testimonianza del lavoro di un regista immenso, obbligato sempre a lavorare in pessime condizioni…

  5. visto anni fa…che lo slasher debba molto a Bava non è in discussione…come pure che Bava si muovesse su ben altri livelli…grandissimo…

    1. Già, peccato che ce ne siamo accorti tutti troppo tardi.

  6. davvero una bella analisi di questo film-caposaldo.
    Complimenti.

  7. Blissard · · Rispondi

    Complimenti, analisi interessantissima come sempre.
    L’enorme influenza di RaC sul cinema horror successivo si spiega, a mio parere, per il fatto che si situa come opera di confine, che scardina in maniera subliminale le consuetudni del Giallo (molte delle quali poi, a ben guardarle, saranno anche quelle dello slasher a venire) e prospetta la fase più propriamente onirico/fiabesca che parte da Profondo Rosso (capolavoro, ma uscito ben 4 anni dopo) e ha pieno fulgore con Suspiria (senza considerare Lisa e il diavolo dello stesso Bava, che per via delle note vicende produttive non ebbe lo stesso impatto dei film argentiani).
    Conosco poco delle idee politiche di Bava, ma il finale del film mi dà l’impressione di essere molto impregnato di cultura sessantottina. Sicuramente si tratta di una mia forzatura, molto probabilmente del tutto priva di fondamento, ma permettetemi di sognare 😀

    1. Ma anche in Shock, per dirne uno, Bava usa il Giallo per fare tutt’altra cosa. E lo accusarono addirittura di aver “copiato” Argento quando era l’esatto contrario.
      Sulle idee politiche di Bava non so dirti nulla neanche io. Dovrei chiedere in giro a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo…

  8. Che dire?? Analisi perfetta del mio film preferito, diretto dal mio regista preferito… con un finale senza pari per chiunque altro regista…
    Eviterò ogni commento nostalgia e paragone con l’imbarazzante situazione attuale…
    Mi tolgo il cappello e vado a rivedermi questo masterpiece… tutto il resto sono chiacchiere…

    1. Grazie! E grazie soprattutto per voler evitare la deriva nostalgica. Il cinema di Bava è lì e non ce lo toglie nessuno. Siamo fortunati ad amarlo.

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