Cinema Atomico 3: L’Ultima Spiaggia

8L9IjTHJqVA9zRiC20WfFKQRDWT
Regia – Stanley Kramer (1959)

Quando si parla di terrore nucleare messo in scena dal cinema adottando un punto di vista minimalista, On the Beach è forse il primo film che viene in mente. Il romanzo di Neville Shute da cui è tratto era uscito nel 1957. Kramer produsse e diresse il suo adattamento, coinvolgendo Gregory Peck, da sempre un accanito oppositore delle armi nucleari, nel progetto e dandogli il ruolo di protagonista.
Shute, che a questa trasposizione deve la sua fama internazionale come scrittore, detestò il film e sembra se ne sia lamentato fino al giorno della sua morte. Lo stesso Peck non apprezzò molti dei cambiamenti fortemente voluti da Kramer al testo originale, il più importante e decisivo dei quali riguardava il rapporto tra il suo personaggio e quello interpretato da Ava Gardner. Chi dei due, tra il regista e il romanziere, avesse ragione, è una cosa che non sono in grado di stabilire. Sono due opere che partono da identici presupposti e che divergono in un punto fondamentale, arrivando a conclusioni simili, ma non del tutto identiche, sul finale. Forse il romanzo è ancora più estremo rispetto al film, che riesce a sfumare ad ammorbidire, in parte, l’angoscia mortale derivante dall’ineluttabilità della nostra estinzione. Non perché Kramer abbia inserito chissà quale barlume di speranza nel suo film, o perché la critica all’utilizzo di armamenti sia meno corrosiva. In realtà, Kramer ha solo spinto un po’ più forte sul fattore sentimentale. Cosa che mandò in bestia Shute, ma che rese di sicuro il prodotto più fruibile a un pubblico di massa.
È pur vero che l’inserimento di una love story dove non doveva esserci, per ragioni narrative ben precise, ha modificato il senso profondo del romanzo. E tuttavia questo non pregiudica l’impatto di un film che, anche a così tanto tempo dalla sua realizzazione, riesce a terrorizzare come poche altre opere sull’argomento.

beach

La terza guerra mondiale è scoppiata e hanno perso tutti. L’intero emisfero settentrionale è stato devastato e non è rimasta alcuna forma di vita. La nube radioattiva si sta spostando verso sud e Melbourne è l’ultima grande città ancora abitata. Ma è solo questione di tempo prima che i suoi abitanti vengano colpiti dalle radiazioni e muoiano anche loro. La Marina australiana capta un segnale radio proveniente da San Diego e uno scienziato teorizza che forse la nube radioattiva possa essersi dispersa grazie agli agenti atmosferici e che quindi non debba mai arrivare fino a Melbourne.
Un sottomarino americano, guidato dal capitano Dwight Towers (Gregory Peck), ha il compito di navigare verso nord e accertarsi della natura di questo segnale. A bordo ci sono anche l’ufficiale di collegamento australiano Peter Holmes (Anthony Perkins) e lo scienziato Osborne (Fred Astaire).
Seguiamo la vita quotidiana di questi personaggi, prima e dopo la missione, e in particolare assistiamo alla nascita di una relazione tra Dwight e Moira (Ava Gardner), una donna del posto presentata all’ufficiale da Holmes e dalla moglie durante una festa.

L’umanità, o quel poco che ne resta, è obbligata a fare i conti con una presa di coscienza spietata della propria mortalità. Avere di fronte a sé pochi mesi (On the Beach si svolge da gennaio a settembre) e non poter fare nulla per evitare di ammalarsi e poi morire intossicati dalle radiazioni. Aggrapparsi a qualche piccola speranza (forse la nube è stata dispersa dal vento e dalle piogge, cosa sarà mai quel segnale radio) e, contemporaneamente trovarsi alle prese con la complessa gestione della propria fine. Non c’è un colpevole preciso, perché non si sa bene come sia iniziata o perché, la guerra nucleare. Forse, si mormora, è stata addirittura un fatto del tutto accidentale.
E qui si notano le prime discrepanze con il romanzo che, al contrario, attribuiva le responsabilità in maniera piuttosto chiara. Però la mancanza di una colpa ben precisa è forse ancora più straniante e  rende ancora più violenta la critica di natura politica. Non ha infatti importanza chi dia inizio alla reazione a catena. Al centro dell’accusa c’è l’esistenza delle armi nucleari in quanto tali. Ed è spaventoso concepire soltanto l’idea che chiunque possa spingere quel bottone per primo e determinare quindi la fine del mondo con un solo gesto.

MBDONTH EC055

Se parliamo di paura (e questa è una rubrica dedicata alla paura), L’ultima Spiaggia è un concentrato puro di terrore. Estremamente sottile e graduale, proprio come le radiazioni che si diffondono progressivamente nell’aria. Non è la paura di qualche insetto mutante, o delle razzie di un’umanità allo sbando in un deserto post atomico. Si tratta di un modo molto peculiare di declinare i timori di un’epoca e anche parecchio coraggioso. La paura, in questo film (e nel romanzo), si insinua tra i gesti quotidiani come guardare il calendario, andare a ballare, scaldare il biberon per la propria figlia. Si va a infilare nella vita che nonostante tutto prosegue con i suoi soliti ritmi, magari un po’ più lenti data la scarsità di petrolio e gli spostamenti che avvengono in bicicletta o su carri trainati da cavalli. Le persone non smettono di amare, non smettono di prendersi cura di chi gli sta vicino, non smettono di fare progetti, per quanto a breve termine, non smettono di avere speranze e illusioni, di voler allacciare rapporti umani. E sembra quasi di sentirlo, lo scorrere del tempo, inesorabile, come un orologio interiore che scandisce i minuti che ancora ti restano da vivere.

In questo, film e romanzo sono molto simili, quasi identici: raccontano di brava gente che fronteggia la morte con dignità, ogni personaggio a suo modo, certo, ma quello che resta impresso è proprio questo senso di dignità umana che contraddistingue i protagonisti (e tutti i comprimari, persino le comparse agli angoli dello schermo): dal marinaio che sceglie di disertare per morire a casa sua, al vecchio ufficiale che passa i suoi ultimi istanti brindando con la sua fedele segretaria. Persino quello che sembra il personaggio più fragile, la moglie di Holmes, nel finale trova la forza di accettare la fine e prende le pillole per il suicidio che il governo australiano ha messo a disposizione dei suoi cittadini. E questa forza la trova ricordando il giorno in cui ha incontrato per la prima volta il marito, una mattina di tanti anni prima, sulla spiaggia (da qui il titolo originale).

On-the-beach
Ecco, grande attenzione al lato sentimentale, dicevamo prima. Un’attenzione che nel romanzo assume altre sfumature, sicuramente più sfaccettate, che in un film vanno per forza di cose fatte oggetto di semplificazione. E Kramer semplifica il complesso rapporto tra il capitano Dwight e Moira tramutandolo in una storia d’amore, assente nel romanzo, dove Dwight sceglie di restare fedele alla moglie, pur sapendola morta negli Stati Uniti. È comprensibile il livore di Shute nei confronti del film. Lui voleva parlare di un sistema di valori etici che resistono anche quando il mondo si avvia verso la fine. Kramer la butta sulla più facile e immediatamente comprensibile capacità dell’amore di sbocciare anche in condizioni così estreme.
Eppure il messaggio arriva forte e chiaro in entrambi i modi: viviamo sull’orlo di un abisso e tutto ciò che di bello abbiamo, potrebbe essere spazzato via in un lampo. Per una coincidenza, per un caso, o per responsabilità di uno stato in particolare. Ma, e questo non toglie un grammo del terrore che si prova di fronte a quei panorami deserti e davanti a quelle facce che si sforzano di sorridere e andare avanti, la bellezza dell’umanità resiste all’orrore fino agli ultimi respiri.
Non credo che un film come On the Beach potrebbe essere soltanto concepito, figuriamoci girato, oggi. Era una strada poco battuta anche negli anni ’50, quella di raccontare lo sgomento e l’impotenza delle persone comuni davanti alla bomba con dei toni così pacati e anti spettacolari.
Rimane come una testimonianza di un momento storico in cui si viveva all’ombra della possibilità concreta che i fatti narrati nel libro e nel film si verificassero realmente. Il cinema, attraverso lo sguardo unico di un regista come Kramer (guardatevi i piani sequenza girati all’interno del sottomarino, o la disposizione dei personaggi nelle inquadrature che pare un balletto), non è mai stato così nudo ed essenziale nel raccontare un incubo.

15 commenti

  1. Ogni volta che provo a.immaginare uno scenario del genere mi sembra di impazzire. L’idea della fine che arriva ineluttabile,noi che siamo convinti di poter sconfiggere tutto sotto sotto (ed è questo che ci fa andare avanti), non la possiamo proprio accettare.
    C’e qualche relazione tra questo titolo è The finale hours? Non li ho visti entrambi ma dalle trame si direbbero collegati (anche perché se ricordo bene in entrambe le pellicole è l’Australia a essere scelta come punto finale della vita umana).

    1. Sì, These Final Hours ha più di un punto (e di una citazione) in comune con On the Beach. Solo che lì è un asteroide, qui la terza guerra mondiale.
      Ed è sempre l’Australia l’ultimo avamposto.
      These Final Hours ti consiglio di vederlo. Ma sempre se sei di ottimo umore, ecco. Se lo guardi da depresso è la fine😀

  2. Il film è These final hours, dannato correttore del Kindle…

  3. Concordo è un film fondamentale, soprattutto originalissimo allora, se uscisse oggi uguale identico, sarebbe ancora avanti di 20 anni. Ottimo commento come al solito. Cheers!😉

    1. Ma non lo farebbero mai uscire perché sarebbe troppo avanti😀
      Grazie!😉

  4. A proposito di The Final Hours e di depressione, anche questo sembra essere buono per strappare calde lacrime d’angoscia, eh.
    Bello, mi sa che lo recupero… anche perché avrei voglia di vedere un Anthony Perkins un po’ diverso dal solito Psycho🙂

    1. E il ruolo di Perkins qui è davvero intenso. Fa un certo effetto vederlo al di fuori del personaggio che gli è rimasto appiccicato addosso tutta la vita

  5. Mi è bastato un documentario su Chernobyl per vedere una scenario del genere ,anni fa ho conosciuto un signore che era stato amico di Walter Chiari(uno dei mariti di Ava Gardner).

  6. Daniele Volpi · · Rispondi

    Se a qualcuno interessa, il libro da cui è tratto questo film è in edicola in questi giorni, quindi possiamo recuperarlo (con una traduzione decente, spero)….

  7. Se lo rifacessero oggi… beh, lo hanno rifatto.
    Nel 2000, unaminiserie con Armand Assante al post di Gregory Peck (oh, mamma) e Rachel Ward al posto di Ava Gardner.
    E se la trama segue decisamente quella del film di Kramer, la storia, ambientata nel 2006, aggiunge un elemento che ci è tristemente familiare, oltre ad essere stupidamente prevedibile – l’ordine sociale collassa. Non più gente che affronta con dignità la fine, ma i soliti cittadini idioti che davanti alla tragedia si fanno prendere dal panico e sfasciano tutto.
    In meno di cinquant’anni, la nostra fiducia nella società (o per lo meno la fiducia degli sceneggiatori nella civiltà) è stata azzerata. Condiseriamo tutti i nostri simili – e noi stessi, ovviamente – degli idioti privi di principi.
    Anche in faccia alla morte inevitabile.
    Shute l’avrebbe odiato ancora di più.

    1. Fortuna che Shute è morto nel ’60 e non ha dovuto assistere allo scempio. Avrebbe rimpianto tutta la sua carriera da ingegnerie.
      Sapevo del remake, ma non ho mai voluto vederlo, per principio. Mi urtava solo l’idea di qualcuno al posto della Gardner e di Peck.

  8. Giuseppe · · Rispondi

    No, nemmeno io credo si potrebbe pensare a qualcosa come On the Beach, di questi tempi. Rimanendo d’attualità la mancanza di un colpevole ben definito – e qui forse Kramer è stato più lungimirante di Shute – tutto il resto tenderebbe a essere raccontato in modo diverso: quel sottile ma sempre più incombente terrore, quella composta dignità dell’essere umano – e dei suoi sentimenti – messo di fronte ai suoi ultimi giorni rischiano di essere qualcosa di parecchio spiazzante per lo spettatore contemporaneo (abituato a vedere la materia trattata in modi più brutali ed espliciti). A meno di non trovarsi davanti a delle eccezioni come These Final Hours, che sotto certi versi si può considerare una sorta di versione aggiornata del capolavoro di Kramer…

    1. Sì, è vero: These Final Hours ha tanto in comune con On the Beach. Ma è molto più individualista, mentre il film di Kramer mantiene sempre un tono corale.
      È un film austero, non diventa mai malodrammatico, è estremamente misurato.
      Cinema d’altri tempi…

  9. Bello, devo vedermelo

  10. M’è venuta voglia di vederlo.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: