Cinema degli Abissi: Sea Fog (Haemoo)

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Regia – Sung-bo Shim (2014)

Che il mare sia una bestiaccia infida e crudele, dovreste esservene accorti se poco poco seguite la mia rubrica dedicata ai film abissali. E, anche se non la seguite, è un concetto che penso si stampi in testa a chiunque guardi, anche una sola volta nella sua vita (pure da lontano), una mareggiata. O si sia ritrovato all’improvviso stanco, dopo una nuotata a largo, con la corrente contraria. Il cinema, sulla cattiveria (che poi è indifferenza) dell’oceano, ci ha costruito sopra delle vere e proprie sinfonie epiche. Rubacchiandole il più delle volte alla grande letteratura. Perché il rapporto che si instaura tra il mare e gli uomini che lavorano al di sopra e al di sotto della sua superficie, è sempre fonte di ottime storie.
E i pescatori potrebbero raccontarvene di ogni. Loro, il mare, se lo vivono in un modo che noi comuni mortali non potremmo neanche lontanamente sospettare.  E si tratta quasi sempre di un brutto vivere.
Tutto questo per introdurvi il film che andiamo a presentare oggi, un’eccezione su questo blog: penso sia la prima volta in assoluto che mi occupo di un film orientale (Snowpiercer, Stoker e The Last Stand non contano: erano tutti film di produzione americana). Questo non perché io non ami il cinema orientale, ma perché mi trovo sempre in gravi difficoltà quando si tratta di recensirlo. Non è il mio campo da gioco, insomma, mi ci avvicino con circospezione.
Eppure ci sono dei motivi perché ho deciso di sbloccarmi anche su questo argomento. Il primo è ovviamente il mare e non c’è neanche bisogno di spiegarvelo. Il secondo è che alla regia di Sea Fog troviamo lo sceneggiatore di Memories of Murder e, a scrivere il film insieme a lui, nonché a produrlo, c’è proprio il signor Joon-ho Bong, che fa da mecenate al suo amico per la sua opera prima.

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Un peschereccio da rottamare, con un equipaggio di disgraziati all’ultimo stadio e un capitano che rischia di perdere la nave. Questa l’ambientazione di Sea Fog, quasi tutto girato a bordo, con una brevissima parentesi a terra all’inizio e un’altra, ancora più breve, alla fine del film.
Il capitano, per non mandare alla malora il lavoro di tutta una vita, accetta un incarico illegale e pericoloso: trasportare degli immigrati clandestini in Corea del Sud, alcuni cinesi, altri nord coreani. Prende il lavoro senza neanche avvisare la ciurma, che però accetta, data la concreta possibilità di finire tutti a spasso.
Durante l’operazione d’imbarco dei clandestini, una giovane donna cade in mare e il novellino dell’equipaggio si tuffa e le salva la vita. Tra i due si crea quasi subito un legame affettivo e il ragazzo la nasconde in sala macchine, per evitarle di crepare di freddo sul ponte e di doversi infilare nella fetida stiva per il pesce, nel caso in cui incrocino altre navi, o che la guardia costiera decida di farsi un giretto sul peschereccio. Ora, questo è un dettaglio importantissimo, anche se pare di scarsa rilevanza.
Per la prima ora, il film scorre su binari piuttosto classici, sebbene molto piacevoli. Shim è un regista solido ed esperto. Non sembra quasi si stia parlando di un esordio. È molto bravo a trasmettere il senso di precarietà assoluta che si prova su un trabiccolo perso in mezzo al mare. E la costruzione del set contribuisce molto: ruggine dappertutto, chiazze d’olio, attrezzature vecchie. Ti sembra quasi di sentire la puzza insopportabile che attanaglia persone e cose.
Ma, lo ribadisco, lo sviluppo della trama, all’apparenza, è scontato. E pare muoversi in direzioni altrettanti scontate.
E a questo punto che Bong e Shim iniziano a giocare sporco. E, in circa due minuti e mezzo, ti tolgono a forza di calci in faccia la voglia di vivere. Sea Fog cambia pelle e diventa uno dei noir più cupi e disperati degli ultimi anni. Uno di quei film messi insieme, pezzo per pezzo, con lucidità e calcolo solo per farti stare malissimo. Ma realizzati con tanta classe da farti godere ogni istante del tuo dolore.
Bastardi coreani.

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A differenza di Bong, che è funambolico (ma comunque rigoroso) dietro la macchina da presa, Shim è più normalizzato, gli manca (forse ancora per poco) la zampata del genio. Ma, come scrittore, ti inchioda alla sua storia e ti porta esattamente dove vuole lui, senza che tu faccia in tempo a renderti conto del buco infernale in cui ti sta trascinando. Ci si sente un po’ presi per i fondelli, ma è un bellissimo essere presi per i fondelli.

Sea Fog ha molti punti in comune con un altro film abissale di cui ci siamo occupati poco tempo fa (e che è in sala proprio in questi giorni), Black Sea: entrambi i film raccontano di capitani ridotti allo stremo e costretti a fare cose molto oltre i limiti del comune senso morale; in entrambi i film si assiste a una progressiva spirale di violenza autodistruttiva e di guerra totale tutti contro tutti, in condizioni estreme; soprattutto, entrambi i film dipingono con efficacia il modo brutale in cui l’essere umano si trasforma, se gli togli qualunque speranza e lo riduci a una bestia che smania per il terrore di perdere i più rudimentali mezzi di sussistenza. Lotta per sopravvivere in tempi di crisi, in poche parole. E le sue conseguenze più atroci.
Ma Sea Fog è molto più spietato, molto più nero del suo collega britannico. E non concede nulla, non si ferma davanti a nulla e colpisce come un fabbro ogni punto debole a sua disposizione. Fino agli ultimi secondi non avrete nulla a cui aggrapparvi. Proprio come l’equipaggio del peschereccio in questione.

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Se proprio devo trovargli in difetto, il film è parecchio deficitario nel reparto personaggi. L’unico appena più approfondito è il capitano della nave, ma non lo è abbastanza da renderlo un carattere sfaccettato e comprensibile. Alcune sue azioni avvengono un po’ a casaccio, per far avanzare la storia e condurla dove vogliono gli sceneggiatori. Ovvero, sotto una montagna di merda.
Ma va bene anche così. Sea Fog dura quasi due ore e passa via in un lampo, nonostante le secchiate di pessimismo cosmico puzzolenti di pesce e gasolio riversate addosso agli spettatori. Perché è (anche) intrattenimento d’alta scuola.
E poi c’è la nebbia del titolo, che circonda il peschereccio nella seconda parte del film: una cappa di isolamento che ci fa sentire all’improvviso piombati in un’altra dimensione, dove tutto è lecito e dove la vita umana vale quanto quella di un carico di merluzzi.

19 commenti

  1. Per prima cosa “Bastardi coreani.” Mi ha fatto scoppiare a ridere, perché come ci prendono a calci i Coreani al cinema lo sanno fare in pochi😀 Concordo su tutto, i personaggi sono caratterizzati pochino, ma ogni volta che pensi di aver capito dove sta per andare la trama, Bong e Shim ti tirano uno schaiffone in faccia e cambiano tutto lo scenario. Io l’ho visto e commentato sul mio blog qualche giorno fa, e ancora non mi sono ripreso da QUELLA scena finale, una cosa che grida “cinismo” fortissimo, marò che mazzata…. Gran commento, come sempre😉 Cheers!

    1. Eh, ma son bastardi nell’anima de li mejo mortacci loro. Ancora mi devo riprendere dalla mazzata!
      Ho letto oggi da te e vedo che la pensiamo in maniera molto simile. Mi fa piacere che questo film stia iniziando a diffondersi.

  2. Eh eh concordo, fossero tutti bastardi così, mi faccio prendere a pugni volentieri😉 Anche a me fa piacere che il film stia prendendo piede, se lo merita, i film che mettono così alla prova lo spettatore sono roba rara quindi sempre ben accetta😉

  3. dinogargano · · Rispondi

    Film che non ho visto , premetto che orami ora non vado praticamente mai al cinema .., ma che spero di recuperare in DVD o simili.
    Sulla poca caratterizzazione dei personaggi credo comunque faccia parte della loro mentalità corale , chiamiamola così , che noi a volte facciamo fatica a capire .
    Molto simili a formichine , dice un luogo comune ma in parte veritiero .
    Ho avuto modo di conoscere bene alcuni sudcoreani e , parlando non solo di lavoro , ho notato che il “noi” è la parola più usata , questo penso si ripercuota anche nell’ espressione sociale ed artistica .
    Bel post , al solito … ma mi ripeto .

    1. Ma tanto questo in sala non lo troverai mai, purtroppo…
      Sui personaggi, è vero: tendono a esaltare la coralità, però ho fatto il riferimento a una mancanza generalizzata di spessore perché Memories of Murder, scritto dagli stessi sceneggiatori di questo film, aveva dei personaggi grandissimi. Però era anche un film incentrato su un paio di caratteri, mentre questo è, appunto, corale.

  4. E si Memories of murder l’ho visto poco tempo fa è un capolavoro(tratto da una storia vera).
    Anche The Tower e un film catastrofico che per regia si sognano a Hollywood,e in dvd ho Oldboy e Mister Vendetta,comunque le coreae son più carine delle cinesi.
    Ti ho trovato anche un wrestler da tifare si chiama Abyss.

  5. Giuseppe · · Rispondi

    Complimenti per lo sblocco a proposito del cinema orientale😉 Riguardo al titolo, quel “Sea Fog” mi aveva fatto pensare di primo acchito a un horror soprannaturale, ma per raggiungere gli obiettivi che si prefigge vedo che del soprannaturale non c’è proprio bisogno (basta un campionario di umanità sul ciglio dell’abisso, in tutti i sensi)… e, come in ogni buon horror/scifi/action/noir asiatico che si rispetti, anche qui le cose non vanno né succedono esattamente come te le aspetti. Anche quando pensi di aver abbastanza pelo sullo stomaco da aspettarti il peggio (ma pur sempre un peggio di stampo occidentale, ed è questo che ci frega)…

    1. Sì, è vero, non ce lo aspettiamo, perché siamo abituati a ben altro e quindi ci spiazza molto di più. Alla fine i loro sono meccanismi narrativi diversi dai nostri. E hanno il potere di sorprendere.

  6. Ok ho vaga memoria di averlo intravisto un tarda serata su rai3 in quella fucina di film assurdi che é fuori orario e che con retrospettive Jappe e coreane ci va a nozze.

    1. Deve essere stato un passaggio recente. Il film è dell’anno scorso. Possibile?

      1. possibilissimo

        1. Forse di confondi con Memories of Murder quello si trasmesso 2 mesi su rai 4 a tarda notte?

  7. giancarloibba · · Rispondi

    Ho scoperto per caso il cinema coreano dieci o quindici anni fa (con un dvd acquistato in un edicola di paese: The Tube), dopo aver amato visceralmente quello di Hong Kong degli anni ’80/’90… ora ne sono un appassionato spettatore. Naturalmente Black Sea finirà nella mia piccola collezione. Certo ci sono alti e bassi, come sempre, ma nel cinema di genere ormai i coreani ci mangiano in testa. Non c’è nessun prodotto italiano all’altezza, purtroppo. I registi italiani (tranne alcuni rarissimi casi, dal budged ridicolo e distribuzione casalinga) ormai filmano solo storie da “camera”. Il cinema deve farmi sognare. Se voglio guardare la triste realtà, non ho bisogno di andare al cinema e pagare il biglietto, basta che apro la finestra o vado al lavoro.
    Quando lo capiranno?

    1. Se ci mangiassero in testa solo i coreani, sarebbe già un passo avanti. Qui ci mangiano in testa tutti, pure i finlandesi…

      1. giancarloibba · · Rispondi

        Già. Per non parlare degli indonesiani… che tristezza. Il bello è che ci vantiamo di avere tre film in concorso a Cannes… roba soporifera a partire dai trailer… ma è meglio che lascio perdere questo argomento! Continua così, continuerò a leggerti!

        1. Io però punto molto sul film di Garrone, che è il primo fantasy italiano da non so ormai quanti anni. Saranno almeno 30. Penso abbia tutte le caratteristiche per essere un grande film, anche perché Garrone ha dimostrato di essere un grande regista. Staremo a vedere.
          Grazie!

          1. Quello di Garrone, secondo me, è un colpaccio. Conoscendo Garrone e vedendo le prime affascinanti immagini. Siamo quasi dalle parti di Guillermino. E sono parti molto belle quelle là.

          2. Sì, è il film su cui punto di più, tra quelli italiani e non solo. Ho le aspettative così alte che temo quasi di restarne delusa…

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