Cinema Atomico 2 – Seven Days to Noon

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Regia – John e Roy Boulting (1950)

Poco più di cinquant’anni prima di Danny Boyle, ci avevano già pensato i gemelli Boulting a svuotare Londra per esigenze di copione. Storia interessante quella dei due registi, produttori e sceneggiatori inglesi. Facevano tutto insieme a si alternavano nei credits dei film da loro realizzati. Avevano una casa di produzione attiva a partire dal 1937 e sarebbero diventati famosi, nel corso degli anni ’50 e ’60, per una serie di commedie satiriche, oltre che per aver dato il primo ruolo importante a un certo Peter Sellers.
Eppure, i loro esordi sono distantissimi dalla commedia. Uno dei primi film dei Boulding (e l’unico che porti la firma di entrambi) fu un cupo thriller basato sulla paura della bomba, e passato anche qui da noi col titolo di Minaccia Atomica.

Il professor Willingdon (Barry Jones) è uno scienziato che lavora in un centro di ricerca militare. Ruba un ordigno nucleare dal suo laboratorio e manda una lettera al Primo Ministro minacciando di farlo detonare entro una settimana in pieno centro di Londra, se il governo non cesserà all’istante di produrre armamenti nucleari.
Partono, in contemporanea, una disperata caccia all’uomo e i preparativi per l’evacuazione della città, con migliaia di persone spostate da Londra alle campagne circostanti, mentre i militari rastrellano l’area nella speranza di prendere il professore e disinnescare la bomba prima dello scadere dell’ultimatum, a mezzogiorno della domenica successiva l’invio della lettera.

Seven Days to Noon (1950)

Pochi film più di questo (vincitore, tra l’altro, dell’Oscar come miglior sceneggiatura) riescono a fotografare in pieno lo spirito dei tempi. Ed è interessante che non si tratti di un prodotto americano, ma europeo e che quindi scelga un approccio molto realistico e asciutto alla vicenda. Soprattutto, privo di qualsiasi forma di manicheismo.
Willingdon non è un terrorista squilibrato, non è un agente sovietico che spera di sovvertire l’ordine costituito ed è anche descritto dal suo assistente, nelle scene iniziali del film, come del tutto apolitico. Il professore è un serio scienziato, con una straziante crisi di coscienza e assediato da una società che non comprende quanto il suo lavoro sia pericoloso. Anzi, ha perso la fiducia in un lavoro in cui credeva e ora è convinto che l’unico modo per salvare il mondo dalla catastrofe sia quello di mostrare gli effetti di una bomba atomica in una delle città più popolate del pianeta.
La sua, per quanto terribile, è una scelta ponderata e scaturita da una grande sofferenza.

Parlando, nel primo post di questa rassegna, di Atomic Cafè, abbiamo descritto un clima formato da una miscela micidiale di arroganza, inconsapevolezza e terrore. Ecco, la figura di Willingdon è, al contrario, una figura consapevole. Mentre i comuni cittadini londinesi discutono nei pub di “premere un bottone e friggere tutto il blocco orientale”, lui conosce le conseguenze che potrebbero derivare da quel gesto.
In pochi, ma molto incisivi dialoghi tra Willingdon e le persone che incontra nel corso della sua fuga dalla polizia, viene mostrato tutto l’isolamento di un uomo colto e intelligente di fronte all’ignoranza bellicosa del prossimo: c’è chi non capisce che una eventuale guerra atomica porterebbe all’annientamento totale e chi incolpa gli scienziati come lui di aver creato delle armi così potenti. Ma nessuno che metta in discussione la follia alla base della guerra fredda. Willingdton è, insomma, il classico personaggio che fa cose sbagliate con motivazioni sacrosante. E mettere così apertamente in discussione il programma nucleare di un paese, all’alba degli anni ’50, non era cosa da poco in un film.

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Lo spirito dei tempi, dicevamo prima: Seven Days to Noon non è non è mai pessimista. Nonostante dipinga una società che non si rende conto del baratro su cui è sospesa, il film dimostra anche di nutrire una profonda fiducia nei confronti non solo dell’autorità, m anche dell’uomo in generale, capace di comportarsi onorevolmente in ogni circostanza, anche quelle più disperate.
Il che ci porta alla scena, magnifica, dell’evacuazione di Londra che avviene rispettando al millimetro i tempi, in perfetto ordine, e con la collaborazione calma ed entusiasta dei londinesi.
Provate a immaginare la stessa scena concepita nel 2015: gente che si calpesta per trovare un posto sui treni, militari che sparano sulla folla, qualcosa nell’organizzazione che non funziona e manda a puttane il tutto, lasciando così migliaia di persone alla mercé della bomba.

Ma eravamo nel 1950 e se magari il governo sbagliava a costruire le bombe, e i cittadini sbagliavano a non capire appieno la portata distruttiva di quegli ordigni, valeva comunque la pena di sbattersi per salvare l’uno e gli altri.
Il punto di vista dei Boulting (e dello sceneggiatore Frank Harvey) è tuttavia ragionato e se oggi può apparirci un tantino ingenuo, è solo perché forse tendiamo a dimenticare quanto gli anni ’50 non fossero solo un periodo di terrore, ma anche di enormi speranze per il futuro. Ed è forse questa ambiguità che li rende un momento così pieno di fascino, anche per noi contemporanei.
Willingdon, lo abbiamo detto prima, fa la cosa sbagliata per i motivi giusti. Ma non viene mai messo in dubbio che stia facendo la cosa sbagliata. E la coesione sociale messa in campo dai Boulting è la dimostrazione pratica dell’enormità dei suoi sbagli.

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Al di là del suo essere una perfetta summa delle paure e delle speranze di un’epoca, Seven Days to Noon è anche un signor thriller. Lo scandire dei giorni che ci separano dallo scadere dell’ultimatum si fa sempre più serrato e teso, le ricerche infruttuose del professore procedono di pari passo con lo svuotamento di Londra, completamente deserta nelle ultime scene del film. Le inquadrature fisse delle strade disabitate, dove gli animali abbandonati nel corso della fuga rappresentano gli unici segni di vita, sono davvero spettrali. Alternate alla concitazione del centro operativo, danno al film uno strano ritmo sbilenco, a metà tra attesa spasmodica e rassegnata desolazione, come se la fine del mondo già si fosse materializzata e polizia e militari si stessero affannando senza un reale motivo. Credo che abbia fatto un certo effetto sugli spettatori del 1950 vedere una metropoli così enorme del tutto priva di qualsiasi presenza umana. Un’immagine da dopo-bomba (ma senza ancora la bomba) così potente da entrare di diritto in qualsiasi carrellata apocalittica della storia del cinema.
Perché, anche se l’apocalisse viene sventata, quel vuoto resta impresso, quasi in forma di monito. Per questa volta ci è andata bene. Saremo così fortunati anche la prossima?

10 commenti

  1. Film notevolissimo e dimenticato.
    Un paio di idee sfuse.
    La prima è che un film del genere, privo di uno schieramento politico e con una forte denuncia delle pratiche correnti, sarebbe stato probabilmente fermato dalla censura negli USA; la presenza di un anche semplicemente formale “noi vs loro” era probabilmente indispensabile a Hollywood per superare la fase di approvazione dello script.
    La seconda è che la “versione 2015” delle scene di evacuazione che descrivi (e che è esattamente ciò che mi aspetterei oggi di vedere al cinema) si conforma a quello che David Brin chiama spesso “the idiot plot”; l’opinione, che pare fare da fondamento a gran parte della cinematografia attuale, che tutti, tranne l’eroe, siano sostanzialmente degli idioti o che il meccanismo sia così fragile che una piccola percentuale di idioti (l’isterico che salta la fila, il poliziotto in panico, il politico incompetente) sia capace non solo di far collassare il sistema, ma anche di annullare ogni forma di organizzazione o razionalità in tutto il resto della popolazione. Questo piccolo film inglese sostiene, essenzialmente, che per quanti errori e problemi ci possano essere, il sistema è in grado di assorbirli e correggerli – perché è stato creato a quello scopo. Ci pare ingenuo, ma io temo che sia semplicemente perché troppi idiot plots e troppo populismo ci hanno fatti diventare blasé.

    1. Infatti non penso che la censura americana avrebbe mai fatto passare un sceneggiatura così. Solo che poi l’hanno premiata agli Oscar, a indicare anche che un tempo l’Academy non era così rincretinita come oggi.
      Il paradosso è che se uscisse un film come questo, con quella scena di evacuazione, nel 2015, il pubblico direbbe che non è realistico.

  2. dinogargano · · Rispondi

    Visto anni fa ( tanti .. ) in un cinemino di Padova per universitari sfaccendati … , mi era piaciuto molto per l’atmosfera ed il montaggio contrastato , scene della città deserta e caos del centro comando , regia attenta : insomma un bel film .

    1. Sì, un gran bell’esempio di cinema inglese. Molto teso e molto sobrio.
      Peccato che non se lo ricordi (quasi) più nessuno

  3. Giuseppe · · Rispondi

    Thriller atomico – o, meglio, antiatomico – d’epoca, maturo ed equilibrato anche nell’apparente ingenua fiducia riguardo al lato positivo dell’essere umano (pur se non del tutto al corrente dei reali pericoli che poteva correre)… che però ingenua poi non è, se vista con gli occhi di una generazione che affrontava il dopoguerra e la ricostruzione con spirito unitario (in quest’ottica andrebbe compreso anche il concetto d’autorità che agisce per il bene comune, difficilmente digeribile per un contemporaneo: oggi un’evacuazione la si rappresenterebbe esattamente come la descrivi, al netto della maggiore conoscenza attuale circa le conseguenze di un conflitto nucleare). Se non sbaglio tra gli interpreti c’era pure André Morell, uno dei futuri Quatermass televisivi…

    1. Sì, Morell è a capo dell’unità speciale di Scotland Yard che si occupa di trovare il professore prima che faccia esplodere la bomba.
      Davvero uno splendido filmone d’altri tempi. Da rivedere😉

      1. Giuseppe · · Rispondi

        E da consigliare caldamente a chi non l’avesse mai visto😉

  4. Visto una vita fa, è proprio ora che me lo riveda. Complimenti per il commento.

    P.S. Fuoritema: C’è un losco figuro che fa il tuo nome qui:

    http://labaravolante.blogspot.it/2015/04/boomstick-award-2015-cliccateli-senza.html

  5. lo metto subito in lista. Non lo conoscevo assolutamente,e mi piace che vi sia sempre un minimo di umanità,solidarietà,anche nelle situazioni difficili.

  6. Bello me lo devo recuperare

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