Di Whiplash o della rivincita dei musicisti seri

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Regia – Damien Chazelle (2014)

“IF YOU DON’T HAVE ABILITY, YOU WIND UP PLAYING IN A ROCK BAND”

E, tanto per cambiare, parliamo di un film che non questo blog non ha nulla a che vedere. Almeno apparentemente. C’è un motivo (o meglio, una serie di motivi) ben preciso per cui ho deciso di scrivere un articolo su Whiplash. E forse alla fine del post scoprirete che in fondo non è poi così distante da alcune tematiche trattate spesso su queste pagine.
Ho bisogno di fare una premessa, molto importante ai fini del discorso che ho in mente. Quindi scusate in anticipo se vi tedio con sciocchi dettagli autobiografici: ho suonato la batteria per circa quindici anni. Adesso ho smesso, ma per un certo periodo di tempo, anche piuttosto lungo, ho studiato. E, nonostante io sia sempre stata una rockettara nell’anima, studiavo l’unica cosa che per un batterista vale la pena di essere studiata, il jazz. Tutto il resto è, come si suol dire, fuffa.
Sì, insorgete quanto vi pare, ma si tratta di un dato di fatto oggettivo. Date a un batterista che ha suonato solo pop o rock nella sua vita una partitura jazz e correrà dopo circa quattro secondi a piangere dalla mamma. Date a un batterista jazz anche il brano rock o pop più complesso e ve lo suonerà con una mano legata dietro la schiena e gli occhi chiusi. Magari mentre guarda una partita in tv. Se sentite dire a un amante del rock che il jazz è “freddo”, “noioso”, “cerebrale”, i motivi possono essere solo due: o non lo capisce o è invidioso di chi sarà sempre, in qualsiasi circostanza, un musicista migliore di lui.
E sapete perché? La risposta è semplicissima: i jazzisti hanno studiato e si sono fatti il culo. Esattamente come fa il protagonista di Whiplash. Film che ho adorato dal primo all’ultimo istante, immaginando le reazioni scomposte di tutti quelli che: “la musica è creatività”, “la musica è esorcizzare i propri demoni interiori”, “la musica è espressione di se stessi” e “io giudico di pancia, non importa la tecnica, ma il cuore”. Invece di scrivergli “sei un povero coglione” in fronte con pennarello indelebile, d’ora in poi mostrerò a questa massa di bifolchi Whiplash. E so che li farò soffrire.

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Se si esclude la cinematografia dedicata alla musica classica, dove di solito un briciolo di spazio viene dato alle doti tecniche dei musicisti in questione, i film che parlano di musica moderna, di pop, rock o anche di jazz diffondono un mito molto dannoso, applicabile a ogni forma d’arte, o attività creativa. Il mito è quello del talento che spiega tutto. Ecco, finalmente, dopo secoli di strimpellatori geniali e sregolati che imparavano a suonare per grazia ricevuta, o per influsso divino, possiamo assistere alla storia di un batterista che ci spiega dove ce lo possiamo ficcare il talento, se non ci mettiamo sotto e non studiamo.

Torniamo agli sciocchi cenni autobiografici: io ho mollato. Ho mollato perché non ho avuto la voglia, la forza e la costanza di dedicarmi con tutta me stessa a sbattere sui tamburi. Mia sorella, che suona il contrabbasso, non ha mollato. E studia anche dieci ore al giorno. E il tempo che le avanza lo passa a  suonare. E quando non suona, pensa al contrabbasso.

In una scena di Whiplash, estremamente significativa, il protagonista Andrew (Miles Teller) è a cena con suo padre e degli amici di famiglia, con figli suoi coetanei. Viene smerdato, perché gli altri ragazzi vanno al college, fanno sport, mentre lui vuole diventare il più grande batterista della storia del jazz. E gli viene fatta una domanda sui concorsi fra band del conservatorio a cui partecipa: “Ma come fanno a decidere chi ha vinto? Non è soggettivo?”
“No”, risponde Andrew “È oggettivo”.
Sono partiti i 92 minuti di applausi.
La tecnica di un’esecuzione è un fatto oggettivo. O suoni bene o suoni male. O scrivi bene o scrivi male. O sai girare un film o non lo sai girare. Sono parametri oggettivi. E per giudicarli è necessaria una peculiarità oggi poco richiesta: bisogna sapere di che diavolo si sta parlando.
Poi è ovvio, io posso preferire un’esecuzione rispetto a un’altra, posso preferire uno stile rispetto a un altro, e un genere rispetto a un altro. Posso preferire, restando in ambito musicale, la versione originale di Footprints rispetto a quella di Miles Davis, o viceversa. Ma oggettivamente non mi è concesso dire che sono suonate male. Altrimenti sono una capra incompetente e devo tacere.

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Ho letto in giro che Whiplash propone una morale bieca, tipicamente americana, basata su arrivismo, competitività e poco spazio allo spirito creativo, nonché su una concezione dell’apprendimento totalmente militarizzata. Può essere, in parte. In realtà il regista, al suo secondo lungometraggio, non fa altro che applicare alla musica le regole basilari del film sportivo. E non deve scandalizzare un accostamento del genere, soprattutto se si parla di batteria, uno degli strumenti più fisicamente sfiancanti (e anche deformanti) che esistano.

Il calvario attraverso cui passa Andrew, sebbene volutamente enfatizzato ed estremizzato, ha un nucleo di verità: io ho provato quello stesso dolore, quella stessa frustrazione quando una cosa non ti riesce, quando ti sembra impossibile poter portare il tuo corpo a muovere le bacchette a quella velocità impressionante, ho avuto le mie vesciche, i miei mal di schiena lancinanti, ho sudato come un maiale dietro lo sgabello e ho pianto, mi sono incazzata, ho preso a calci il rullante. So che cosa significa provare un pezzo come Caravan arrangiato in quel modo. E ho avuto anche io un insegnante che mi terrorizzava. Certo, la figura cinematografica di Fletcher (meraviglioso J.K. Simmons, alla sua consacrazione definitiva) non ha pretese di realismo. È un simbolo, anche negativo, se vogliamo. E si merita tutto l’odio che il povero Andrew gli riversa addosso nell’arco del film. Si merita di essere denunciato per come tratta i suoi studenti e, con ogni probabilità, si merita anche di non dirigere mai più una band finché campa. Ma non è questo il punto.

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Il punto sono le scelte di Andrew. Si può fare musica, a livello amatoriale e dilettantistico, senza per forza morire sullo strumento. Nessuno ti obbliga a diventare bravo sul serio. Ma se desideri diventarlo, se scegli di diventarlo, non hai alternative se non applicarti come si applica Andrew. Perché la tecnica, che si acquisisce solo esercitandosi fino a non poterne più, è un mezzo per raggiungere un fine. E quel fine non è altro che la famosa espressione di sé di cui si ciarla senza sapere sia cosa davvero. Se vuoi esprimerti al meglio, qualunque sia il tuo campo di azione, devi possedere degli strumenti tecnici impeccabili. Altrimenti ciò che hai dentro resterà lì dentro. Può essere un universo meraviglioso, ma non c’è verso di farlo uscire allo scoperto se prima non ti massacri le manine per tirarlo fuori.

Alla fine di Wiplash, Andrew riesce a suonare Caravan. La suona alla perfezione. Ma non si accontenta e improvvisa un solo lungo diversi minuti. E la lezione di Whiplash diventa palese. Andrew ha creato qualcosa di personale con la sua batteria. Lo ha fatto disobbedendo allo stesso Fletcher, che prima si incazza ma poi non può fare a meno di inchinarsi di fronte alla bravura del suo allievo. Quel solo non è arrivato ad Andrew dal cielo, o dallo spirito dell’Arte, o da qualche Musa che si trovava a passare da quelle parti e ha scelto di benedire proprio lui tra tutti.
Quel solo è frutto di ore e ore passate e ripetere i rudimenti. E non può accadere, in nessun caso, che un capolavoro del genere sgorghi spontaneamente dall’animo del musicista invasato di passione e demoni interiori. Sono tutte stronzate. Whiplash è uno dei pochissimi film che smaschera queste stronzate. E badate bene: le stronzate ve le stanno ficcando in testa in ogni ambito artistico, dalla scrittura al cinema. Chiunque può farlo, basta che abbia talento. Non è vero un cazzo. E il talento non ha nulla a che vedere con l’affrontare seriamente qualsiasi attività di tipo di creativo.
Sia lodato Chazelle, sia lodato Whiplash, sia lodato il jazz.

Se vi va di leggere una recensione più attinente al film, eccovi quella di Erica.

41 commenti

  1. Post meraviglioso.
    Grazie.
    Da più che mediocre flautista jazz, sottoscrivo ogni riga – ti devono venire i crampi, devi sognarti le maledette scale anche la notte.
    Poi, personalmente, non amo i film che enfatizzano la sofferenza come cammino verso l’eccellenza – ci si diverte,e ci si diverte parecchio, e questo nessuno ce lo potrà mai togliere.
    E che si parli di musica, di scrittura o di sport, il punto rimane questo – il divertimento ed il piacere, più cheil miraggio dell’eccellenza, sono ciò che rende sopportabili le ore di noiosissime scale, i vicini che si lamentano, le cantanti ignoranti che non sanno leggere la musica, e i batteristi sconvolti (si scordano di solito che di Keith Moon ce n’è stato uno solo, e faceva per otto), e gli amici fighi che ti chiedono “ma se sei così in gamba, perché non suoni Mozart?”, che sarebbe poi l’equivalente di “ma se sei così in gamba, perché non pubblichi con Mondadori?”
    Il divertimento è fondamentale.
    Ma non è tutto – serve anche il lavoro.
    E sì, esiste un criterio oggetivo – peccato che non sia quello che vanno propagandando gli stupidi guru là fuori, gente che di solito la qualità e l’impegno non li riconoscerebbero neanche se per errore gli cascassero su un piede.

    1. Ecco, se forse c’è un unico appunto da fare al film è proprio che non pone molta attenzione sul fattore divertimento. Anche se nel finale il batterista protagonista si diverte come un matto.
      Sul criterio oggettivo, gli stupidotti guru lo scambiano spesso con l’esistenza mitologica di un unico modo giusto di fare una cosa. Che poi è il loro modo.
      Grazie!

  2. Se in un qualunque film si parla del duro lavoro che si deve fare per giungere a un bel traguardo, lo si bolla come “americanata”.
    Mi sfugge quali siano i pregi delle commediole italiote (finanziate con i nostri soldi) dove tutto succede per caso, e alla fine la morale è “volemose bene”.

    1. Blandiscono il pubblico. Ecco il pregio. E il pubblico non vuole essere preso a ceffoni, cosa che Whiplash fa con sommo gaudio

  3. Che post meraviglioso, Lucia! Concordo con ogni tua parola e sono contenta di aver potuto leggere qualcosa scritto da una persona che sa per esperienza cosa potrebbe avere passato il protagonista.
    E sono ancora più contenta di avere visto Whiplash perché Chazelle è riuscito a trasmettere queste stesse sensazioni provate da “chi c’è passato” anche alle capre ignoranti come la sottoscritta, unendoci senza ricorrere a moralismi o conclusioni fantascientifiche come “basta volerlo”.
    Al basta volerlo non ho mai creduto e, per carità, ogni tanto fa bene al cuore anche vedere film “faciloni” ma bisogna sempre ricordarsi di tenere i piedi per terra!

    1. Grazie!
      Il bello di Whiplash è proprio che ti fa sentire tutta la difficoltà del suonare uno strumento. E soprattutto uno strumento come la batteria che per molti è una cosa che son buoni tutti, basta avere senso del ritmo.
      E finalmente ci hanno mostrato che non è così.

  4. A me il film è piaciuto, è appassionante e fila come uno squalo, e Simmons è grande – anche se non quanto in OZ. Però, non so, la differenza tra etica del lavoro, anche durissimo, e etica del massacro continua a non sembrarmi di lana caprina. Quando Simmons a domanda risponde che Charlie Parker non avrebbe mollato, perchè era Charlie Parker, a me viene da dire allora che non avrebbe avuto bisogno di piatti in testa o mazzate nei coglioni, perchè era Charlie Parker. Dal punto di vista strettamente drammaturgico, comunque, è interessante e originale questa figura di insegnante che non nasconde alcun cuore d’oro dietro la facciata da aguzzino, ma è proprio di pietra fino all’ultimo🙂

    1. Ma infatti io non penso che il personaggio di Simmons sia da intendere in senso positivo. La battuta su Parker è una scappatoia logica a cui si può obiettare come hai fatto tu.
      Poi sì, l’aneddoto su Parker è vero. E comunque il finale del film è una sconfitta per Fletcher, perché Andrew improvvisa. E quell’improvvisazione, sebbene sia connaturata al jazz, è uno schiaffo in faccia al maestro. Maestro che, in quanto amante del jazz, si prende lo schiaffone e se ne deve stare zitto e buono.

  5. i momenti migliori del film (oltre a caravan alla fine, è ovvio) secondo me sono stati proprio:
    – “Ma come fanno a decidere chi ha vinto? Non è soggettivo?” / “No”
    – il discorso con cui lascia Nicole

    entrambi due schiaffi alle basi dei “talent film” degli ultimi anni

    1. Sì, verissimo: sono due momenti che fanno a brandelli tutti i film alla Step Up (o altro titolo a casaccio) dell’ultimo periodo. E fanno a brandelli anche la concezione da talent show della musica. Ed era anche ora.

  6. Di recente lo scrittore Antonio Moresco, alla ennesima domanda “cosa bisogna fare per scrivere bene”, ha risposto al suo intervistatore citando Dostoevskij. Ha detto solo questo: “soffrire, soffrire, soffrire”.
    Leggendo il tuo articolo non ho potuto fare a meno di pensarci. E io credo nel talento, ma credo anche che (come tante volte mi ha detto mio padre, utilizzando una metafora più prosaica) le Ferrari, se parcheggiate per troppo tempo, dopo un po’ non servono a un cazzo. O sono comunque più inutili di una utilitaria che magari fila dritto e si fa i suoi porci chilometri.

    (e comunque io a J. K. Simmons voglio ancora più bbbene, dopo questo film <3)

    – Fran

    1. Ma il talento, come una Ferrari, se non lo eserciti, non ti serve a nulla. È una cosa che sta lì e non ha alcun senso, da sola…
      E va comunque smussata. Esercitandosi. Io spoetizzo spesso, perché secondo me l’eccesso di romanticismo per quanto riguarda le attività creative è anche più dannoso del “good job” tanto odiato da Fletcher😀
      E sì, a J.K. Simmons non si può non voler bene. È un gigante.

      1. Il talento lo si può vedere come punto di partenza, tutt’al più, e a questo credo senza problemi. Ma per arrivare ci vuole tutto il resto, appunto… ogni tanto non è male che qualcuno lo ricordi, senza girarci troppo in giro (non come i vari Step Up né tantomeno il talent show musicale, che con la sua metodologia accoppiata di – detto molto in sintesi, per come la vedo io – illusione e/o umiliazione gratuita dei concorrenti mi è sempre stato cordialmente sui coglioni, in tutte le sue varianti. Tra l’altro mi spiace moltissimo di avervi visto coinvolto come giurato, anche se solo temporaneamente, il grande Elio). E grazie al tuo (molto) bel post adesso conosco l’importanza dello stretto legame intercorrente fra jazz e batteria che – da ascoltatore sporadico e marginale di jazz quale sono – francamente ignoravo…
        P.S. Doppio post stavolta, cinematografico e autobiografico😉

        1. E pure musicale😀
          Siamo multitasking qui sul giorno degli zombi!

          1. Giuseppe · ·

            Vero!😀 Adesso, però, bisogna andare fino in fondo e proporre a Chazelle di girare subito un sequel di Whiplash, dove sarai tu a zittire J. K. Simmons/Fletcher con l’esecuzione di Caravan😉

  7. articolo bellissimo ma è una costante eppure io sono dalla parte del rock, a me piace la doppia cassa, mi piacciono le batterie monumentali , quelle che ci puoi fare la melodia senza bisogno degli altri strumenti…il jazz non mi ha mai attirato eppure ho provato, ho provato tanto, ma sono per il rock. Il film mi è piaciuto moltissimo, in fondo credo che sia un dettaglio che Miles studi jazz, poteva essere anche la storia di un batterista non jazz.E per quanto riguarda lo scrivere , è vero bisogna esercitarsi e ci sono giornate in cui vai come un treno e altre in cui guardi lo schermo e non ti esce nulla, neanche una cacatina di parola….

    1. Ma non è una guerra. Io adoro il rock eppure ho studiato jazz per suonare meglio il rock. E poi sì, mi sono appassionata anche al jazz.
      Però è anche vero che solo nel jazz lo studio si affronta in quel modo. È più complesso, si fanno cose più complesse.
      Caravan un batterista che ha fatto solo rock non te la suona neanche a calci.

  8. Da ascoltatore mi verrebbe da dire che non sempre lo studio di cose complesse porti inevitabilmente a creare musica interessante. Vero che un batterista che ha suonato solo rock non suonerà mai Caravan, anche vero però che Zorn, Frisell e Baron non avrebbero mai concepito i Naked City pur conoscendo gli standard del jazz a menadito, Torture garden non sarebbe mai esistito senza la scena metal estrema della Earache o i Melvins, eppure Baron sicuramente suonava Caravan perfettamente pure a testa in giù🙂

    1. Io non ho scritto che un batterista rock non sa suonare il jazz. Ho scritto che un batterista che ha solo suonato rock nella sua carriera, non saprà fare niente altro. Mentre un jazzista è in grado di suonare più o meno tutto, perché come tecnica degli stili, il jazz è molto più vario di qualsiasi forma di rock o metal. E questo è un dato di fatto oggettivo.
      Poi uno può preferire una cosa rispetto a un’altra, ma da un punto di vista strettamente tecnico, ciò che ti insegna lo studio del jazz (tutto, eh, anche quello contemporaneo) non te lo insegna niente altro.

  9. Non è questione di preferire un genere rispetto ad un’altro secondo me. Non nego l’estrema perizia tecnica dei jazzisti, timidamente affermo che non sempre la perizia tecnica porti a creare musica interessante.
    Dici che un jazzista è in grado di suonare più o meno tutto, io aggiungerei “in grado di suonare tutti gli standard gia esistenti”. Infatti non te li ho citati a caso Naked city e Torture garden.
    Perchè è un dato oggettivo anche il fatto che Zorn e frisell pur sapendo suonare di tutto come “Radio” insegna, abbiano infine avuto bisogno dell’ispirazione di musicisti che in vita loro hanno suonato solo metal. Non sapevano fare nient’altro probabilmente, però lo facevano talmente bene da influenzare gente che veniva dal conservatorio e si faceva sanguinare le mani per raggiungere la perfezione tecnica

    1. sì, ma il punto è che la mente dietro a tutto questo era Zorn. E Zorn ha degli strumenti tecnici spaventosi. Poi l’ispirazione “artistica” ti può arrivare anche dal suono di un nugolo di sassolini su un tetto di lamiera. Ma è come la metti in pratica che fa la differenza. E ciò che fa la differenza è la conoscenza. Una volta che conosco, posso utilizzare per i miei scopi qualunque cosa.
      E no, è ovvio che l’estrema perizia tecnica non porta sempre a creare musica interessante. Ma è il punto di partenza necessario per crearla. Anche relativamente a ciò che vuoi esprimere, se non sai come esprimerlo, non lo esprimerai mai.
      Non è un fatto di tecnica vs ispirazione. Non la vedo in quel modo, non sono in conflitto le due cose, anzi. Una è propedeutica all’altra.
      E comunque il metal, di per sé, o almeno un certo tipo di metal, ha dalla sua una tecnica superiore ad altri generi. Se non altro perché bisogna essere veloci. E la velocità non la acquisisci se non ti eserciti a lungo.

  10. Gli strumenti tecnici di Zorn evidentemente non sarebbero bastati senza la musica della Earache. Troppo facile affermare che sarebbe potuta arrivare l’ispirazione pure dal ” suono di un nugolo di sassolini sul tetto di una lamiera”, senza earache tutta quella conoscenza sarebbe servita a riproporre per l’ennesima volta il milionesimo arrangiamento di Caravan, in fondo è solo da qualche decennio che lo ripropone chiunque🙂
    Nel death dopo l’avvento dei Morbid Angel si sono susseguite migliaia di band ultratecniche, ultraveloci ed ultranoiose che non hanno aggiunto una virgola al discorso musicale anzi… ed io riferendomi ai napalm pensavo a scum che non suona esattamente come il disco più tecnico mai composto , è grindcore caotico, veloce ma non preciso chirurgicamente come un disco dei nile o dei gigan

    1. Qualcuno deve avere delle idee che vadano oltre il caotico e impreciso incasinamento di un disco grind. Altrimenti fai un disco grind e non un disco di John Zorn, che è la mente dietro l’operazione. L’ispirazione, ammesso che esista, lo ripeto, può arrivare da ogni parte. Ma se non hai i mezzi, rimane sulla carta e non viene messa in pratica. Però sto solo ripetendo cose che ho già detto, come anche tu. E ci stiamo progressivamente avvitando.
      Ma fammi solo aggiungere che se è da qualche decennio che ripropongono Caravan c’è sicuramente un motivo.
      O il fatto che a 50 anni esatti di distanza dall’uscita di A Love Supreme stiamo ancora qui a discuterne.
      Vediamo tra cinquant’anni come saranno messi i dischi di grindcore caotico e impreciso.

    2. E aggiungo solo una cosa: che un musicista superiore usi a suo vantaggio un musicista inferiore non dà alcun merito al musicista inferiore, ma semmai segna solo l’enorme apertura mentale del musicista superiore. E si spera che quello inferiore riesca a imparare qualcosa.
      Perché farsi un vanto di saper suonare una cosa sola non mi sembra poi il massimo per chiunque voglia far musica.

      1. Musicista “superiore” e “inferiore” mi suona malissimo, non sono d’accordo manco con le virgole scusa.
        “Perché farsi un vanto di saper suonare una cosa sola non mi sembra poi il massimo per chiunque voglia far musica.”
        Dipende sempre con che grado di perizia la fai quella “cosa sola” magari io posso trovarla decisamente più interessante dell’ennesimo batterista mani sanguinanti che esegue alla perfezione caravan.

        1. Cerco di rispondere a entrambi i tuoi commenti: sugli standard in mano a certi personaggi, sono tecnocrate ma non sono scema, quindi è vero, ma è anche vero che non è sbagliato tramandare una tradizione.
          E mi fermo qui,
          Sul fatto di superiore e inferiore, torniamo a bomba al mio post: esistono dei criteri oggettivi. I rudimenti della batteria sono uguali per tutti. Se non sei in grado di eseguirli, sei un musicista inferiore.
          Altrimenti entriamo nel campo dei giudizi soggettivi e io posso dirti che per quanto mi riguarda, mi piace il suono di uno che prende a capocciate un muro e lo chiamo musica. Ma sappiamo entrambi che così non è.
          Esiste una tecnica che va appresa, a prescindere dal genere che scegli di suonare. Come esiste una grammatica della lingua in cui scrivi e come esiste una grammatica cinematografica.
          Posso decidere di scrivere in dialetto sgrammaticato per esigenze mimetiche, ovviamente. Ma per farlo devo conoscere la grammatica.
          Non mi sembra una pretesa folle. Mi sembra il minimo sindacale.
          Se non sono in grado di eseguire un tempo dispari, sono un musicista inferiore a chi invece è in grado di eseguirlo. Non ci sono scappatoie, da questo. E, di nuovo, non è grande pretesa. Si richiede solo un minimo di applicazione. Altrimenti sono davvero buoni tutti.

        2. E prima di essere di nuovo fraintesa, preferisco chi suona alla perfezione Caravan fino a farsi sanguinare le mani a chi pretende di fare musica senza essersi mai applicato un solo giorno della sua vita.
          L’iconoclastia fine a se stessa non fa parte della mia forma mentis. Si possono produrre risultati artistici interessanti ed essere contemporaneamente disciplinati.
          E questo odio per chiunque voglia applicarsi non lo capisco e non lo capirò mai.

          1. Federico · ·

            Io preferisco quelli come Robert Johnson, che se ne infischiò bellamente della chitarra, fino al giorno in cui vendette l’anima al diavolo e divenne semplicemente il Blues🙂
            Sul discorso della tecnica, tempi dispari, grammatica della musica che dire, adoro ripetermi, dunque continuiamo con l’avvitamento:)…Un batterista che suona tempi dispari è sicuramente meglio di uno che non è capace, certo che sì, ma non necessariamente suonerà musica migliore e/o interessante, è pieno di turnisti incredibili la fuori che suonano per Vasco🙂
            Voglio solo precisare che non odio chiunque voglia applicarsi, non so da dove traspare, odio la tecnica fine a se stessa, un mio amico direbbe ” Se c’è una cosa che odio più dei Dream Theater, sono i Fans dei Dream Theater”

          2. Io non preferisco nessuno. Perché non faccio alcuna distinzione tra tecnica ed espressione artistica. Per me sono la stessa, identica cosa.
            E sì, ci sono dei turnisti incredibili che nobilitano Vasco suonando per lui. E il turnista è una professione di tutto rispetto.
            E sì, la leggenda che ruota intorno a Johnson la trovo anche io molto divertente🙂
            Mai sopportati i Dream Theater, anche perché tutto il loro sfoggio si riduce a ben poco. E un Max Roach a caso gli sputa in un occhio e li lascia lì a sudare e a mostrare i muscoli.

  11. Il motivo per cui ripropongono ancora Caravan a me è chiarissimo, ma a te forse non piace, dovresti rigirare la domanda alla famiglia Marsalis o a chi come loro nel 2015 detta ancora degli standard e si arroga di definire cosa è jazz o cosa non lo è.
    A love supreme disco di forever su questo siam d’accordo🙂
    Tra cinquant’anni una persona che ha ascoltato musica a 360 gradi indipendentemente dal grado di perizia dei musicisti coinvolti riconoscerà che earache ed il death/grind, ci hanno portato i sunn o)) il drone degli earth e chissà in cos’altro si trasformeranno queste sonorità ,mentre temo che gli standard jazzistici sempre quelli rimarranno, d’altronde i Marsalis sono una famiglia numerosa, devono campare pure loro, lunga vita a Caravan.

    1. “E sì, ci sono dei turnisti incredibili che nobilitano Vasco suonando per lui. E il turnista è una professione di tutto rispetto.”
      Certo che il turnista è una professione di tutto rispetto, sta a vedere che odio pure loro. Dico che il turnista di Vasco potrebbe essere pure Art Blakey, ma la musica stringi stringi sempre Vasco oriented sarebbe, mica una riproposizione del sound dei jazz messenger. Pure Alex Britti è un ottimo chitarrista che ha fatto da turnista nei dischi dei Marsalis, peccato che quando esce fuori dagli standard rassicuranti a cui è abituato e gli tocca creare in prima persona ci regala perle come “7000 caffè” o “la vasca”, e in quel caso come in mille altri che non voglio elencare io mi sento in dovere e obbligato a scindere tecnica e espressione artistica, lo trovo proprio oggettivo, musicisti preparatissimi che suonano musica orrenda.
      La leggenda del diavolo è divertente certo, ma che non si fosse mai applicato tantissimo sulla chitarra è vero, preferiva le donne specialmente quelle già sposate, morto per quello tra l’altro. Spero che nessun musicista sanguinante legga queste righe essendo completamente all’oscuro della vicenda, il fatto che a volte basti un’immenso talento potrebbe disturbare.

      1. Ma sai, anche se non studi e ti limiti a suonare (male) le ditine ti sanguinano comunque perché ti devono venire i calli sulle mani. Anzi, forse sanguini meno se studi un po’ di più, dato che una volta che ti si è fatto il callo, se ti eserciti costantemente, è difficile che tu torni a sanguinare. Se invece sei uno che suonicchia sporadicamente, dotato di immenso talento, è facile che la pelle ti si rompa molto spesso.
        E no, il talento non basta mai. Forse poteva bastare (ma nemmeno troppo) un secolo fa, quando esistevano altri standard.
        Io credo che si faccia musica orrenda non solo perché si è tecnici e non creativi, ma anche per ragioni di semplice mercato. Però questa è un’altra storia.
        E penso anche che sia profondamente diseducativo raccontare la storiella romantica del: “non fare un cazzo, tanto per essere musicisti basta il talento”.

        1. Io credo che quando gli Slayer incisero Reign in Blood, Dave Lombardo fosse il batterista più talentuoso e sicuramente non il più tecnico, eppure incise il disco di musica estrema più importante e seminale di sempre. Paul Bostaph che suonò in Divine intervention non arrivò lontanamente allo splendore della batteria di Lombardo, tanto è vero che Bostaph in alcune interviste dichiarava di essere scocciato del fatto che a Lombardo servisse applicarsi meno di lui per arrivare a quei risultati.
          Però attenzione io non dico “non fare un cazzo, tanto per essere musicisti basta il talento”, io dico che non è detto che valga la pena impegnarsi fino a sanguinare se poi i risultati sono quelli di britti, capisco pure io le esigenze commerciali e magari britti in una serata tra amici sta a vedere che ha il tocco migliore pure di b.b. king, ma non sono suo amico e mi tocca sentire la vasca😦 . Per questo tra un chitarrista che conosce la grammatica perfettamente come Britti e Dylan Carlson io scelgo Carlson perchè se a britti gli dici droning guitar lui ti risponde “che è se magna?” o al limite ” non la conosco dunque non esiste perchè non rientra negli standard dei parrucconi”.

          1. A me non piace l’equazione che fai tu: studiosi uguale parrucconi. Non.credo che chi studia sia ottuso, non.credo che lo studio ammazzi la creatività.
            Credo che più mezzi tecnici hai a disposizione, più sei libero di esprimere la tua creatività.
            La tecnica, al contrario di quanto il pensiero comune e massificato ritiene, è libertà.
            E io amo chi suona in modo semplice, come preferisco un cinema più classico e meno virtuoso.
            Ma per semplificarne, devi conoscere ciò che stai semplificando. Non è che non devi saper fare altro.

          2. Federico · ·

            A me non piace che continui a fraintendere, non ho detto che chi studia è ottuso, affermo invece che il fatto di studiare fino a sanguinare non ti porti in automatico a diventare Robert Johnson(ed è ovvio che pure Johnson avesse i calli, altrettanto ovvio che suonasse meno degli altri per la vita movimentata che aveva) , affermo che Lombardo pur essendo meno tecnico di un sacco di gente uscita dal conservatorio è finito sul disco metal più importante e bello di sempre, affermo che se nel jazz fossero tutti parrucconi probabilmente avremmo migliaia di strumentisti che suonano caravan da dio, ma allo stesso tempo mancherebbero capolavori come A love supreme che tu citavi o Space is the place di sunra. Se Miles Davis non fosse andato a vedere Hendrix dal vivo ci saremmo scordati bitches brew e di conseguenza il free jazz e si potrebbe continuare.
            Perchè mi sta bene che servono le tradizioni ma riproporre nel 2015 caravan come standard imprescindibile fine del mondo per dichiararsi musicista vero o migliore anche no grazie, tu sei liberissima di considerarmi coglione, io sono liberissimo di considerare musicista chi propone musica interessante indipendentemente dal grado tecnico o dal sangue che ha buttato sullo strumento.

          3. No, non ci siamo capiti e mi dispiace. Io non ho mai affermato che riproporre Caravan nel 2015 e nei secoli dei secoli sia indice di produrre musica interessante. Non l’ho scritto da nessuna parte.
            Io ho detto che esistono dei criteri oggettivi per determinare se uno è o non è un buon musicista.
            Ma non ne esistono per determinare quale sia la musica più o meno interessante, perché si entra nel campo della soggettività.
            A te può piacere Reign in Blood, e può non piacere a me. Io posso considerare musica interessante e di valore i Fleetwood Mac, e un’altra persona può considerare musica interessante e di valore i Morbid Angel. O persino i Dream Theater.
            È qui che si entra in un ambito di soggettività pura.
            E ho fatto esempi, non ti ho parlato dei miei gusti che, se ti fai un giretto per il blog, sono assolutamente variegati e non comprendono soltanto Caravan suonata con mille arrangiamenti diversi.
            Il punto di tutto il post è l’importanza di fare un lavoro serio, qualunque tipo di attività creativa si scelga di intraprendere. Non è determinare quale disco sia più importante o interessante di altri e quale tipo di musica sia buona in maniera assoluta e oggettiva.
            Esiste tanta gente che il metal lo schifa, tanta gente che schifa il jazz. Ma, qualora io schifassi il metal, non mi permetterei mai di dire che, per gli standard del metal, Reign in blood sia suonata male. Ripeto, per gli standard del metal che sono più bassi rispetto a quelli del jazz o della fusion. E non è un giudizio di valore, il mio. Solo la constatazione, oggettiva, che per certi generi di musica siano richiesti degli standard tecnici meno elevati.
            Ma se un qualunque musicista si pone su standard tecnici molto elevati, non avrà problemi, se necessario, a suonare qualunque genere.
            Magari avrà più talento o più attitudine per un determinato stile. Ma se nel corso della sua carriera avrà la necessità professionale di suonare qualcosa di distante dalla sua attitudine, sarà comunque in grado di non sfigurare.
            Questo è il mio modo di vedere la questione. E non ha nulla a che vedere col produrre musica più o meno interessante. Perché non sono io a dover stabilire quale sia la musica più o meno interessante. Posso solo dirti qual è la musica che interessa me.

        2. “Esiste tanta gente che il metal lo schifa, tanta gente che schifa il jazz. Ma, qualora io schifassi il metal, non mi permetterei mai di dire che, per gli standard del metal, Reign in blood sia suonata male. Ripeto, per gli standard del metal che sono più bassi rispetto a quelli del jazz o della fusion. E non è un giudizio di valore, il mio. Solo la constatazione, oggettiva, che per certi generi di musica siano richiesti degli standard tecnici meno elevati.
          Ma se un qualunque musicista si pone su standard tecnici molto elevati, non avrà problemi, se necessario, a suonare qualunque genere.”
          Penso di avere tutto il diritto di criticare gli standard del jazz e tu di contestare gli standard più bassi del metal. Ci sarebbe una differenza che tu non sottolinei mai abbastanza però, gli standard del jazz di cui parli non son nient’altro che riproporre e riarrangiare musica popolare, pure jingle bells può essere jazzy per dire. Reign in blood invece è opera originale, più personale e sicuramente ambizioso che non riproporre roba che han già suonato in mille prima di te, poi puoi ripetere alla nausea che è una constatazione oggettiva che per suonare certi generi sia richiesta meno dote tecnica, come io posso continuare a ripeterti all’infinito che il mondo è pieno di musicisti con standard elevatissimi alla britti che si riducono a suonare robetta anonima e bruttissima( si anonima e bruttissima è oggettivo come il fatto che reign in blood sia considerato un capolavoro seminale da chiunque mastichi musica)….perchè a me del musicista preparato che suona summertime o caravan non importa niente cosi come non importa se riesce a interpretare anche musica già scritta e assimilata da altri, perchè appunto non è il suo sentire non esprime se stesso(poi mi spieghi l’insofferenza verso l’esprimere se stessi in musica).
          Tu trovi che sia solo oggettivo il riconoscere gli standard tecnici di un musicista io ripeto che con gli standard tecnici e basta non si va da nessuna parte,paradossalmente invece si può scrivere ottima musica se si è carenti di standard da jazzisti questo pure è oggettivo come il fatto che le band e i musicisti più influenti di sempre hanno fatto progredire la musica rompendo standard e schemi consolidati.

  12. “Se vuoi esprimerti al meglio, qualunque sia il tuo campo di azione, devi possedere degli strumenti tecnici impeccabili. Altrimenti ciò che hai dentro resterà lì dentro”. Difficile dirlo meglio, sarà una recensione fuori tema ma è uno dei pezzi più belli e sentiti che abbia letto negli ultimi mesi su questo blog.

    1. Grazie, davvero… Avevo paura che fosse fraintesa. In realtà io non ho nulla contro alcun genere musicale. E anzi, ho premesso che, nell’anima sono una rockettara e lo sarò per tutta la vita.
      sono contenta che sia stato capito🙂

  13. Il Jazz è probabilmente la scuola migliore in assoluto per batteristi e fiati.

    Su whiplash ho voglia di vederlo anche io quanto prima, come sempre punto di recuperarne la visione al mio cineclub di fiducia😉

    1. Ma anche per i bassisti e i contrabbassisti è il massimo. Guarda, io più ci penso a questo film, più lo amo.

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