Camion carichi di nitroglicerina

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È mia convinzione (ma solo mia, siete tutti liberissimi di prendermi a pernacchie) che il noir e l’horror siano due generi con più di qualcosa in comune. A volte, anzi, sono addirittura sovrapponibili. E non è raro che molti registi amino cimentarsi in entrambi i settori, senza snaturarsi, ma anzi portando avanti una propria poetica ben definita e che rimane comunque perfettamente riconoscibile.
Questa introduzione per dirvi che oggi mi è venuta voglia di parlare di una storia portata sullo schermo due volte, nel 1953 e nel 1977, da due autori diversissimi tra loro, per epoca, provenienza geografica e metodo di messa in scena. La cosa che hanno in comune è l’aver bazzicato il cinema dell’orrore. Anzi, tutti e due sono considerati imprescindibili per la storia e lo sviluppo del genere. Parliamo, ovviamente di Henri-Georges Clouzot e di William Friedkin.  E se sul contributo all’horror da parte di Friedkin non è necessario fornire alcun tipo di spiegazione, altrimenti che cazzo ci state a fare qui a leggere, a proposito di Clouzot qualcosina va detta, se non altro per non farmi massacrare da qualche espertone sintonizzato su queste paginette.

I Diabolici. Forse sarebbe sufficiente questo titolo per dare un’idea di ciò che ha fatto Clouzot per il nostro genere preferito. Che sì, forse è un thriller, forse è un noir, o forse è uno degli horror psicologici più potenti mai girati. Un’opera che ancora oggi (parliamo di un film uscito nel 1955) riesce a mettere lo spettatore in uno stato di disagio che ha pochi eguali nella storia del cinema. Prima de I Diabolici, Clouzot aveva diretto l’adattamento di un romanzo di Georges ArnaudLe salaire de la peur. Da noi stato distribuito col titolo Vite Vendute. Fu un enorme successo in patria e all’estero, anche se negli Stati Uniti alcune scene vennero tagliate a causa di un antiamericanismo (e anticapitalismo) diffuso lungo tutto l’arco del film.  Vinse l’Orso d’Oro a Berlino, il Gran premio della Giuria a Cannes e il BAFTA come miglior film del 1953. Incassò anche parecchio e portò il regista alla ribalta sulla scena internazionale.

Ventiquattro anni dopo, William Friedkin, reduce dal trionfo interplanetario de L’Esorcista, è un regista senza progetti in corso. Il film che avrebbe voluto fare, The Devil’s Triangle, era saltato e, non avendo molta voglia di avere a che fare con una grossa major, decide di realizzare un progetto piccolo, con un budget relativamente ridotto. L’idea era di riportare sullo schermo lo scheletro della storia già filmata da Clouzot, ma con personaggi e stile molto differenti. Per ottenere i diritti, dovette rivolgersi direttamente ad Arnaud. E qui c’è subito una controversia da segnalare: lo scrittore ha sempre dichiarato di preferire la versione di Friedkin a quella di Clouzot, che lui non amava. Clouzot era infatti famoso per stravolgere i testi da cui traeva i suoi film e rivisitarli in modo del tutto personale e la cosa non piacque molto al romanziere.
Sorcerer (questo il titolo della nuova trasposizione di Friedkin) esce nel 1977, in contemporanea con Star Wars, ed è un flop epocale, risultato di una strategia distributiva sbagliatissima, a partire dalla scelta del titolo, che col film ha molto poco a che spartire e che anzi, lo danneggiò anche più della concorrenza di Lucas. In realtà, Sorcerer è il nome di uno dei due camion. Ma forse la gente in sala pensava a un elemento soprannaturale del tutto assente. Dopotutto, Friedkin era il regista de L’Esorcista e tutti si aspettavano qualcosa di simile.

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La storia dei due film è più o meno la stessa (con le debite differenze di cui ci occuperemo): in un paesino sperduto da qualche parte nell’America del Sud e dominato da una compagnia petrolifera statunitense, va a fuoco un pozzo di petrolio, causando svariati morti e feriti. L’unico modo per fermare le fiamme è di far saltare in aria il pozzo e, per farlo, è necessario trasportare degli esplosivi per un lungo e accidentato tragitto attraverso strade dissestate, ponti pericolanti e insidie di ogni tipo. Nel film di Clouzot l’esplosivo è nitroglicerina pura, in quello di Friedkin si tratta di candelotti di dinamite vecchi e instabili che trasudano nitroglicerina. Basta prendere una buca e si diventa pappetta per cani.
La compagnia assolda quattro disperati per guidare i due camion. E noi spettatori ci mettiamo seduti ad assistere al loro viaggio da incubo.

C’è qualcosa di terribilmente ineluttabile in entrambi i film, la sensazione di non essere padroni della propria vita, di essere sottoposti ai capricci di un destino che, in un modo o nell’altro, ti frega. E in questo possono essere considerati sia noir che film dell’orrore. I protagonisti, sia nel film del ’53 che in quello del ’77, sono uomini imprigionati in un luogo da cui non possono uscire. La loro unica speranza è riscuotere la paga della compagnia, molto alta, che gli permetterà di pagarsi il viaggio per andarsene da lì. Un posto che non offre assolutamente niente, dove resti incastrato e che ti porta via tutto. Ma, mentre Clouzot non ci dice quasi nulla sul passato dei suoi quattro personaggi, Friedkin utilizza il primo terzo del film (che in effetti è diviso in tre atti) per raccontarci come sono arrivati nel villaggio.
Abbiamo, nell’ordine, un assassino (Francisco Rabal), un terrorista palestinese (Amidou), un ricco banchiere che ha fatto il botto e rischia la galera (Bruno Cremer) e l’autista di una banda di ladri che ha rapinato le offerte di una chiesa (Roy Scheider). E Friedkin forza il pubblico a mettersi dalla parte di questo quartetto di personaggi sgradevoli e negativi e a stare in pena per loro per due ore.

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Invece, Clouzot porta sullo schermo protagonisti con cui l’empatia riesce più semplice: sono emigrati a cui è andato tutto storto, rimasti senza un soldo in una terra ostile e privi di prospettive. Il tempo che si prende Friedkin per raccontarci il passato dei suoi, Clouzot lo sfrutta per mettere in scena la vita quotidiana in quella specie di terra di frontiera dominata dal cinismo e dall’avidità dove gravita e cerca di sopravvivere un gruppo di sconfitti provenienti dai ogni angolo del globo. Ed è molto interessante notare (e sarebbe il caso di vedere il film in originale) l’impasto linguistico costruito da Clouzot. Perché poi, a 24 anni di distanza, fu proprio il multilinguismo di Sorcerer a finire sul banco degli imputati per l’insuccesso al botteghino del film.
In Vite Vendute, si mischiano inglese, francese, tedesco, italiano e spagnolo lungo tutto l’arco del film, a sottolineare il concetto di non luogo attribuibile al villaggio sudamericano dove la storia si svolge.
E nei non-luoghi, un certo tipo di capitalismo selvaggio e spietato trionfa e miete vittime. L’indifferenza della compagnia nei confronti non solo dei quattro autisti, o dei morti locali nell’esplosione del pozzo, ma anche per quanto riguarda i suoi stessi dipendenti americani, è agghiacciante. In questo senso, il film di Clouzot è molto più “politico” di quanto non lo sia il film di Friedkin, che ha una prospettiva diversa, quasi esistenzialista, se mi si passa il termine, ma messa in scena col rigore estetico di un documentario.

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Ovvio che Friedkin guardi con grande rispetto al film che lo ha preceduto. E lo cita anche, in molte sequenze (la tangente data al funzionario della dogana, per esempio). E tuttavia, il regista americano prende una strada tutta sua per raccontare questa parabola sul destino e su un’umanità piccolissima che non ha alcun controllo sulla propria esistenza.
Ciò che accomuna i due film è la paura.
“Pensi che ci paghino per guidare? Ci pagano per avere paura” dice Charles Vanel a Yves Montand nell’opera di Clouzot. Una paura che inizia quando le casse di esplosivo vengono caricate sui camion e che non termina mai, raggiungendo livelli insostenibili in alcune scene di entrambi i film. Il celeberrimo attraversamento del ponte di corda in Sorcerer è una lezione di regia e montaggio (a cura di Bud S. Smith), tanto più potente se si pensa che Friedkin non fa nulla di complicato, o virtuoso. Si limita a scegliere i giusti piani (pochi, quindi significa un controllo totale della messa in scena) e a metterli insieme con un dosaggio del ritmo in grado di far perdere allo spettatore qualche battito cardiaco.

Clouzot, invece dà il meglio di sé nella lunga e insistita scena dell’esplosione del masso che blocca la strada. Una decina di minuti di film in cui la tensione sale così tanto da farmi provare un vero e proprio malessere fisico. E penso sempre a chi ha dovuto vedere quella scena al cinema. E a quali reazioni abbia avuto. Io sarei uscita a vomitare. Non scherzo.
E quando qualcuno muore, quando tutto ciò che abbiamo temuto (e sperato non si verificasse) dall’inizio del viaggio accade, lo fa in un lampo. È così immediata e repentina la morte che a stento ci si rende conto del suo arrivo. È uno spostamento d’aria che fa scivolare via il tabacco da una sigaretta, è una gomma bucata, un ramo affiorante in una pozza di petrolio, un colpo di pistola.
E in un istante, ogni speranza viene cancellata. Non si torna più a casa. Quel biglietto del metrò conservato per anni è solo un pezzettino di carta in una mano inerte. E quell’orologio, ultimo regalo di tua moglie, è tutto ciò che l’esplosione ha lasciato di te.

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Due film colossali. Due noir del terrore. Per quanto mi riguarda, il cinema o lo si fa così, o è meglio dedicarsi ad altro.
Credo che presto torneremo a parlare sia di Clouzot che di Friedkin da queste parti.

16 commenti

  1. Fantastici! Entrambi. Ricordo la prima volta che avevo visto Il Salario della paura. Metà anni ’80, quando ero un ragazzino che si piazzava la sera sprofondato in poltrona, avido di qualunque cosa passasse la TV. Se non ricordo male era grazie a RAI3 che avevo scoperto il film di Friedkin. Mi aveva incollato letteralmente e c’era veramente questa tensione, questo stato di ansia che emergeva da ogni cingoloso fotogramma che ti gonfiava il petto e stringeva la gola. Dopo avevo recuperato l’originale di Clouzot e avevo provato le medesime emozioni ma in differenti declinazioni, tanto da essere indeciso quale tra i due preferire.
    Reazione del momento? Andarmeli a rivedere quanto prima.

    1. Neanche io so quale dei due preferire. Entrambi sono, per un motivo o per l’altro, pazzeschi.
      E rivederli uno dietro l’altro è un’esperienza che consiglierei a chiunque

  2. Ho visto solo quello di Friedkin che reputo davvero un capolavoro, forse la prima parte è un filo lenta se mi permetti, ma l’ultima ora è incredibile.
    Recupereró anche l’originale!

    Complimenti, ottimo post.

    1. Anche il film di Clouzot (che è persino più lungo) ha un’ampia parte introduttiva sulla vita nel villaggio. Sì, forse sono un po’ inadatte ai ritmi cinematografici attuali, ma ti mettono in comunicazione coi personaggi e così poi, quando salgono sui camion, stai davvero in pena per loro.

      1. Proprio così e – essendoti stato dato tutto il tempo necessario per conoscerli – allora è come se anche tu diventassi un passeggero di quei camion, senza più un solo attimo da lì in poi per abbassare la guardia, sapendo quali ne sarebbero le conseguenze… nel film di Friedkin, poi, i Tangerine Dream sono un ulteriore valore aggiunto, nel saper accompagnare musicalmente in modo efficace la paura e la tensione che scorrono sullo schermo.

  3. Da tempo volevo fare anch’io un post di confronto tra i due film, ma non mi decidevo a vedere il primo di Clouzot: sono felice che l’abbia fatto tu perché è venuto infinitamente meglio😉
    Ormai sono anch’io convinto che noir e horror indichino in realtà la stessa cosa, e mentre sui blog e siti i lettori puntigliosi litigano sull’uscita di febbraio dei Classici del Giallo, è chiaro che “Pezzi d’uomo scelti” di Boileau-Narcejac (quelli appunto dei “Diabolici”) sia la perfetta fusione dei due generi.

    1. Che poi sono anche gli stessi che sceneggiarono Occhi Senza Volto. E anche lì… che film è? Un thriller, un noir o un horror?
      Forse perché alla fine la distinzione tra generi, quando è troppo schematica, crea più problemi che semplificazioni…

      1. Che capolavoro che citi! Infatti trovare etichette è davvero uno sport arido!

  4. Sostenni a suo tempo sul mio blog che il noir è una istanza del fantastico, poiché si svolge in un mondo che non è il nostro (o che speriamo che non sia il nostro) e guidato da regole che non sono le nostre (o speriamo che non lo siano). Entrambi i generi – o forse bisognerebbe parlare di modalità – sono poi utilizzati essenzialmente per fare degli esperimenti in vitro su questioni strettamente filosofiche.
    Il “cosa succederebbe se…” della fantascienza, ma applicato alla morale e non all atecnologia.
    “Cosa succederebbe se il Male fosse una forza materiale e non un’idea?”
    “Cosa succederebbe se la vita non avesse senso?”
    Per cui alla fine, siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
    Quanto ai due film di Cluzot e Friedkin, sono figli di epoche diverse, e quindi “suonano lo stesso pezzo con diverso stile” – parlano di cose diverse.
    Forse ciò che è davvero agghiacciante è che nel momento in cui Friedking gira “Sorcerer”, il panorama mentale e ideologico immaginato da Cluzot è diventato la normalità.

  5. Purtroppo (per modo di dire) ho visto solo la versione di Friedkin (oltretutto lo scorso anno l’ho pure rivisto in sala grazie al restauro della pellicola in occasione del leone alla carriera a WF) ma spero di riuscire a recuperare l’originale di Clouzot in qualche modo, prima o poi.

  6. Film che sto guardando in questi giorni, e che mi sta piacendo un sacco, ottimo articolo, e direi anche ottimo tempismo😉 Cheers!

  7. mi hai risvegliato un ricordo lontano di questo film assurdo su questo camion che porta la nitro di Friedkin…..ne avevo ricordi vaghi, penso lo recupererò.

    Ti faccio una domanda: questa cosa dei quattro che portano la nitro sai che ha secondo me un omaggio neanche tanto celato in Pompieri 2 di Capitani del 1987?
    vatti a leggere la trama e dimmi se non noti delle somiglianze😉

    1. Me l’hanno già fatta notare questa somiglianza😀
      Credo che sia una citazione più o meno voluta. Io non so come funzioni su schermo perché non ho mai visto Pompieri 2, però potrebbe essere un omaggio a Clouzot e a Friedkin

      1. E’ dichiarato da più parti da quel che ho letto che Capitani abbia voluto parodiare in qualche modo Salario della Paura di Friedkin.

        Ci può stare, come cosa

  8. […] Camion carichi di nitroglicerina, di Lucia Patrizi da Il giorno degli zombie: uno sguardo a una storia raccontata in due film, Vite vendute di Henri-Georges Cluzot e Sorcerer di William Friedkin, entrambi con la paura protagonista; […]

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