Porcherie del mese: Febbraio

lammerda

Sì, abbiamo saltato gennaio, ma non perché io mi sia dimenticata dell’appuntamento con le porcherie che il genere si ostina a propinarci. In realtà, dopo avervi ammorbato con la monnezza annuale, non mi andava di infierire e ho aspettato febbraio per tornare a segnalarvi le pellicole da evitare. E sarà un mese molto ricco. Per cui preparatevi a essere investiti da liquami tossici e a soffrire insieme a me, maledendo registi, attori, produttori, sceneggiatori e montatori (e pure i DOP che di solito non vengono mai coinvolti nei cataclismi) per averci sottoposto a cotanta, immonda sozzura.
Come sempre, proseguire nella lettura è sconsigliato ai più sensibili, ai bambini e ai deboli di stomaco.

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Sean Astin e il suo conto in banca devono davvero navigare in brutte acque. Oppure è stato uno scherzo di pessimo gusto dell’agente dell’attore. E lui, poverino, una volta caduto nel pesce d’aprile, ha dovuto onorare i contatti. Spero solo che nel mentre il suo agente sia stato licenziato in tronco.
Devo ammettere che, fino a pochi giorni fa, nutrivo una certa simpatia per il carrozzone di Cabin Fever. Il primo film è di una demenza totale e consapevole. Ma non manca mai di mettermi di buonumore. Il secondo, al netto delle ingerenze dei produttori di cui parlammo qui) resta comunque un film di Ti West prerincoglionimento.
Cinque anni dopo Spring Fever, due oscure e infime case di produzione assoldano un incapace (Kaare Andrews) per dar vita al terzo capitolo di una saga di cui tutti, chi più chi meno, hanno dimenticato l’esistenza. Non contenti, sempre con le redini saldamente in mano all’incapace di cui sopra, stanziano i soldi anche per un quarto film. Ma questo è dato come “in development” su Imdb da qualche secolo, per cui forse, dopo aver visionato il materiale a disposizione, si è misericordiosamente scelto di soprassedere.
In Cabin Fever: Patient Zero, abbiamo il nostro Sean Austin che risulta essere l’unico portatore sano del famoso virus, capace di trasformare in poche ore un essere umano in pappetta per gatti.  Dei ricercatori non meglio identificati lo trovano, lo picchiano forte, lo rinchiudono e lo portano dentro a un bunker in un’isoletta sperduta in mezzo al nulla. Non si sa dove. Le location del film dicono Repubblica Dominicana. A poca distanza, quattro imbecilli stanno per festeggiare l’addio al celibato di uno di loro. Affittano un motoscafo e, guarda un po’, finiscono proprio sull’isoletta, dove pare sia sufficiente andare a fare un giretto di snorkeling per contrarre la malattia. Ma non c’era il bunker apposta per evitare ciò? Ma se l’acqua è già contaminata (e tutti i pesci sono squagliati, letteralmente) allora la malattia è già diffusa? Non fate domande sceme. In Patient Zero, si giuocherella a palla con logica e coerenza narrativa. E questa palla di merda la tirano dritta in faccia allo spettatore, ridendoci di gusto.
A parte i personaggi che neanche è possibile chiamare stereotipi, altrimenti si correrebbe il rischio di fargli un favore, a parte ogni occasione per mostrare tette e culi (la scienziata bionda che se ne va in giro per il laboratorio con il camice aperto sopra a una scollatura vertiginosa è il primo esempio), a parte l’umorismo non da caserma, ma da prima elementare per bambini non troppo svegli, il problema è che Patient Zero è girato in un modo che ti fa venire voglia di urlare. E immagini l’incapace sul set che non ha idea di dove piazzare la macchina da presa e la butta sulla sabbia alla come capita. Tanto ci pensano gli arti strappati e le vomitate di sangue a risollevare le sorti del film.

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Ove si apprende che per girare un film “lento” devi avere gli attributi se non vuoi fracassarli al pubblico.
Il primo The Pact è stato un buon incasso, soprattutto considerando che si tratta di un esordio e che le sale le aveva viste appena di sfuggita. Ed ecco che alla coppia di produttori responsabile del film deve essere venuto in mente di bissarne il successo. Ma questa volta McCarthy non è della partita. Al suo posto arrivano Dallas Richard Hallam e Patrick Hovarth, due illustri sconosciuti che però cercano di imitare, senza averli compresi, lo stile e la messa in scena del loro collega. Colp…ehm… autori anche della sceneggiatura, i due si ritrovano per le mani una storia tremendamente esile: poco tempo dopo i fattacci del primo film, una serie di delitti ricordano da vicino quelli compiuti dal seral killer Judas. E una giovane donna che di mestiere pulisce le scene del crimine, dovrà cercare di capire chi si nasconde dietro alla nuova sequela di omicidi, prima che Judas metta in pericolo la sua stessa vita. Insomma, lo scheletro della trama è qualcosa di già visto e sentito decine di volte. Ma non basta. È anche poca roba. E quindi i registi sono obbligati a dilatare la narrazione il più possibile. Ma, dove in McCharty la dilatazione aveva un senso narrativo e stilistico ben preciso e, soprattutto serviva a veicolare la paura, in questo seguito l’unica cosa veicolata dalle interminabili panoramiche senza motivo di Hallam e Hovart nell’appartamento della protagonista, è la botta di sonno. Questo perché a girare settecento piani diversi e poi a montarli a velocità supersonica, son buoni quasi tutti, ma a dare al proprio film un ritmo cadenzato e adeguato alla storia che si sta raccontando, ci riescono in pochi. È la differenza che passa tra un buon film e una porcheria.  Si chiama personalità.

Preservation

Continuando a parlare di copioni, arriviamo a questo survival diretto dal regista e attore Christopher Denham, ambientato nei boschi di qualche sperduta provincia americana, il film ci racconta di una giovane coppia di sposi che si avventura per una battuta di caccia insieme al fratello ex militare e mezzo schizzato del maritino. Si ritroveranno alle prese con un gruppetto di cacciatori di prede umane.
Se proprio dovessi scegliere un sottogenere nello sterminato campo del cinema horror, sceglierei il survival a occhi chiusi. A partire da La Pericolosa Partita, grande progenitore del filone, i survival ci hanno sempre regalato perle. Una delle ultime è Eden Lake, uscito nel 2008 e firmato da James Watkins. Preservation ne ricalca le orme in maniera abbastanza fedele, prendendo spunto a piene mani anche dal francese Ils.
Denham si diletta anche in qualche tentativo di critica sociale ammuffita, ritraendo ragazzini violenti che chattano tra loro anche se si trovano a pochi metri di distanza, forse per sottolineare il vuoto comunicativo delle giovani generazioni. E poi che non ce la vuoi mettere la pavida donna borghese tramutata all’improvviso in Rambo e pronta a mettersi i punti da sola utilizzando un filo interdentale e un orecchino? Non vuoi metterci l’inaspettato (credici) ribaltamento di campo, con la preda che diventa cacciatore e si rivela ancor più bellluina dei suoi inseguitori?
Il problema di Preservation è che dice cose già dette da molti altri. E le dice peggio. Anzi, non le sa dire, le urla credendo di essere più comprensibile e incisivo, quando invece crea solo confusione.

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Nacho Vigalondo è convinto di saperla lunga. Più degli altri. Ed è anche convinto di essere originalissimo. Dopotutto sono anni che glielo ripetono per ogni dove: genio, artista! Deve aver finito per crederci davvero e si è sentito libero di ridicolizzare la sua prima prova a budget medio alto e con cast internazionale.
Open Windows è un film interamente girato sullo schermo di un pc: un fan all’ultimo stadio (Elijah Wood) di un’attricetta famosa per una saga speudofantascientifica (Sasha Grey) vince un concorso con in palio una cena con la sua beniamina. Mentre se ne sta al computer nella sua camera d’albergo, viene contattato da uno dello staff che gli comunica l’annullamento della cena.
Per i primi tre minuti il film funzionicchia, anche se Wood interpreta un personaggio talmente didascalico da far venire l’ulcera e la Grey, oltre a fare le faccette, non è qualificabile come attrice.
E qui apro una parentesi: non è vero che la Grey non sappia recitare. Basta guardare quel gioiellino di Would you Rather per rendersene conto. Solo che esiste una faccenda esoterica chiamata direzione degli attori. E Vigalondo deve ritenerla particolarmente inutile, dato che persino Wood sembra uno dei nostri “attori” italici presi dai reality. Chiusa parentesi.
Ma, anche senza considerare le doti recitative del cast, Open Windows non solo smette di funzionare e comincia ad annoiare dopo i primi tre minuti, ma precipita fragorosamente in un baratro di non-sense e ci si va a incastrare dentro così a fondo che non basta la presunta innovazione tecnica di un film che si svolge tutto su uno schermo (The Den è di un anno prima, ed è infinitamente superiore) a salvarlo dal disastro. Verso la fine, Vigalondo comincia a impazzire, infilando dei colpi di scena uno più inverosimile dell’altro, tanto per ricordare alle masse che sì, lui è quello che gli aveva incasinato il cervello in Timecrimes.  Ma non è che la cosa vada proprio a buon fine. E poi io imploro i registi di ogni parte del mondo di farla finita di utilizzare un linguaggio finto-tecnologico da martellate sulle dita e di smetterla di dipingere gli amanti della tecnologia come dei pericolosi e sfigatissimi disadattati sociali. Siamo nel 2015, Vigalondo, forse te ne sei dimenticato.

17 commenti

  1. A parte The Pact 2 (che è in attesa di finire nel blog zinefilo) non conoscevo gli altri titoli: che voglia di vederli per sparare a zero😀

    1. The Pact 2 è perfetto per il Zinefilo. Va stroncato senza pietà alcuna e mazzolato con violenza.

      1. Il primo aveva almeno le cosce di Caity Lotz che tenevano desta l’attenzione, il secondo neanche quelle😀
        Comunque visto che c’è un piccolo film australiano omonimo, farò una settimana zinefila dedicata a The Pact😉

        1. Però il primo The Pact è uno di quei film che mi ha fatto letteralmente cagare sotto, dall’inizio alla fine

  2. Eppure a me Preservation è piaciuto parecchio. Non so, quell’inizio è proprio schifoso ma poi quella serie di nosense (orecchino compreso) mi ispirano sempre una certa simpatia (hai detto you’re next?😉 ).
    Poi io ci ho visto una critica secca al machismo e alle armi, non tanto ai bimbiminkia e alla mancanza di com, ma sai, ormai sto diventando vecchio…🙂

    1. Non so, Eddy… A parte il fatto che
      SPOILER

      Il fratello cacciatore maschio tutto d’un pezzo crepa per primo
      FINE SPOILER

      Non ho visto alcuna critica alle armi o al machismo. Anche perché comunque poi lei compie la solita trasformazione da non violenta a rambessa che, sinceramente, se la sai fare bene è un conto (The Descent) se la rendi così è solo un altro cliché.
      E se mi fai vedere questi bimbiminkia che stanno uno di fianco all’altro e invece di parlare chattano con gli smartphone, io a parte che non ci credo neanche se lo vedo, penso che tu stia facendo un certo tipo di critica. Oppure sei solo un coglione.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Che poi, messa in questo modo, quello che può venirne fuori è tutt’al più la parodia malriuscita di una critica. Allora, ammesso e non concesso che le velleità di critica sociale in questione siano autentiche, così forse va anche peggio rispetto all’essere un semplice coglione fatto e finito.
        E parlando del progenitore illustre progenitore di tutti i survival, mi era piaciuta parecchio anche la sua versione anni ’90 ad opera di John Woo.
        Per il resto, già ero perplesso di mio sui seguiti di The Pact e dei due Cabin Fever: non ne sentivo tutto questo bisogno, fosse anche solo per non correre il rischio di rovinare quello che era stato fatto di buono (come poi è successo, vedo😦 ). Riguardo al sopravvalutato Vigalondo, poi, il suo riuscire a ridurmi SOTTO il minimo sindacale sia Wood che la Grey fa segnare un altro grosso punto a suo sfavore…

  3. Non ne ho visto manco mezzo, ma tu sei la sola che riuscirebbe a far venir voglia di vedere anche una schifezza. Di questi l’unico che mi incuriosisce un pò è Open Window. Magari quello lo recupererò.

    1. Open Window è stata una delusione davvero cocente. Io ci speravo, sul serio. Ma mi sono annoiata come mai in vita mia…

  4. Dai, Open Windows non è tanto male.
    E’ molto simile a The Den, ma come intrattenimento funziona.
    Il resto me lo risparmio tranquillamente…

    1. Oddio, The Den funziona molto meglio, almeno a mio modesto parere. Trasmette più inquietudine e ha quel finale che è uno spettacolo.
      E poi non si atteggia a opera di genio, se non altro.

  5. moretta1987 · · Rispondi

    Il cinema Horror evidentemente fa male ai fumettisti,sia Aguirre Sacasa che Andrews autori di buoni titoli a fumetti si sono azzoppati come sceneggiatori.

    1. Non capisco perché Andrews si è messo in testa di fare il regista. Già il suo esordio era pietoso.
      Questo è anche peggio.

  6. frankrmorgan · · Rispondi

    Ho visto solo The Pact 2. Già il primo non mi ha esaltato, questo secondo inutile capitolo invece è lammerda pura.

  7. D’accordo su tutto, con una punta di amarezza per Preservation, che avevo aspettato golosamente tantissimo (il suo primo film, Home Movie, mi era piaciuto parecchio), e invece supernoia, supernoia a non finire😦

    1. Anche a me era piaciuto molto Home Movie… E infatti su Preservation mi ci sono fiondata. E ho faticato ad arrivare alla fine.

  8. Ci riflettevo giusto qualche giorno fa, se il senso dell’horror è quello di spaventare, bisognerebbe guardarsi certe pellicole e “spaventarsi”. Di quelle da te citate ho visto Cabin fever 3 e volevo fuggire perché la noia mi ha ucciso, recentemente “Annabelle” mi ha affossato peggio dei peperoni e mi manca ancora “Ouija” . L’horror quando vuole essere brutto ci riesce in modo assoluto,intanto cerco ancora “Clown”.

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