Cinema degli Abissi: Le Grand Bleu

LeGrandBleu
Regia – Luc Besson (1988)

ALTAMENTE SPOILERANTE PER CHI NON HA VISTO IL FILM

In inglese si dice free diving, che ho sempre trovato una definizione azzeccatissima di ciò che noi chiamiamo apnea. Gli apneisti sono, in un certo senso, l’aristocrazia del mondo subacqueo. Loro non hanno bisogno di bardarsi con bombole ed erogatori. Loro, semplicemente, trattengono il fiato. A volte, per un periodo di tempo che li accomuna più ai mammiferi marini che a noi esseri umani.
Attualmente, il record per la disciplina in assetto variabile (detta anche No Limits, per uno sponsor che dovreste conoscere tutti) che è quella di cui si parla nel film di Besson, è di 214 metri per gli uomini (detentore, l’australiano Herbert Nitsch) e di 160 per le donne (realizzato dalla britannica Tanya Streeter).
In cosa consiste l’apnea in assetto variabile? Si scende attaccati a una slitta zavorrata e si arriva il più a fondo possibile. È la competizione più pericolosa, ma anche quella dotata di più fascino.
Per un certo periodo, qui in Italia, andava molto di moda parlare di apnea. Erano i tempi di Enzo Maiorca, il cui ultimo record risale proprio al 1988, anno di uscita del film di Besson.
Ed è proprio il personaggio di Maiorca, ribattezzato per l’occaione Enzo Molinari e interpretato da Jean Reno, uno dei due protagoniti di Le Grand Bleu.
L’altro è Jacques Mayol, non solo un apneista fondamentale nello sviluppo della disciplina, ma anche e soprattutto un ricercatore, che ha dedicato la vita a esplorare il comportamento del corpo umano sott’acqua, teorizzando il concetto di uomo-delfino. Non voglio farvi la lezioncina di storia dell’apnea. Ma due parole su questa sfida contro i nostri  limiti erano indispensabili per comprendere a fondo un film come Le Gran Bleu, sceneggiato, tra gli altri, anche dallo stesso Mayol, morto suicida nel 2002, all’Isola d’Elba.

fiat_500_le_grand_bleuEd è proprio nel 2002 che Le Grand Bleu arriva nelle nostre sale. In Francia, alla sua uscita 14 anni prima, era stato campione di incassi, uno dei più grandi successi commerciali della storia del cinema francese. Purtroppo, fu una causa intentata al film da Maiorca, che non si riconosceva nel personaggio (a suo parere) caricaturale di Molinari, a bloccare la distribuzione de Le Grand Bleu in Italia.
E così lo abbiamo visto molto tardi, in un momento in cui l’attenzione per l’apnea, qui da noi, era  scemata. Ed è passato quasi inosservato.
Infatti, quando nel 1990 uscì Nikita, la critica e il pubblico italiani rimasero sbalorditi. La reazione comune fu: “ma chi cazzo è questo giovine regista francese?”.
“No, sai, è solo quello che ha sbancato i botteghini appena due anni fa”.
Quando parlo con qualche amico di Besson, sembra quasi che abbia esordito con Nikita. E invece Nikita era già il suo quarto film e Le Grand Bleu aveva addirittura aperto il festival di Cannes nel 1988.

Le Grand Bleu narra del rapporto di rivalità e amicizia tra i due apneisti, Molinari e Mayol, e dei vari tentativi di battere i record di immersione in assetto variabile. È un racconto molto romanzato, con una vaga ispirazione a vicende realmente accadute. Ed è il film definitivo sull’amore che lega uomo e mare, sul fascino irresistibile che la profondità e gli abissi esercitano su alcune creature non proprio terrestri, ma non del tutto marine. Esseri umani che dovrebbero essere delfini e che purtroppo sono condannati a vivere in superficie.
Una volta che il Grande Blu ti cattura, sei destinato a tornare a lui per sempre. E a restare con lui per sempre.
A nulla valgono le proteste di amici, fratelli, mogli, medici, organizzatori di competizioni. E non è neanche per battere il record che si va in acqua. Non è la rivalità, che ha comunque un suo peso, soprattutto per il personaggio di Molinari, a spingere una persona a scendere centinaia di metri  trattenendo il respiro.
È la consapevolezza di come sia “molto meglio lì sotto”, di come sia un posto più bello. E poterci arrivare in apnea ti fa sentire meno un intruso, ti avvicina a quei mammiferi marini con cui senti di avere molto in comune.

CPetron8Non lo nascondo: Le Grand Bleu fa parte di quei 10 film che porterei con me ovunque, quelli a cui non posso rinunciare, che devo rivedere almeno una volta l’anno. Non sono imparziale quando parlo di questa opera di Besson. La considero, in poche parole, un qualcosa in grado di trascendere il cinema stesso e arrivare a toccare alcune corde emotive molto sensibili e particolari. Non è solo una questione di stile, in questo caso. Nonostante Besson sappia mettere in scena sequenze altamente suggestive, sia subacquee che non, sappia cogliere, con la macchina da presa, l’essenza dei suoi personaggi e rendere, in poche inquadrature, senza mai mandare in overdose di tagli lo spettatore, il rapporto viscerale e antichissimo che lega l’umanità all’oceano, non è unicamente per la messa in scena maestosa che considero Le Gran Bleu una pietra miliare del cinema d’avventura di tutti i tempi.

Le Grand Blue è come una sinfonia di epica antieroica suonata sia coi toni del dramma che con quelli della commedia. Un film tremendamente umano, che attraverso il ritratto di due uomini, ci parla dell’istinto dell’umanità tutta a superare i propri limiti, procedendo oltre ciò che viene comunemente considerato normale. Il coraggio spaccone di Molinari, la non perfetta aderenza alla realtà quotidiana di Mayol, la consapevolezza di entrambi di non appartenere del tutto al mondo asciutto, li porta a compiere imprese considerate, fino a pochi istanti prima, impossibili. E ogni volta che un apneista cerca di stabilire un nuovo record, sfonda il muro dell’impossibile, forzando il corpo umano a raggiungere dei nuovi equilibri.
E forse, o almeno questa era la teoria di Mayol, noi siamo fatti (anche) per muoverci nell’acqua come  i mammiferi marini.
Pensateci: il vero Mayol aveva previsto che un giorno si sarebbe arrivati a trattenere il respiro per oltre 10 minuti. E infatti  il record odierno, stabilito nel 2009, è di 11 minuti e 39 secondi. Riuscite solo a immaginarla, una cosa del genere?
È che il “non si può fare”, per questa gente, non esiste e basta.

grand-bleu-1988-05-gEpica antieroica, dicevo prima: né Mayol né Molinari sono ritratti come eroi. Appaiono due irresponsabili e disadattati, che sacrificano la loro vita al mare e alla profondità. Il Grande Blu è un richiamo a cui non è possibile opporre resistenza. Lo stesso Besson sembra prendere le distanze dai suoi protagonisti e porsi piuttosto nella prospettiva della compagna di Mayol (Rosanna Arquette), che può solo guardare il suo amore allontanarsi e perdersi per sempre nel Grande Blu.
E nessun film ha mai saputo descrivere nei dettagli la capacità dell’oceano, inteso come mondo altro, eppure così integrato alla nostra vita, così indispensabile a essa e così poco conosciuto, di prenderti e non farti più tornare indietro.
Non è la forza prorompente dei maremoti di tanti film catastrofici, non l’abisso che ospita inquietanti presenze aliene o mostri marini di tanta fantascienza e tanto horror. È una culla e una tomba. È serenità, dolcezza, è il luogo dove si può essere noi stessi e desiderare di poter rimanere lì, senza che sia necessario risalire.

Sia Molinari che Mayol sceglieranno, alla fine, di non tornare in superficie. Ognuno a modo suo, termineranno entrambi la propria vita nell’acqua. E chi crede che quella di Molinari non sia una scelta consapevole, ma un incidente, non ha guardato bene il film. Nel momento stesso in cui Molinari inala il suo ultimo respiro sulla barca e si tuffa nel Grande Blu, sa che sta andando a morire.
E la stessa cosa farà Mayol la notte seguente.
Per questo Le Grand Bleu più che un film è un’esperienza emotiva. In fondo non fa altro che parlare di scelte estreme. E di uomini che hanno vissuto vite estreme cercando la felicità sul fondo del mare.
E che forse sono addirittura riusciti a trovarla, alla fine.

10 commenti

  1. Tutto vero e per davvero.Condivido ogni parola, anzi: l’avevo già fatto. E c’è un motivo se questo è forse il film più ispirato di Besson, se ti interessa la storia di questo film ed altre amenità specifiche😉 http://cinematografiapatologica.blogspot.it/2013/01/le-grand-bleu-1988-di-luc-besson.html

    1. SPOLIERONEGIGANTE!!

      Il film ha previsto con precisione rabbrividente anche la dipartita del vero Mayol…

  2. Me lo procurai in DVD quando ancora in Italia non era disponibile, a causa di una malsana venerazione giovanile per Mayol e per recensioni sfolgoranti lette su riviste di cinema inglesi.
    È un film che mi mette sempre una profonda tristezza – per quanto sia splendido, si porta dietro un senso di ineluttabilità che mi rattrista.
    Eppure me lo riguardo sempre volentieri.
    Anche la tristezza, di tanto in tanto, ci vuole.

    1. Anche io veneravo Mayol. Invece Maiorca l’ho conosciuto in un negozio per attrezzature da sub. O meglio, lo ha conosciuto mio padre che era lì per la manutenzione delle bombole e io, troppo piccola per capirci qualcosa, mi limitavo a fissare quell’omone. Il film è splendido e molto triste, è vero. Per me è la conferma che esistono persone nate per il mare. E la tristezza deriva proprio dal fatto che lì sotto, per il momento, si può solo andare a morire.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        Mi ricordo che quelli erano gli anni anche dei record di un’allieva molto in gamba dello stesso Mayol, e cioè Angela Bandini, caduta nel dimenticatoio un po’ troppo alla svelta e immeritatamente. Riguardo a Le Grand Bleu, devo dirti che a tutt’oggi fa ancora il paio con l’altra mia lacuna bessoniana anni ’80, Le Dernier Combat. Vuol dire che gli darò la precedenza nel recupero, privilegiando la versione per il mercato internazionale (poi, magari, darò pure un’occhiata al director’s cut)…

        1. Vero! Anni eroici per l’apnea, quelli…
          Pure Le Dernier Combat è un ottimo film. Magari puoi organizzare una bella double feature dedicata a Besson😉

          1. Giuseppe · ·

            Sì, non male come idea😉

  3. E’ una mia grande lacuna e, complice la durata non indifferente, non l’ho mai colmata. Ma me ne hai fatto innamorare solo a leggere queste parole, recupererò al più presto🙂

    1. In realtà ci sono varie versioni. Il director’s cut dura quasi tre ore, ma la versione uscita per il mercato internazionale si ferma sotto le due ore, ed è ottima, per una volta tanto. Anzi, secondo me è migliore la versione corta di quella lunga😉

  4. Mi piaque molto, se non fosse stato per la causa avremmo scoperto in italia Besson anni prima

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