The Guest

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Regia – Adam Wingard (2014)

Cominciamo a recuperare qualche visione persa nel corso dell’anno passato e partiamo proprio dall’acclamato The Guest, opera di un regista molto poco amato da queste parti e autore (sempre insieme al suo fido sceneggiatore Simon Barret) di una serie di filmetti innocui ma spacciati per sagaci, tra cui You’re Next (almeno era divertente) e il tremendo, sotto ogni punto di vista, A Horrible Way to Die.
Adesso, lo sapete tutti che io amo ricredermi e mi piace quando un regista cui davo poco credito riesce a sorprendermi. È proprio il caso di The Guest, che neanche sembra un film di Wingard. O meglio, ne possiede alcune caratteristiche come lo stile derivativo da un punto di vista estetico, e il voler prendersi gioco della famiglia e della piccola borghesia americane, da un punto di vista contenutistico. Ma queste caratteristiche, per vari motivi che andremo a spiegare, appaiono molto più al servizio del film e molto più integrate nel tessuto narrativo rispetto alle opere precedenti del regista. Insomma, non si ha la fastidiosa impressione di star assistendo a un ammiccamento continuo nei confronti del povero spettatore che, in fondo, vorrebbe solo godersi la fottuta storia, ecco.

"The Guest" Portraits - 2014 Sundance Film FestivalLa famiglia Peterson ha da poco subito un terribile lutto: il figlio maggiore è morto in combattimento in Afghanistan. Un giorno si presenta alla loro porta David (Dan Stevens) che afferma di essere un amico e commilitone del ragazzo scomparso. Invitato dalla madre a fermarsi a casa Peterson fino a quando non avrà trovato una sistemazione, David conquista tutti i membri della famiglia e si insinua nelle loro vite, assumendo il ruolo di figlio, amico e fratello più grande. Ma David nasconde qualcosa e forse non è proprio chi dice di essere.

Sembra quasi la trama di un thriller anni ’80. E in un certo senso, The Guest è un film di quel periodo che, se non fosse per la presenza di computer e cellulari, potrebbe benissimo avere un’ambientazione di qualche decennio fa. La ricostruzione di Wingard è ineccepibile. Nonché straniante, perché il film si svolge ai giorni nostri, ma nella cittadina di provincia dove vivono i Peterson, il tempo è come sospeso e congelato. O forse sono le abitudini che non cambiano: la festa di Halloween (periodo in cui avvengono i fatti del film) è quella che Carpenter aveva descritto nel ’78; la palestra del ballo scolastico per la Notte delle Streghe pare uscita da Prom Night e, per chi se lo ricorda, dal romanzo Friend; i bulli che torturano il figlio minore dei Peterson si riuniscono in bar bugigattoli estremamente kinghiani, mentre alle feste, nelle automobili e nei vari locali rimbombano sintetizzatori (ancora) carpenteriani. Per non parlare dell’uso dei colori acidi e sparatissimi che, è vero, da quando Refn ha sdoganato il fucsia siamo abituati a vedere molto spesso al cinema, ma comunque rimanda sempre a un certo periodo storico, ben preciso e scolpito nella nostra memoria con la forza che solo i miti cinematografici possiedono.

THE GUESTE si ha come l’impressione che Wingard voglia raccontare un’America rimasta ancorata a quei miti, e incapace di venirne fuori. Ma forse, come al solito, tendo a sovrainterpretare e vedo nei film cose che non esistono.
Perché The Guest non è un prodotto con grosse ambizioni, non vuole e non è neanche capace di spingere a profonde riflessioni. Si accontenta di tenere lo spettatore ben incollato allo schermo per i canonici 90 minuti e spicci e vi assicuro che è un ottimo accontentarsi. The Guest è un razzo. Fila velocissimo senza alcun cedimento. È un film che si regge tutto sull’impressionante fisicità del suo protagonista, attore inglese “insospettabile” e diventato famose in tutt’altre esperienze lavorative. Stevens diventa l’incarnazione del perfetto ragazzotto americano tutto sorrisi, birre bevute davanti alla tv col capo famiglia, affascinante, seducente, all’occorrenza paterno. E due secondi dopo si tramuta nello psicopatico inespressivo e gelido di uno slasher. Davvero una prova che strappa gli applausi, tra le migliori, in campo horror, dell’anno passato.
Non solo la sua recitazione, ma anche l’alchimia che si sviluppa con la coprotagonista femminile, Maika Monroe (a breve la vedremo in It Follows) è notevole. Quando i due sono in scena, diventa davvero complicato non farsi assorbire dagli sguardi, dai gesti, dall’energia che passa attraverso i loro corpi. Un erotismo sottaciuto e che non esplode mai per tutta la durata del film.

The Guest, pur non avendo una sceneggiatura con veri picchi di originalità, è un film che riesce a spiazzare soprattutto per come passa dal thriller, all’action, persino attraverso la sci-fi, fino ad approdare ad atmosfere tipicamente slasher nel finale, con fluidità e senza apparire a compartimenti stagni. La coerenza narrativa che lo tiene insieme è così salda da giustificare i cambi di genere e registro.
Giocare con i generi in questo modo non è mai facile, ma Wingard riesce a mettere in scena un meccanismo estremamente costruito e artefatto, facendocelo passare per un muscolare e fisico prodotto anni ’80. Non è citazionismo, piuttosto si tratta di saper procedere a più livelli, ma di non scoprire mai le carte, dando l’illusione che questi livelli non esistano proprio.

102120_s1The Guest non è, quindi, l’ennesima operazione nostalgia, ma un film che rifiuta una precisa collocazione temporale (non fatevi ingannare dalla guerra in Afghanistan. Potrebbe benissimo essere il Vietnam e non se ne accorgerebbe nessuno) e preferisce viaggiare in un limbo storico, per ricreare, agli occhi degli spettatori, un cinema molto distante da quello contemporaneo e che, per uno strano paradosso, ci appare come fresco e rinnovato.
Non voglio essere pedante, ma se una cosa funziona, basta portarla al passo coi tempi e toglierle la patina di vecchio perché continui a funzionare. Questo Wingard l’ha capito. Forse un giorno lo capiranno anche altri.

Per approfondire:
Recensione del Bradipo
Recensione di Midian

18 commenti

  1. Giocare sulle scansioni temporali non è da tutti ma è un’operazione che mi ha sempre terribilmente affascinato e forse non è un caso che alcuni dei miei film del cuore, galleggiano in queste dimensioni dove la collocazione storica diventa ambigua e l’epoca una bolla sfumata…
    Mi vengono in mente, a questo proposito, Street of fire del mitico Hill e il meno conosciuto e surreale Fergus O’Connell dentista in Patagonia, di Carlos Sorin

    1. Sì, ecco, sono entrambi film con qualche pretesa in più rispetto a questo. Forse Strade di Fuco ha qualcosina in comune per messa in scena e luci, ora che mi ci fai pensare!

      1. Era praticamente un dieselpunk ante litteram…

  2. Lo so come la pensi (e c’hai raggione, pure) ma secondo me il wingard ha cominciato a risanare il cervello con you are next. Io lì ci ho visto una leggerissima svolta e qui sembra che la situazione migliori onestamente. E onestamente ti dico che stasera me lo guardo😉

    1. Ma sì, You’re Next era già un passo avanti rispetto a quello prima che mamma mia lammerda.
      Questo è ancora meglio. Bello teso, senza fighettismo indie sparso per la via. E con un finale girato da dio.

      1. Giuseppe · · Rispondi

        A questo punto mi viene un dubbio, che vorrebbe essere un augurio al tempo stesso: e se la fase indie non fosse altro che un trampolino di lancio (certo rischioso, fighetto, supponente e limitativo quanto sappiamo esserlo, ma di fatto – magari senza nemmeno condividerne la filosofia di fondo – cominci a farti conoscere) verso mete molto più ambiziose? Non sto generalizzando, anche se la prospettiva futura di trovarmi di fronte altri insospettati talenti liberati dalla palude indie non mi dispiacerebbe… che se Wingard è stato in grado di fare quello che leggo nella rece, sospetto stesse preparando il colpo da maestro da un bel po’. Già da You’re Next? Può darsi, come primo indizio del volersi lasciare la merdaccia precedente alle spalle. E’ solo una mia ipotesi, beninteso…

        1. Io, che sono malfidente sempre e comunque, sostengo la teoria della botta di culo😀
          Perché non ho riscontrato evoluzioni così importanti nella carriera di Wingard. You’re Next è sì un passetto in avanti, ma per me resta tra i film peggiori dell’anno passato.
          Qui invece sembra di avere a che fare con un altro regista e non so davvero come ciò sia potuto accadere

          1. Giuseppe · ·

            Appunto, magari fino ad ora ci ha presi per il culo a tutti😀 (che You’re Next, obiettivamente, era il minimo sindacale dove prima c’era il nulla)! Certo comunque che – quali che siano le premesse – un exploit del genere sorprende parecchio anche me, e per certi versi mi ricorda l’apparente momentanea metamorfosi di un altro tizio – assolutamente non indie – molto poco amato e cioè un certo Michael Bay con quell’inaspettat(issim)o Pain & Gain: anche lì, a voler vedere, chi l’avrebbe creduto capace – dopo anni e anni di ottuso fracasso (nel suo caso, poi, a tradire quel poco di buono degli inizi) – di un simile risultato…

  3. Gran bella analisi, per quello che è un mio nuovo cult movie personale.
    E sì che You’re Next io non l’avevo proprio retto…

    Come dici è un film quasi fuori dal tempo, tanto che e a tratti mi era davvero venuto il dubbio che potesse essere ambientato negli 80s o a inizio 90s.
    I due protagonisti insieme funzionano alla grande, la commistione tra generi differenti è efficacissima, il ritmo è sempre alto. Difficile chiedere di più a un film d’intrattenimento solo.
    A questo punto dovrò recuperarmi anche la filmografia precedente di Adam Wingard?
    A quanto dici mi sa che la risposta è no…🙂

    1. Dipende quanto sopporti la macchina a mano usata ogni istante, anche quando non serve a niente😀

  4. La seconda parte non è un po’ sbracata? D’accordo mischiare le carte, ma mi è parsa una soluzione comoda buttarla così in cagnara. Per un’ora o quasi invece mi è piaciuto molto, tensione alle stelle, nessuna sbavatura, e continuavo a chiedermi dove avevo già visto questa gran faccia da psicopatico, e solo dopo mi sono ricordato di Downton Abbey. Be’, chapeau a Stevens.

    1. Se ti riferisci alla sceneggiatura sì, la butta molto in caciara, però per quanto riguarda la messa in scena, a me il finale ha fatto impazzire. Tutta la parte in mezzo alle scenografie di Halloween è davvero un microsaggio sullo slasher anni ’80 e mi ha divertito tantissimo.
      Forse è un po’ deboluccia la sparatoria con i militari, quella sì.

  5. Fan della prima ora · · Rispondi

    Avrei voluto saperne di più sul progetto militare segreto e alla fine mi aspettavo qualche azione stile super-soldato, oppure qualche soluzione in stile Lucy. Però il divertimento è assicurato e per me, che sto sempre dalla parte del killer, questo film è stato un passatempo d’oro.

    1. A me invece non è dispiaciuto che il film non abbia dato troppo spazio ai militari e al progetto dietro il personaggio di David. Ho preferito il restare concentrato sulla dimensione provinciale del racconto, senza spiegare troppo, perché poi ci sarebbe stato il rischio di voragini logiche, il che non è mai positivo.
      Però hai ragione, passatempo d’oro!

  6. Mi ero persa questo post, dannazione.
    Siccome a me Wingarde è sempre stato simpatico, ho adorato Q is for Quack e ho apprezzato You’re Next (A Horrible Way to Die però mi manca) mi fionderò a pesce su questo The Guest: se tanto mi da tanto diventerò una scatenatissima fangirl!😄

    1. Con The Guest, diventare fangirl è il minimo sindacale!😀

  7. Ah, che sorpresona, ogni tanto è bello lasciarsi stupire da chi proprio non crederesti mai. E David personaggio-fenomeno del 2014.

    1. E Stevens attore fenomeno del 2014. Non te lo aspetti da uno che faceva il damerino in Downton Abbey.
      Pazzesco

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