2000: L’Ombra del Vampiro

Shadow-Of-The-Vampire
Regia – E. Elias Merhige
If it’s not in frame, it doesn’t exist!

Dispiace molto che di un regista come Merhige si siano più o meno perse le tracce dal 2004. Sarebbe stato interessante seguirne l’evoluzione e vedere cosa avrebbe apportato al genere. E invece dobbiamo accontentarci di una filmografia ridotta ad appena tre film. L’Ombra del Vampiro è il suo secondo lungometraggio, dopo il famigerato Begotten, opera sperimentale che fece (e fa ancora oggi) sbavare più di qualche critico per la sua potenza visionaria così anti hollywoodiana. Ma, e sono parole del regista stesso, “revolution needs to take place within Hollywood itself”.
Ecco quindi Merhige, nove anni dopo Begotten, pronto a lavorare con l’indipendente Saturn Film di Nicolas Cage per portare sullo schermo un dietro le quinte, rivisto in chiave fantastica, della realizzazione del Nosferatu di Murnau. Una robetta mica da ridere. Si parla di uno di quei film ormai facenti parte della storia del cinema, un film per cui si può tranquillamente usare la parola capolavoro senza alcun timore di essere smentiti. Sul Nosferatu di Murnau si è d’accordo più o meno tutti. E per toccarlo ci vuole una certa dose di coraggio, come del resto per rimetterne in scena alcune sequenze, simulando tecniche e stile degli anni ’20.
Farne poi un film dell’orrore serissimo e spaventoso è ancora più complicato. Ma Merhige ci è riuscito.

xxI9zGdmlRglGirano svariate leggende intorno a Nosferatu. La più famosa è quella riguardante la natura dell’attore principale, Max Schreck, che diede volto e corpo al Conte Orlock. Si diceva che Murnau fosse andato a cercarlo addirittura nei Carpazi e che le fattezze mostruose non fossero dovute al trucco, ma fossero il vero aspetto dell’attore, un vampiro reale chiamato a portare sullo schermo un vampiro fittizio. In realtà, Schreck era un attore di teatro, presente in moltissime produzioni dell’epoca. E partecipò, in ruoli minori, anche a parecchi film.
Ma il cinema si nutre di leggenda. E Merhige e lo sceneggiatore Steven Katz mettono in scena proprio il rapporto tra il regista genio Murnau e la creatura delle tenebre da lui scelta per terrorizzare le platee di mezzo mondo nella trasposizione non ufficiale del romanzo Dracula.

Il titolo originale del film doveva essere Burned by light, poi cambiato perché non suonava bene. Ma è un dettaglio importante, e rappresenta l’essenza metacinematografica de L’Ombra del Vampiro.
I succhiasangue vengono bruciati dalla luce, certo. Ma anche la pellicola. Il cinema stesso possiede qualcosa di demoniaco, succhia e ruba la vita, come afferma l’attrice protagonista di Nosferatu nella scena d’apertura del film: “Il teatro mi dà la vita. Quella cosa (indicando la macchina da presa) me la toglie”. E Murnau (un grande John Malkovich), sorridendo sornione, le chiede di sacrificarsi per l’arte. Sacrificio concreto come non mai. Perché, quando ci si mette a giocare col soprannaturale, si perde sempre. E, in fin dei conti, il cinema può apparire (e negli anni ’20 per molti era) una forza soprannaturale. Una rappresentazione della vita con la prerogativa di donare l’immortalità. Una maledizione, se ci si riflette bene. Di sicuro un’ossessione.

shadow-of-the-vampire-recreating-nosferatu-scenes-max-schreck-willem-dafoe-oscar-nomination-reviewOssessionato dal suo lavoro è il Murnau messo in campo da Merhige, regista intrattabile e dittatoriale, che imponeva alla sua troupe orari massacranti e ritmi di lavoro forsennati, con una mancanza di pietà e un’indifferenza nei confronti degli esseri umani propria solo dei mostri. Ad affiancarlo, la figura tragica di Schreck, interpretato da Dafoe (ruolo che gli valse la nomination all’Oscar), con un trucco pesantissimo ad alternarne i lineamenti e una mimica facciale e una gestione dei movimenti del corpo sbalorditive. Vi sfido a distinguere tra i veri inserti dall’opera di Murnau e quelli girati appositamente da Merhige. Non è solo la capacità del regista di ricreare ad arte un modo di fare cinema scomparso, ma è il mestiere di Dafoe a fare impressione.

Ho un debole per storie come quella de L’Ombra del Vampiro. Amo quando il cinema parla di se stesso. Ma questo è un caso un po’ particolare. Non è una dichiarazione d’amore come può esserla il recente Hitchcock, è tutt’altro. Il film di Merhige è un atto di terrore nei confronti di una forma d’arte misteriosa e crudele. C’è una profonda fascinazione per la macchina cinema, ma anche una sorta di distacco, dovuto a un profondo timore. E non è un caso che il genere prescelto da Merhige per parlare di cinema sia l’horror, che sul binomio fascinazione-timore campa da decenni.
Il magnetismo di Schreck è indiscutibile, nonostante il suo aspetto ripugnante. La macchina da presa lo immortala mentre emerge dal buio, nella sua prima apparizione, spaventando a morte attori e troupe. E se il vampiro attrae la macchina da presa, è attratto da lei, quasi fosse consapevole di quanto quello strumento gli somigli, di come sia una specie di suo doppio.
La prima vittima del vampiro Schreck è infatti l’operatore. Costretto a guardare il mostro più degli altri.

shadow-of-the-vampire-crop-1Unheimliche, uncanny, perturbante. Forse il cinema è l’arte perturbante per eccellenza. E il cinema dell’orrore la forma cinematografica più pura. Sembra voler sottintendere proprio questo L’Ombra del Vampiro. È perturbante la figura di Schreck, la cui mostruosità e alterità vengono a percepite dalla troupe con un senso di disagio strisciante, ma mai realmente espresso, almeno fino a quando l’estraneo non si rivela per ciò che è, massacrando tutti nell’ultima scena del film (e di Nosferatu).
Rimane in piedi solo il regista, intento a riprendere la strage e a rivolgersi ancora ai suoi collaboratori come se fossero vivi, perché: “quello che sta fuori dall’inquadratura non esiste”.

Allora, sebbene L’Ombra del Vampiro sia un prodotto più fruibile per il grande pubblico rispetto al precedente Begotten, l’essenza sperimentale e quasi aliena del cinema di Merhige rimane immutata, anche se si mette una maschera di rispettabilità e si rivolge a platee più ampie. Lo fa con serietà e con il reale intento di spaventare, in un momento storico del cinema tutto basato sul distacco ironico nei confronti di un passato evocato solo per riderci sopra. Merhige, al contrario, spoglia il suo film da qualsiasi ironia. E se a volte Schreck strappa un paio di sorrisi a causa della sua inadeguatezza iniziale per l’ambiente moderno di un set, subito dopo basta un suo sguardo (di nuovo) in macchina per raggerlarci.
Schreck il vampiro, Schreck la paura, Schreck il cinema. Che svanisce alla luce del sole, lasciando solo una bruciatura di sigaretta sulla pellicola.

Primo giro terminato. Si riparte quindi dagli anni ’20. Come sempre per l’epoca del muto, la scelta è un po’ più ristretta del solito. Solo due film in lizza. Ma sono due grossi calibri, quindi, come si suol dire, sono cazzi vostri.
Dovrete decidere tra Il Carretto Fantasma, straordinaria opera di Victor Sjostrom e Destino, di quell’altro registucolo sconosciuto che risponde al nome di Fritz Lang.

10 commenti

  1. bradipo · · Rispondi

    ho votato Il carretto fantasma…lo sai che questo film non l’ho mai visto, probabilmente mi lasciai a suo tempo condizionare da alcune recensioni negative che lessi…

    1. All’epoca della sua uscita non fu accolto benissimo. Peró è davvero un signor film

      1. Giuseppe · · Rispondi

        La cui sfortuna principale, a conti fatti, dev’essere stata proprio il prendersi sul serio – avendone mezzi e capacità – quando altri tendevano a ironizzare, appunto… fosse uscito qualche anno dopo, probabilmente avrebbe avuto un’accoglienza migliore (magari, con un pizzico di consapevolezza in più circa quel metacinema dell’orrore che Merhige qui incarna per mezzo del terribile Schreck/Dafoe, vampiro attore per un Murnau/Malkovich non molto più umano di lui, per via del prezzo disposto a pagare per la sua ambizione).
        Per quanto riguarda il voto, come inizio del secondo giro non mi affido al Destino e scelgo Il Carretto Fantasma (anche se per questa scelta Fritz, potendo, forse mi farebbe fare il giro turistico di Metropolis a calci in culo. Tirati dalla ginoide di Rotwang, ovvio😀 )…

  2. Quando uscii dal cinema avevo negli occhi il buio della stanza del massacro e la luce che bruciava i sogni di Orlock: camminavo a vari centimetri da terra beandomi di un film così potente a livello visivo. Purtroppo la gente che usciva con me non era dello stesso parere e testimoniavano a voce alta il loro disappunto…
    Non sai quanto apprezzi che citi l’unheimlich riferito al cinema degli anni Venti, perché è del 1924 “Le mani di Orlac”: sia questo film che una spiegazione di come l’unheimlich abbia cambiato la nostra percezione narrativa è ampiamente riportato nel mio romanzo😛
    Ah, e ho votato per il mitico “Körkarlen”, anche perché posseggo un paio di rarissime edizioni italiane dello stupendo romanzo della Lagerlöf da cui è tratto😛

    1. E beato te che l’hai visto in sala…
      Ma lo sai che quando ho letto il titolo del tuo romanzo ho subito pensato a Peter Lorre?
      Due copie, hai detto?
      Ma una la venderesti a peso d’oro?

  3. Adorato, personalmente fra i migliori ruoli mai interpretati da Malkovich.

    Destino lo conosco, quindi voto Il Carretto Fantasma, la trama mi incuriosisce assai

    1. Sono d’accordo, una delle sue più belle interpretazioni. E grazie per il voto😉

  4. Raramente avevo visto un horror così calato e contestualizzato nelle atmosfere che prometteva. Sicuramente passato in sordina rispetto ad altre pelicole, anche dagli appassionati ma a me era piaciuto molto e DeFoe un vampiro immenso che a tratti mi ha ricordato il mortifero e macilento Kinsky dela Nosferatu di Herzog…

    1. Infatti può darsi si sia studiato entrambe le interpretazioni. Il film passò in sordina forse perché era un po’ troppo sofisticato per l’epoca. E fu un peccato.

      1. Infatti ricordo quando ero andato a vederlo… la sala era semi deserta… non che mi dispiacesse, anzi! però era un segno inequivocabile

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