The Town that Dreaded Sundown

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Regia – Alfonso Gomez-Rejon (2014)

Qualche giorno fa, parlavo con Hell di cinema “derivativo” e ci chiedevamo se il termine sia da intendere sempre in accezione negativa. Io penso di no. Altrimenti un buon 90% delle pellicole (di ogni genere) degli ultimi 30 anni sarebbero da buttare. Però spesso si tende a considerare derivativo una specie di onta da lavare col sangue (o con tonnelate di odio fumante sparso in internet). The Sun that Dreaded Sundown, splendido esordio in un lungometraggio del regista di molti episodi di American Horror Story, è un film derivativo in quasi ogni suo aspetto.
È un remake, innanzitutto e quindi discende per sua stessa natura da un’altra opera. Il film in questione, omonimo, usito nel ’76 e passato di sfuggita in Italia col titolo La Città che Aveva Paura, è uno dei protoslasher più citati e meno visti e, oltre all’inconfutabile importanza storica, non ha poi molti altri motivi per essere visto.
Questa sua versione del 2014 non ne è però un rifacimento in senso stretto, ma una sorta di meta-remake che usa come motore narrativo, nonché fondamentale elemento scenico, il suo progenitore. Insomma, derivativo al cubo.
Io ve lo dico per avvisarvi: il film è uno spettacolo per gli occhi e sarà detestato da molte persone. Perché, in maniera ovvia, voluta e consapevole, un prodotto che non ha autonomia e che vive sulle spalle di una storia già narrata in precedenza.
E tuttavia, se non ci si ferma a questo aspetto, se si scava un po’ e si presta attenzione a come viene messa in scena questa storia già raccontata. ecco che The Town that Dreaded Sundown è uno degli slasher più originali degli ultimi anni.
TownThatDreadedSundown2La città di Texarkana (sul confine tra Texas e Arkansas) celebra ogni anno, ad Halloween, gli omicidi attribuiti a The Phantom, un misterioso assassino attivo nel secondo dopo guerra e mai catturato. La celebrazione consiste nel proiettare, al drive-in locale, il film del ’76 The Town that Dreaded Sundown.
Questo è sia l’antefatto del film, sia ciò che avviene realmente a Texarkana ogni Halloween. Gli omicidi colpirono davvero la città nel ’46 e il film diretto vent’anni dopo da Charles B. PIerce si basa su quella strana e irrisolta catena di delitti. Un’occasione davvero troppo ghiotta per non sfruttarla in senso metacinematografico. Una città prigioniera di un passato violento e che da quel passato violento ha tratto una fama cinefila a causa di un filmetto indipendente che ha avuto la fortuna di anticipare l’ondata di slasher del decennio successivo. È un’ambientazione perfetta per uno slasher contemporaneo, passato quindi attraverso la perdita di innocenza del genere degli anni ’90 e sotto la sua frammentazione e scomposizione in una serie di film che ne hanno stigmatizzato i cliché e irrigidito struttura e regole.

E quindi, in The Town that Dreaded Sundown, abbiamo la solita struttura a base di citazioni, rimandi, strizzate d’occhio di varia natura. Il primo omicidio avviene proprio durante la proiezione del film del ’76, quando una coppietta si allontana dal drive-in e si apparta in macchina.
La protagonista Jami (una bravissima Addison Timlin) afferma di non gradire un certo tipo di film e il suo fidanzatino ne approfitta subito per “andare a parlare in un posto più tranquillo”. E così, mentre sullo schermo all’aperto continuano a scorrere le immagini dell’assassino col sacco in testa, i due vengono aggrediti da un suo sosia. Lui ci lascia le penne, lei viene risparmiata e il killer le intima di ricordare ciò che la città ha dimenticato.
Si va avanti nella stessa maniera per tutto il corso del film: a ogni omicidio messo in scena nel film originale, ne corrisponde una copia con alcune varianti (e un tasso di violenza maggiore) e, in parallelo. la polizia cerca di trovare il colpevole, usando gli stessi mezzi del film del ’76, e la povera Jami indaga per conto suo, unico punto questo, in cui Gomez-Rejon e lo sceggiatore Roberto Aguirre-Sacasa, si discostano dal modello di riferimento.

the-town-that-dreaded-sundown-2014-2Il fatto che The Town that Dreaded Sundown sia un film riuscito è un paradosso bello e buono. Perché nelle mani di altri sarebbe diventato un pasticcio confuso e indigeribile. E allora, come spesso accade quando ci si domanda cosa abbia contribuito alla resa finale di un’opera, vediamo chi è stato coinvolto in questa opera.
Del regista abbiamo accennato prima. Ma per lui serve un paragrafo a parte e ci torniamo dopo.
In produzione troviamo un certo Ryan Murphy e se il suo nome vi dice poco, sappiate che è lui la mente dietro American Horror Story. Murphy è uno che con il cinema dell’orrore ci fa quello che vuole, soprattutto quando si tratta di sfruttarne e rielaborarne sena vergogna qualsiasi elemento topico. Una impostazione che andava però trasportata dal mezzo televisivo al grande schermo e che è detto possa reggere su un lungometraggio.
Purtroppo, una volta avuta l’idea, Murphy affida la sceneggiatura ad Aguirre-Sacasa che già ha fatto abbastanza danni nel remake di Carrie. E, mi sembra sia già chiaro ma vale la pena ribadirlo, lo script non è certo uno dei punti di forza di The Town that Dreaded Sundown. È anzi, un compitino scritto con davanti il manuale del meta-slasher che riserva davvero poche sorprese, a partire dall’identità del killer.
Ma, ed ecco il paradosso, Murphy azzecca alla grande il regista. E Gomez-Rajon dimostra di essere uno di quei talenti visivi da coccolare e tenere d’occhio per il futuro. Un regista che si carica sulle spalle tutto il peso del film e lo divora, regalandoci una perla di cinema esteticamente sopraffino, che ti fa passare un’ora e mezza come se fossero dieci minuti.
Torniamo quindi all’inizio del post, quando ci chiedevamo che accezione dare al termine derivativo. E dobbiamo, per forza, parlare dello slasher, il sottogenere più bistrattato e meno considerato. Ma il più longevo, quello che resiste sempre, che passa attraverso i decenni e, quando dato per morto, si rialza  a favore di macchina come i killer negli ultimi minuti di decine di pellicole.
Lo slasher è il bogey-man che non muore mai.
Ed è derivativo come nessun’altra tipologia di film.

watch-trailer-for-the-town-that-dreaded-sundown-is-here-83733ab6-b6be-4abc-8327-f23eafb43487Negli anni ’80, nel periodo della golden age, era lo slasher il genere a cui molti registi esordienti miravano per mettere in mostra le proprie capacità. Tra una massa indifferenziata di film tutti uguali, uscivano alcune eccezioni meritevoli. Ma non perché inventassero qualcosa a livello di storia o personaggi: lo slasher ha dei codici che non devono essere infranti. Quel pugno di pellicole si ergevano sulle altre per merito di chi sapeva orchestrare un certo tipo di messa in scena.
Esattamente ciò che fa, in un’altra epoca, Gomez-Rejon, resuscitando una delle funzioni principali (per il cinema in generale) dello slasher: la scoperta dei talenti.
Allora ogni scena diventa un saggio di bravura e di originalità nel modo di rappresentare situazioni abusatissime. La macchina da presa di Gomez-Rejon non si limita a filmare quello che lo sceneggiatore ha scritto: lo reinventa e lo rende vivo e unico. A partire dal piano-sequenza iniziale, passando per i meravigliosi giochi di luce nella sequenza del primo delitto, fino ad arrivare a valorizzare anche semplici scene di dialogo, il regista si impadronisce del film e lo trasforma dal solito e derivativo slasher metacinematografico, in una creatura in grado di dare una nuova linfa a tutto il sottogenere, negli ultimi anni troppo spesso vittima di incapaci, convinti che bastasse mettere la citazione di Halloween al punto giusto per portare a casa il film.
The Town that Dreaded Sundown va visto da ogni appassionato, perché è la dimostrazione pratica di come possano ancora esistere dei grandissimi esempi di slasher girati con cognizione di causa, con inventiva, con il coraggio di osare anche dove la sceneggiatura resta tranquilla a giochicchiare con gli stereotipi. Ed è anche la dimostrazione che persino il metacinema ha ancora qualcosa da dire.

4 commenti

  1. e io lo vedrò a breve….mi hai fatto già salire la scimmia….

  2. Recupererò senz’altro nonostante lo slasher “puro” come giustamente dici nel post, ha una certa rigidezza di codici che non mi hanno mai fatto impazzire…

  3. Mi avevano consigliato di vedere l’originale, penso vedrò tutti e due

  4. Il metacinema – in questo caso il meta-slasher – funziona ancora senza problemi quando è in buone mani, e mi sembra che qui ci siano le eccellenti mani del produttore e del regista a garantire un buon risultato (consistente anche nel limare a dovere – o, detto meglio, nel far pesare meno – i limiti di sceneggiatura, che in effetti di Aguirre-“Carrie”-Sacasa se ne poteva fare a meno, tanto più in un’operazione di questo livello)…

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